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Indovinello.....È na cosa ca varda nterra e cogghie nfronte.(La vulva)

 

Non era difficile capire che stava per arrivare il tempo della vendemmia.

Nelle cantine i contadini battevano con mazzole i cerchi delle botti e dei tini per stringerne le doghe che il calore estivo aveva allentato, poi venivano riempiti d'acqua affinché il legno si comprimesse sulle intercapedini.
Le cantine erano ubicate tutte in paese, giacché era lì che i grandi proprietari terrieri risiedevano, ma anche perché il vino si vendeva soprattutto nel periodo invernale e dalle masserie le vie che conducevano all'abitato in quel periodo erano talmente melmose che talvolta era impossibile transitarvi persino con gli asini, impedendo quindi il trasporto di botti di vino acquistate dai commercianti.
Verso la metà di ottobre cominciava la vendemmia.
I più vecchi, le donne e i ragazzi provvedevano a tagliare le pigne dalle viti raccogliendole nelle capaie, panieri di vimini semisferici che venivano poi svuotati in grosse secchie di legno. I più giovani erano addetti al trasporto dell'uva alle cantine. Gli asini tra un trasporto e l'altro, pazienti masticavano fieno. Sul loro basto si caricavano le due secchie di legno colme d'uva che conducevano alla cantina per essere qui vuotate nei tini.

Alcuni vigneti distavano anche due chilometri dalla cantina ed erano necessari diversi asini per il trasporto. Venivano lavoranti da molti paesi del circondario, specialmente da Volturara. Anche gli artigiani del paese in questo periodo sospendevano la loro attività per offrire manodopera e guadagnarsi la giornata.
Da ogni vicolo spuntavano file d'asini carichi d'uva che battevano gli zoccoli ferrati sul selciato. Nell'aria, forte saliva l'odore del mosto.
Dopo giorni e talvolta settimane, i tini erano pieni. Bisognava ora pigiare.
I contadini più giovani, in pantaloncini corti dopo un pediluvio discendevano nei tini e con i piedi pigiavano l'uva ed il mosto ricadeva in appositi secchioni. La pigiatura durava tre o quattro ore per ciascun tino, immersi nel mosto freddo sino alle ginocchia. Spesso questo lavoro veniva fatto di sera, a lume di candela, per poter vendemmiare di giorno.
Terminata l'operazione, il mosto veniva di nuovo rimesso nei tini e lasciato fermentare per otto o dieci giorni, avendo cura di volta in volta di calafiare, sospingere cioè verso il fondo le vinacce che ribollendo salivano in superficie. Ed il mosto, così, diventava vino.
Ma il lavoro del contadino non era ancora finito: bisognava ora muttare, togliere cioè il vino dai tini e riempire le botti, risciacquate più volte. Si saggiava la qualità dell'annata: bisognava tener presente il colore, il sapore, la gradazione alcoolica, la quantità di zuccheri ancora presenti, la boccatura; un'operazione da vero intenditore che ogni contadino sapeva fare.
Le donne riempivano barili del peso di oltre quaranta chili, se li ponevano in testa, risalivano una scaletta poggiata sulle grosse botti e li svuotavano, fino a riempirle. Le vinacce recuperate dai tini, immesse nei torchi, venivano pigiate per bene facendone uscire ancora vino.
Si immagini il grande lavoro che comportava la produzione, allora nel nostro paese, di migliaia e migliaia di ettolitri di vino all'anno. Le potature durante il periodo invernale, irrigare in primavera ed in estate, dare lo zolfo, vinificare, vendere il prodotto. Il vino veniva venduto per pochi soldi, tolte le spese ne rimanevano ancora meno, nemmeno sufficienti per comprarsi una camicia nuova.
Per fortuna restava però la voglia di ricominciare il lavoro, prepararsi per un nuovo raccolto.

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