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Indovinello.....Int’ ‘a l’uorto nce stà na cosa tonna ca tene li pili comm’a na cionna.(La cipolla)

di Fausto Baldassarre
Vincenzo Gensale nasce a Montefalcione (Avellino) il 18 marzo 1939 a Contrada “Verzare”.

Terza elementare, maestri: Giuseppe Baldassarre e Antonio Cerza e Imbimbo. Così Vincenzo si racconta:

“Ho studiato su un solo libro: il sussidiario. Non ho sfogliato tante pagine dalla mia vita. Avevo 9 anni e “il macinino di Mussolini” frantumava il grano. Nell’interno del mio orecchio andò a finire un chicco . Il Dottor Felice Baldassarre venne tre volte a casa. Utilizzò un calco  in ceramica riproducete la struttura di questo organo. Conservo ancora l’apparecchio bianco con margine colorato azzurro. Delicatamente con un “ferrino” tolse il chicco, effettuò operazioni di pulizia.

Allora non c’erano strade asfaltate, ma mulattiere: carovane di muli e bestie da soma. In certi casali: impossibile arrivarci. Solo con il cavallo si transitava. Altro ricordo del dottore Felice Baldassarre (allora medico a Chiusano). Il dottore venne subito. Mi ingessò il braccio rotto. Mio zio lo andò a prendere col cavallo. Con spirito di carità e scienza sistemò nel modo giusto  e naturale gli arti superiori. Io gridavo. Il dottore mi fece delle carezze. Queste non le ho mai dimenticate. Le ho nel cuore e nella mente. Il braccio fu così restituito alle sue funzioni.

Ricordo che a Percianti - Lolli nel mio casale c’erano trecento famiglie. Di persona col cavallo andavo a prendere il Dottore Felice Baldassarre per le visite agli ammalati. La visita: incontro umano, Sapienza, guarigione.

Quante persone ha salvato! Tuo padre è morto: tutti lo abbiamo pianto. Lui, lo abbiamo pianto, quando si è spenta la vita, lui che ne aveva salvate tante! I funerali: una processione che non finiva mai.

Quanti ricordi tornano alla mente!

Seconda Guerra Mondiale: tre anni. Bevevo latte di capra. I tedeschi sequestrarono l’animale. Poi gli americani: scatole di stagno con “pastette”. Così mi nutrivo.

A sedici anni zio Vincenzo Cataldo mi portò in Austria. Comprammo diciotto cavalli da tiro, tutti con un nome: Dante, Ciro, Nuvoloso, Matteo… Quelle bianche frange di crini pendenti! La delicata linea della schiena.

Un’immagine memorabile: l’Austria. Il freddo. Sette giorni nei vagoni del treno. Staccavano le carrozze nelle stazioni. Poi le riagganciavano. Di

nuovo partenza. Si viaggiava, lentamente. Si sentiva quel lieve rumore del masticamento della biada.

Io dormivo con queste povere bestie, nei vagoni. Non le lasciavo mai. Così anche a casa. Mi affezionai in modo particolare al cavallo Dante.

Questi fu sette volte venduto, sette volte comprato.

Era un animale intelligente: porgeva l’orecchio, quando fra noi discutevamo. Cavallo Dante favoloso! Col leggero movimento della testa manifestava il desiderio. Dante abitava con noi. Una tristezza quando tornai, in casa non vidi il mio cavallo. Mio zio l’aveva venduto. Mi arrabbiai.

Un’altra terra ricordo: la Svizzera. Qui partii per essere dipendente solo da me stesso. A Ginevra incontrai una persona straordinaria che aveva fatto il giro del mondo. Aveva un ristorante. Si chiamava Charly Landolt., Presidente della squadra di calcio di Ginevra. Apprezzò le mie buone maniere. Mi insegnò a cucinare. Un attestato conferma la mia arte di cuoco. Preparavo piatti rispondenti alle varie specialità nazionali. Ricordo le giovani coppie che chiedevano cibi piccanti. Dopo tre anni di Svizzera, Inghilterra, Cambridge. Qui ho appreso la cultura indiana. Da noi venivano tutti studenti. Cucina internazionale, venivano anche da noi i Beatles a cantare. Erano gli anni sessanta. Io conservo la foto con questi famosi cantanti. Le mie emozioni! Studenti: figli di ricchi. Io venivo dalla povertà. Provavo imbarazzo. Lusso, luce riflessa sui tappeti, moquette che ricopriva il pavimento. Io parlavo solo francese. Diventai punto di riferimento. Gli studenti arrivavano con cartelle, libri. I loro incontri. Sui tavoli deponevo tazze di sughi. Le persone chiedevano: “come si preparavano”. Io spiegavo. Ma non potevo stare senza la mia terra: le radici.

Ritornai a Montefalcione per allevare cavalli, mucche, tori, vitelli. In mente mi sono rimasti quegli animali di Cambridge allo stato brado, che vivevano all’aperto, allo stato selvatico. Così trattai pure io gli animali: settanta a campo libero. Ogni vita è storia, racconto. Mi è mancata la scrittura. Comunque ho scritto “Il Giardino dipinto dal vento”contro quel maledetto vento materialistico. Recupero valori. Amo la tradizione. Dò speranza. Amo il mio paese, la campagna. Non si vive solo di asfalto. Ci sono pietre, che resistono al tempo, che parlano. Bisogna sapere ascoltare: il divino è dentro.” 

Il messaggio di Vincenzo Gensale è nell’ascolto della natura:  poesia solare, senza ombre. Vincenzo con la parola rompe nebbie e foschie. Ci restituisce il cammino: ritmo dei suoni, degli odori, dei profumi:

 

Per il nostro irpino occorre ricostruire il”giardino” prima dentro di noi per realizzarlo all’esterno: noi viviamo in un “aiuola” che ci “fa tanto feroci”.

 

Bisogna curare dunque per Vincenzo il “giardino” dell’anima, non lasciare le aiuole inselvatichirsi: curare la vegetazione spontanea dei sentimenti, Sapere riscoprire luoghi appartati, silenzi.

Il giardino che propone Vincenzo non è limitato da muri, da indifferenza, da steccati dell’astio, ma aperto a tutti. Non si tratta di piante ornamentali finte, ci sono veri prati erbosi destinati alla invenzione dello spirito. Quello di Gensale è spazio scandito dal divino, dal ritorno della musica alta iscritta sulla natura:

Vincenzo Gensale si affida così alla memoria ma è contro l’inquinamento morale, visivo, uditivo, materiale che distrugge la vera atmosfera: quella in cui l’anima respira:

 

Il nostro autore invita a non lasciare  che “polveri sottili entrino nelle vene” e per questo ha fondato l’Associazione “Panta Rei”, per consentire l’espressione di valori; per promuovere cultura, scoprire talenti, potenziare “vocazioni”, creatività, originalità. La nostra istituzione, secondo Vincenzo, intende unificare persone, territorio e costruire la comunità fondata sulla fratellanza.

Le “gare” culturali in prosa, in poesia, nel canto, nelle varie forme artistiche hanno sempre come fine: elevare, migliorare la qualità della vita della nostra Verde Irpinia: patrimonio unico di grandi valori da custodire, consegnare alle generazioni del Duemila.

Oggi siamo così poveri di cielo, dobbiamo far sì che il nostro mondo interiore sia smosso in profondità e sapientemente coltivato, come il terreno destinato alla fioritura: solo così possiamo diventare giardino gradito all’ospite Divino Gesù.

Nel giardino dell’anima di Vincenzo Gensale tutti possiamo camminare.

Non c’è ombra solo luce. È privo di roghi e spine. È grandioso questo dove spuntano fiori dal cielo.

Fausto Baldassarre

 

 

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