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Indovinello.....Ncopp’a na montagnella ce stanno tante pecorelle ma va ‘o lupo e le sgarrupa.(Il pettine)

Di questa ultima generazione abbiamo notizie più fresche; notizie, come si dice, di prima mano.

 

Ciò che salta subito agli occhi è che tutti e tre i figli maschi non hanno avuto eredi.

Antonio, il primogenito, fu uno spirito alquanto originale, simpaticamente stravagante. Non pensò mai di dare un erede alla famiglia, né seppe guidarla con la necessaria accortezza, come aveva fatto suo padre.

Laureato in legge, e dotato d' intelligenza pronta e vivace, era solito condurre una vita da "giovin signore", con abitudini e atteggiamenti alquanto bizzarri, elle suscitavano curiosità e qualche leggera ironia tra i paesani.

Si levava dal letto sempre alla stessa ora; spalancava la finestra della sua camera e sventolava lenzuola e tappeti; usciva ad orari rigidamente fissi, tanto Cile su di lui qualcuno scandiva le ore della giornata. Era, insomma, quasi un orologio personificato.

Poiché diceva sempre le stesse cose, aveva il punto di attacco giusto per ogni persona: né c'era verso di farlo cambiare o fargli dire una cosa diversa.

Antonio era anche un incallito fumatore: nelle tasche portava sempre due pacchetti di sigarette regolarmente distinte: Edelweiss per lui; di tipo popolare, rigorosamente "Nazionali", per gli altri ai quali generosamente le offriva. Anche in questo aveva una maniera straordinariamente fissa: a chi gli ,stava più a genio, ne offriva cinque. mai una di più perché "fanno male ",egli diceva; poi, a seconda del grado di simpatia, passava a cinque a quattro, tre, due. una.

Non portava mai i pantaloni con la cinta, ma sempre coni "tiranti ", larghe ed elastiche bretelle, che diventavano ancora più allentate per l'insistente scorrere delle mani tra la spalla e la vita, movimento a cui Antonio ricorreva continuamente dopo averle inforcate delicatamente con lo spazio delle dita tra il pollice e l'indice.

Per evitare di bagnarsi in caso di pioggia improvvisa, da settembre a maggio era solito uscire con un mediocre ombrello, penzolante dal gomito; così aveva sempre le mani libere per parlare gesticolando, che era un' altra delle sue simpatiche caratteristiche.

Antonio non fu mai attratto dai piaceri femminili. Alle dolci lusinghe muliebri, e alle travolgenti e straordinarie sensazioni di voluttuoso sesso che le donne sanno offrire, nel chiuso di segrete e peccaminose alcove, ad avidi mariti e a occasionali amanti , egli preferì le lunghe passeggiate in aperta campagna, ma soprattutto le interminabili "chiacchiere" con i paesani, con i quali era solito intrattenersi.

Infervorato dal discorso sempre molto animato, Antonio era solito saltellare continuamente, a balzi improvvisi e quasi cadenzati, al di qua e al di là dell' interlocutore.

Conosceva tutto, ma proprio tutto, della squadra di calcio del Napoli, di cui era accesissimo tifoso.

Era amico di tutti. Non si sa se per opportunità o per sincero atteggiamento, fatto sta che Antonio mostrava di essere attaccatissimo a Montefalcione e di averlo sempre nel cuore. E spinto dal grande amore per il proprio paese, egli diceva e ripeteva in continuazione che si doveva "cambiare" la geografia, per cui il capoluogo della Campania doveva diventare Montefalcione; solo al secondo posto veniva Napoli, città della quale era pure innamorato.

Nel complesso si può dire che Antonio ha lasciato nell' animo di tutti un ricordo positivo; era diventato un personaggio amato e simpatico a tutti. La sua morte, nel 1976, fu pianta dall' intero paese con commozione e sincero dolore.

Senza cadere nella retorica, possiamo dire che egli ha lasciato un vuoto.

Poco legato al paese è, invece, Crescenzo, il secondogenito. A differenza di Antonio, che quasi mai si era allontanato da Montefalcione, egli è vissuto sempre a Napoli, conducendo una vita piuttosto spensierata.

Si era laureato in medicina, ma non esercitò mai la professione di medico. Trovò più congeniale al suo spirito libero, invece, dedicarsi alla pittura. In questa nobile arte, comunque, praticata per diletto, Crescenzo ottenne soddisfacenti risultati, partecipando con successo a importanti mostre e a concorsi di levatura nazionale.

Si era sposato con Rosa Caputo di Napoli, dalla quale non ebbe figli. Anche lui così, come Antonio e Pasquale, non ha potuto assicurare un erede alla famiglia.

capone pasqualePasquale, l'ultimo figlio, si sposò in età matura con Angela Di Prizio di Montefalcione; costei prestava la sua opera come collaboratrice domestica proprio presso la famiglia Capone.

Anche il matrimonio di Pasquale non fu coronato da figli. Don Pasqualino non ha mai avuto l' intenzione di adottare qualche figlio.

Oggi, dopo la morte della moglie, egli vive con la famiglia della sorella della defunta.

Più fortuna, almeno dal punto di vista della prole, hanno avuto le tre figlie femmine di Giuseppe, anche se esse non hanno potuto tramandare ai figli né l'eredità, né il nome Capone.

Concetta, la prima, sposò Emanuele Santomauro, Direttore Generale delle Poste, e per questo visse sempre a Roma.

Maria, la seconda, andò in sposa a Luigi Ferrante di Domicella, un piccolo centro del Circondario di Nola; e anche lei abbandonò il paese che l'aveva vista nascere.

Anna, la terza figlia, sposando il notaio Pasquale Titomanlio, pure lui di Montefalcione, divise il suo tempo tra il paese natio e Avellino, dove si trovava lo studio del marito.

Così, con tre maschi senza figli, e tre sorelle vissute lontano dal paese, è finita la famiglia Capone.

La crisi che l'ha investita è stata travolgente ed impetuosa come un fiume in piena.

A parte il problema degli eredi, possiamo dire che difficilmente la famiglia Capone, radicata nel passato e ancorata ad usanze di tipo feudale, sarebbe sopravvissuta indenne in un mondo nuovo e in una società assai diversa dalla precedente, come fu quella italiana del dopoguerra, senza un rinnovamento totale nel costume e nella mentalità.

Non solo, ma con la morte di Giuseppe, è come se si fosse trovata sola, senza una guida sicura. Dopo il 1933 la famiglia si è sbandata, è andata alla deriva, si è lasciata travolgere, senza nulla fare, senza nulla opporre.

Di questo tracollo ne è pienamente consapevole don Pasqualino, e le sue parole acquistano il sapore di una sincera confessione.

Seguiamo il suo racconto.

La crisi, o se volete la decadenza, iniziò nel 1933, con la morte del padre Giuseppe. In seguito a tale evento la proprietà, fino ad allora sempre unica e indivisa, cominciò ad essere distribuita tra maschi e femmine; ciò, secondo lui, fu l' inizio della rovina totale. "Ma vi furono anche altre cause che diedero una bella mazzata alla proprietà", incalza lucidamente don Pasqualino.

"In primo luogo, eravamo costretti a vendere per far fronte alle spese sempre più numerose che la mia famiglia doveva sostenere quotidianamente, mentre le rendite diminuivano giorno per giorno. Una parte cospicua della proprietà, poi, se ne andava per finanziare la vita dispendiosa di Crescenzo a Napoli, che aveva sempre bisogno di soldi. E, infine, parecchia parte di essa fu impegnata come dote di matrimonio delle tre sorelle".

Un' altra causa del decadimento, ma non ultima dal punto di vista dell'importanza generale, fu dovuta al fatto che la famiglia Capone, così come tante famiglie del suo stesso rango, dopo la guerra si trovò spiazzata dai tempi e dai cambiamenti radicali intervenuti nella società; volle continuare a vivere con metodi vecchi in un mondo completamente nuovo.

I Capone non furono capaci di convertire in altre attività produttive la loro ricchezza, basata essenzialmente sul possesso di immobili e grandi latifondi, né furono in grado di modificare mezzi, metodi e mentalità nel coltivare la terra. I terreni, infatti, continuavano ad essere dati in mezzadria o in affitto, e a mano a mano che il tempo passava rendevano sempre meno.

Insomma, la famiglia Capone rimase prigioniera del passato.

Non ci fu nessuno che potesse prendere in mano il timone e far navigare questa barca su acque più sicure.

Continua don Pasqualino: " Dopo la morte di Crescenzo, nel 1969, tutta la proprietà rimase a me e a mio fratello Antonio. Nel 1976 Antonio morì senza testamento e la sua parte ce la dividemmo io e le tre sorelle. Ma né io, né loro abbiamo fatto qualcosa per raddrizzare la situazione, e adesso non abbiamo case, né terre, perché a poco a poco abbiamo venduto tutto ". E' l'amara, ma realistica conclusione di don Pasqualino.

E' tutto chiaro, dunque; ciò nonostante lo sollecito, quasi impietosamente, a dirmi qualcosa di più, soprattutto sull' organizzazione della proprietà, e sul modo di vivere della sua famiglia.

Nel suo momento di massimo splendore, l'ingente "proprietà era costituita da ettari ed ettari di terra e da numerose case coloniche, a Montefalcione e a Fasano. La mia famiglia viveva agiatamente di rendita ". Il tutto veniva amministrato da abili fattori che si dovevano ben destreggiare tra gli scaltri contadini. Tra di essi ricordiamo alcuni personaggi importanti di Montefalcione: Lorenzo Colucci, Alfredo Di Giovanni (Zoccoletto), Massimino D'Amore (Sciosciarulo).

Ed ecco qualche abitudine e alcuni segreti della famiglia Capone, sempre riferiti da don Pasqualino, che ha preso confidenza col cronista ed è diventato più loquace. "Prima della guerra, la mia famiglia faceva una vita lussuosa. Viveva a Napoli, e noi figli venivamo a Montefalcione per far visita ai genitori solo nei mesi estivi o nei periodi delle vacanze natalizie e pasquali. Frequentavamo tutti le scuole di Napoli; ed io che ero il più piccolo dovevo partire sempre per primo " A questo punto don Pasqualino perde la sua freddezza, il suo quasi totale distacco dalle cose; mette da parte la sua innata ritrosia e si lascia andare alquanto con i ricordi. Parla col cuore, e un senso di commozione si avverte in tutta la sua persona; i suoi occhi s'illuminano sul suo passato, sulla sua vita, sulla sua giovinezza; tornano alla memoria fatti non mai dimenticati.

"Dopo il liceo mi iscrissi all' università, prima in Medicina, subito dopo in Agraria. Poi venne la guerra. Mi arruolai e, frequentai il corso allievi ufficiali. Ed ecco che una grave malattia venne ad interrompere questa mia esperienza bellica. Un forte deperimento organico debilitò a tal punto il mio fisico, che tutti mi davano per spacciato ". Nel ricordare, anche con una punta di ironia questo fatto intimo, don Pasqualino fa capire che tutto sommato questa malattia fu per lui quasi un beneficio, se riuscì a salvarlo dalla guerra. Ne è testimonianza il lievissimo sorriso che fa capolino sulle sue labbra. "D'altronde fu anche il segno del destino. Con la malattia, infatti, io rimasi in Italia e mi salvai; se no chissà dove andavo a finire. E così, poco prima che la guerra finisse, mi congedai col grado di sottufficiale ". E, ancora, oggi, mostra contentezza per questo. Sembra quasi che stia raccontando una birbanteria, e invece è soltanto la constatazione di un fatto doloroso, intervenuto nel momento giusto e finito bene, soprattutto perché gli ha risparmiato la difficile vita del fronte, che per molti montefaleionesi si è dimostrata infausta.

Dopo la guerra le cose cambiarono improvvisamente; e anche le abitudini della famiglia Capone si dovettero adattare alle ristrettezze dei tempi. Come si dice, si cominciò a stringere un po' la cinta.

E così tutti i suoi componenti abbandonarono Napoli per vivere stabilmente a Montefalcione, continuando a subire passivamente la crisi che incalzava sempre di più.

E il tempo scandiva inesorabile le ore di questo declino, fino alla scomparsa totale della proprietà e al degrado di quel poco che è rimasto. Ne è testimonianza la villa annessa al palazzo. Un tempo era un esempio di ordine di pulizia, di decoro, con viali alberati e giardini profumati. Oggi è stata completamente abbandonata. Dopo la morte di Antonio, nel 1976, fu divisa tra Maria e don Pasqualino; la parte di Maria è stata venduta ad una discoteca, sacrificata perciò ai bisogni e alle esigenze ricreative della stressante e frenetica vita moderna; quella di don Pasqualino è mal tenuta.

Quando l'ho visitata, nel periodo pasquale del 1999, l'ho vista in uno stato pietoso.

Anziché trovarsi tra segni di civiltà, di lusso, di cultura, di amore per la natura, sembrava di vagare tra ruderi selvaggi e rami secchi e sterili, con la paura di incontrare qualche malintenzionato serpente. Anche gli uccelli non cantano più festosi su questo cumulo di rovine, e volteggiano in alto, lontani da tanto

scempio. Amareggiati hanno girato le spalle alla famiglia Capone.

Nel successivo mese di agosto, ho constatato che le cose erano leggermente cambiate, grazie anche alla cura e alle premure di Giuseppe Raio, che ha sposato la nipote di don Pasqualino; costui mostra sincera volontà, per quel poco che ormai può fare e che è di sua competenza, di conservare ciò che ancora di essa si può salvare.

Ma, nelle condizioni in cui è ridotta, non è che si può fare molto.

Quando si accenna a queste cose, don Pasqualino non sorride più; si rende perfettamente conto di ciò che la sua famiglia era, e oggi non è più. Di fronte a questa realtà appare serio e rassegnato.

I suoi occhi, invece, tornano a brillare quando riprende a raccontare della sua infanzia; e guardate dove arriva la sua patetica innocenza. "Io ero il più piccolo e prendevo botte da tutti, soprattutto da mio padre, ma qualche volta anche dai fratelli. Quando mio padre morì, pensai: adesso almeno non abbusco più" (non prendo più botte).

Alla fine don Pasqualino cerca di dare una sua spiegazione di quanto è avvenuto. Ed è un' analisi a suo modo precisa, attenta, sottile, capace di andare al cuore della questione, accennando anche alla legge del maggiorascato, l'unica, secondo lui, in grado di poter assicurare la conservazione del patrimonio. "Il problema", egli dice, "è che la proprietà doveva rimanere indivisa e doveva andare tutta al figlio maggiore. Uno solo si doveva sposare per trasmettere tutta intera la proprietà ai suoi eredi. In questo modo l'intero patrimonio sarebbe stato salvo ".

Si vede che il povero don Pasqualino non ha fatto i conti con la storia che, dopo la rivoluzione francese, ha spazzato via questi concetti. E continua: " Mio padre non volle rispettare questa legge, e diede una parte della proprietà, intaccandola, anche alle figlie". A questo punto si ferma un attimo, riflette un po', e conclude solenne: " E' come se avesse voluto rompere questa tradizione; ciò è stato come mettersi contro una legge divina. Per aver violato questa legge, ecco la punizione: con tre figli maschi, di cui due sposati (Crescenzo e lui), nessun erede".

E questa sarebbe la colpa da scontare, la causa della maledizione abbattutasi sulla sua famiglia, cui si accennava all' inizio di questa storia.

Forse non è così. Forse, anche con un erede maschio le cose sarebbero andate allo stesso modo.

Ma noi, perché divagare su ciò che non è e che non è stato. Perché non lasciare a don Pasqualino l'illusione che, con un erede, le cose sarebbero andate come egli crede e pensa?

Limitiamoci da cronista, a registrare eventi; e nell' avviarci alla conclusione di questa biografia, ricordiamoci che nessuno di noi è depositario di verità assolute.

Perciò, nel rispetto della "verità" di don Pasqualino, ricordo ai montefalcionesi la bontà d' animo di quest' uomo, il suo essere discreto, che lo ha portato, a differenza del fratello Antonio, estroverso e "rumoroso ", a vivere una vita silenziosa, senza clamore.

E nel suo atteggiamento, come nelle sue parole, non c'è astio per nessuno. Qualche rimpianto sì, ma soprattutto anche accettazione rassegnata di ciò che la vita oggi gli dà.

Notate con quanta riverenza parla del padre. "Mio padre era un uomo buono, faceva opere pie e aiutava i poveri. Era amico di don Giuseppe Moscati, che adesso è santo. E' per grazia sua se io guarii da quella brutta malattia e oggi sono ancora vivo". In don Pasqualino si è risvegliato il fanciullino della bontà, la voce dell' innocenza.

Come si vede è l'atteggiamento di un uomo dall'animo buono e sereno; egli vuole stendere sulla sua famiglia un pietoso velo di compassione e di rispetto.

E col pensiero di don Pasqualino sulla sua famiglia, termina la nostra storia.

Confesso che non è stato semplice, né facile, raccontare la fine della famiglia Capone.

Montefalcione, comunque, non può dimenticare ciò che questa famiglia ha rappresentato.

E a noi piace salutare la sua fine col brioso chicchirichi di quel vispo galletto che, staccatosi dal pezzo marmoreo dello stemma su cui sta immobile da ben 164 anni, e accompagnato da una scia festosa di tutti i bambini montefalcionesi allegri e felici, va ad annunciare per le vie del paese 1' arrivo del terzo Millennio, portatore di pace e giustizia per tutti.

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