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Indovinello.....Ncopp’a na montagnella ce stanno tante pecorelle ma va ‘o lupo e le sgarrupa.(Il pettine)

Domenico PisanoL’eccellenza irpina è stata ancora una volta riconosciuta: il prof. Domenico Pisano

vicepreside e docente di Lettere e Latino presso il Liceo statale “Publio Virgilio Marone” di Avellino, si è aggiudicato il podio più alto alla 33ª edizione del prestigioso premio letterario “Cesare Pavese”, con il racconto “Chicco di caffè”, nella sezione “narrativa inedita”.

Premio Pavese 2016
Premio Pavese 2016

Il premio “Cesare Pavese” è un’iniziativa nata a Santo Stefano Belbo (CN), per rendere omaggio al celebre poeta e scrittore di romanzi esemplari come Il compagno e La luna e i falò, classici della Letteratura Italiana e internazionale: il Premio letterario viene assegnato ogni anno a scrittori e intellettuali che meglio abbiano saputo trasmettere il legame con il territorio e il valore dell’impegno civile. L’autore vincitore della sezione “opere inedite” ha pienamente convinto la giuria, composta fra gli altri da G. Romanelli, già docente presso la Sorbona, e Andrea Rondini dell’Università di Macerata. Il prof. Pisano riceverà il prestigioso riconoscimento a Santo Stefano Belbo (CN), paese natale di Pavese, insieme a G. Zagrebelsky, F. Ferrarotti, C. Comencini e M.Baudino, il 27 e 28 agosto.

In esclusiva per i lettori di Avellino.Zon, abbiamo intervistato il prof. del Liceo Virgilio: durante la lunga “chiacchierata”, il prof. Pisano ha parlato della sua passione per la scrittura, vista come « un’esigenza, è un qualcosa che c’è, arriva, ti prende, ti salva e ti danna nello stesso tempo », del ruolo fondamentale della cultura classica, dell’humanitas, « perché l’uomo è al centro, è l’uomo il protagonista, il vincitore e anche lo sconfitto, è l’uomo con i suoi limiti e le sue virtù, con i suoi pregi e le sue ombre » e della “missione” di essere docenti oggi e scrittori: lo scrittore è colui che trasmette un messaggio agli altri, è colui che forma, è autore nel senso “latino” della parola – auctor, dal verbo augeo, “colui che fa crescere, maturare”.

Prof. Pisano, Lei ha vinto la 33ª edizione del Premio “Cesare Pavese”, sezione narrativa inedita, con il racconto “Chicco di caffè”. Ci può illustrare il contenuto di quest’opera?

Questo racconto è il tentativo di recuperare la bellezza e anche la tragedia del mondo contadino, del mondo popolano e quindi di rivalutare la cultura contadina, senza retorica, piagnistei, senza paternalismi, perché il mondo contadino è fatto anche di persone rozze, volgari, ma anche di tanta profonda umanità.

“Io ho scritto altri libri sul mondo contadino, è un mondo che mi ha sempre attirato: è un mondo di mistero, di sacro e profano, di magia e di realtà, di crudezza e di liricità e questa contraddizione mi ha sempre attirato. È un mondo semplice e puro”

In questo racconto la protagonista è una ragazza, Filuccella, che è una donna libera che vive in aperta campagna, lontana dal paese una vita randagia, senza alcuno schema, senza alcun formalismo. Vive in questa casupola di campagna senza porta e chiunque passa per la campagna, brigante, pellegrino o sconosciuto entra a casa di Filuccella: lei lo accoglie, ci fa l’amore, ci discute. In questa casupola ci sono molti figli di Filuccella (avuti da padri diversi) che molto spesso non si conoscono. La storia ruota intorno a questa vita in libertà, senza pudore ma anche senza falsità. Il momento forte è quando questi figli di Filuccella “invadono” il paese, perché sono un po’ come degli “animali” e la stessa Filuccella tutto sommato è un “animale”: quando lei apparve la prima volta in piazza, adolescente, con un corpo stupendo, bellissimo, selvaggio, attirò le brame un po’ di tutti i paesani e le invidie delle donne e si accoppiò con questi paesani; tra questi ce n’era uno, un giovane della sua stessa età, Arsenio, uno spilungone timido figlio di scarparo (scarpaio): Arsenio provò dei sentimenti per lei, anche se era uno dei tanti per Filuccella. La caratteristica di questo Arsenio è che aveva un neo sulla guancia a forma di chicco di caffè, una sorta di voglia. A Filuccella attirò questo ragazzo così riservato, così diverso dagli altri che erano piuttosto sconci. Ad un certo punto, Arsenio parte per l’America e ritorna in paese dopo vent’anni: lui ha sposato un’americana e porta con sé un figlio, il primogenito, che come lui ha questa macchia di caffè sulla guancia, perché è una caratteristica di questa famiglia, della quale il nonno Tore ne va pure fiero. Nonno Tore quando vede che il figlio torna con il nipote è arrabbiato, per due motivi: il figlio ha aperto un salone da parrucchiere in America insieme alla moglie americana, e per Tore questo è un lavoro da donne, non per uomini; l’altro motivo per cui è arrabbiato è il fatto che il nipote non porta il suo nome, ma il nipote si chiama Salvatore e gli spiegano che Tore è il diminutivo di Salvatore. Uno degli ultimi giorni che Arsenio trascorre in paese, si trova a tavola con degli amici ed a un certo punto compaiono in piazza, tipo moscerini (muschilli), tanti bambini che si gettano a giocare con gli altri e dietro di loro compaiono due belle ragazze, statuarie, formose, che non possono passare inosservate: queste due ragazze si fermano alle spalle del bar dove si trova Arsenio. L’amico di Arsenio gli dice che quelle due ragazze sono le figlie di Filuccella che, come tutti i suoi figli, fanno lavori umili. Arsenio è attratto da una delle due ragazze, molto bella, la quale gli sorride pure: ad un certo punto la ragazza volta lo sguardo ed Arsenio vede che sulla guancia lei ha un chicco di caffè. Lui fa fatica a respirare (così si chiude il racconto, ndr).

Non è la prima volta che si occupa di narrativa, anzi si può dire che Lei è uno scrittore molto apprezzato: le ricordo Oltre il giardino dei fiori finti e il suo ultimo libro L’amore a voi dovuto, un poemetto in prosimetro dedicato alla memoria dei suoi genitori e riconosciuto dalla prestigiosa Fondazione Mario Luzi. Da dove nasce la sua passione per la scrittura?

L'amore a voi dovuto, Fondazione Mario Luzi 2016
L’amore a voi dovuto, Fondazione Mario Luzi 2016

 

La scrittura ti chiama, ti seduce, spesso non ne puoi fare a meno: io sono contrario alle scritture di “moda”, alle scritture da laboratorio. Oggi l’editoria è commerciale, infima, superficiale. La cultura, la scrittura sono un’esigenza, è un qualcosa che c’è, arriva, ti prende, ti salva e ti danna nello stesso tempo. Nel caso de L’amore a voi dovuto, l’ultimo libro, sono parole che non ho mai detto ai miei genitori, carezze che non ho mai fatto, baci che non ho mai dato; una volta che loro sono andati via, ho sentito questa esigenza di dare queste parole, questi baci che ho dato con la scrittura, una scrittura mai retorica perché risaltano gli oggetti: il pennello da barba, la rubrica telefonica, il portafogli, le camicie, gli oggetti quotidiani (uno stile che ricorda quello di Saba e di Montale). Attraverso questi oggetti, mai feticci, io li vedo ancora nella loro quotidianità, gli oggetti mi danno la possibilità di togliere ai miei genitori l’alone sacro e di dare invece l’alone quotidiano, cioè il recupero quotidiano. Questa divisione che ho fatto in versi e in prosa mi dà la possibilità di fissare in immagini veloci, in frasi scarne quella che è la loro realtà. Avevo un dubbio: può il mio privato “svendersi”?  Mandai il tutto alla Fondazione Mario Luzi e mi telefonò proprio il presidente, Mattia Leombruno, un critico letterario che riteneva l’opera valida e da pubblicare. Io avevo questo dubbio di svendere, svilire e calpestare questi miei sentimenti, dandoli al pubblico, ma il presidente mi disse: «Lei vedrà che troverà dall’altra parte la stessa sua commozione, la stessa sua intimità». E così è stato. Quando abbiamo presentato il libro, non hai idea della partecipazione, la condivisione, la commozione. Il libro ha terminato le copie: c’è la ristampa che parte la prossima settimana. Ecco la scrittura di cui parlavamo: andare oltre il tuo recinto e capire di trovare tante parti di te negli altri. Forse ho alzato l’altare più bello a mio padre e a mia madre, facendo conoscere la loro quotidianità, la loro normale eccezionalità. E in questo mi ha aiutato la scrittura.

“sono parole che non ho mai detto ai miei genitori, carezze che non ho mai fatto, baci che non ho mai dato”

Oltre il giardino dei fiori finti, il precedente libro, ci tengo molto a sottolinearlo perché lo stimolo me l’ha dato proprio Alda Merini (perché nel libro si parla di manicomio ndr) che io conoscevo già quando non era famosa: il 95% di quello che ho letto della Merini l’ho fatto mio. Merini si è persa quando Maurizio Costanzo l’ha lanciata, la vera Merini lì non c’era più. Lei mi ha fatto capire che i pazzi sono le persone più “sobrie”, più “sane”, più “vere”, più “libere” e soprattutto sono persone che hanno capito che il loro compagno più fidato è il dolore. Noi, invece, diffidiamo del dolore, lo vogliamo esorcizzare, lo vogliamo allontanare. E invece no: il dolore è nostro compagno, lo devi accettare, è feroce come tutti i compagni fidati, perché il compagno fidato quando tu sbagli ti dice che hai sbagliato. Questo manicomio è tutto sommato simbolo di libertà, perché tutte le madri lì non avevano i propri nomi, avevano altri nomi: VoglioilSole, Medea, Rondine, perché avevano un’altra vita forse la loro vera vita. Ma il nome a che serve? Qual è il nostro vero nome? Siamo senza nome in questa società anonima, loro (i pazzi) avevano risvegliato una nuova vita, un nuovo entusiasmo. I malati siamo noi. Io perché dico Oltre il giardino dei fiori finti? Perché oltre il giardino dei fiori che ognuno di noi cura, innaffia, esibisce con orgoglio – e sono fiori finti – c’è l’altro giardino con i fiori del dolore, che sono i fiori del manicomio. Ecco perché in questo giardino mi sono ritrovato e la scrittura mi ha dato la possibilità di andare anche nel mondo femminile che apparentemente è lontano, invece fa parte di me.

Oltre il giardino dei fiori finti, Guida 2012
Oltre il giardino dei fiori finti, Guida 2012

Oltre ad essere uno scrittore è prima di tutto un professore di Lettere e Latino. Presumo, quindi, che questa sua passione per la scrittura è stata in gran parte influenzata anche dai suoi studi umanistici. Oggi si discute molto, negli ambienti accademici, dell’utilità degli studi classici: secondo Lei, ha ancora un senso studiare le humanae litterae?

Hanno voluto in un passato recente, non dico eliminare, ma sminuire l’importanza dell’humanitas e delle humanae litterae: abbiamo fatto questo esperimento per una ventina d’anni. Quali sono i risultati, chiedo a coloro che hanno sempre mostrato diffidenza verso questa humanitas? Ecco il risultato: società anonima, come dicevo prima, vuota, società dei rapporti virtuali. Già questa società testimonia l’importanza delle humanae litterae, perché è una società che ha voluto fondarsi senza di esse. Ti dico di più: la Finlandia ha introdotto il latino nelle scuole, di nuovo; da studi precisi, scientifici hanno posto a confronto scuole con il metodo tradizionale (humanae litterae) e scuole – questo è accaduto in America – che hanno affidato al computer la cultura. Il risultato è un divario: sono ritornati alle “scuole tradizionali”, ma non perché il computer o i mezzi informatici siano inutili, ma è l’utilizzo che se ne fa: io devo usare il mezzo, non il mezzo deve usare me. Quindi la cultura umanistica è importante, perché l’uomo è al centro, è l’uomo il protagonista, il vincitore e anche lo sconfitto, è l’uomo con i suoi limiti e le sue virtù, con i suoi pregi e le sue ombre.

Si parla molto di latino e greco, in relazione alle iscrizioni al Liceo classico che sono in calo. C’è stato addirittura un “processo” al Liceo classico a Torino, qualche mese fa. E si discute soprattutto del ridimensionamento del Classico: “snellire” la scuola di Omero e Virgilio, riducendo magari le ore di greco e latino ed eliminando la traduzione, al fine di creare una scuola più “light”, più “accessibile” agli studenti e meno impegnativa. Contro questa “soluzione” di una “scuola facile” si è schierata la prof.ssa Paola Mastrocola, con un articolo pubblicato su Il sole 24ore. Secondo Lei, in che modo è possibile risollevare le sorti del Liceo classico? In un mondo sempre più tecnologico e globalizzato vale ancora la pena di studiare lingue parlate tremila anni fa?

E’ riduttivo pensare che il latino e il greco siano lingue “morte”. Come pure è riduttivo pensare che la modernità sia nel supporto informatico. La modernità è proprio una tradizione rivisitata, una tradizione attualizzata. Virgilio e Omero: dimmi se noi non siamo figli di Virgilio e Omero, se non siamo tanti “Ulisse”, dimmi se non c’è ancora oggi in atto una guerra tra “Troiani” e “Greci”, tra oppressi ed oppressori, se ancora oggi non c’è un’Asia Minore. È una ripresentazione, una ripetizione, un senso vichiano della storia molto forte. Ma la cosa bella qual è? Che tu lo tieni presente attraverso l’arte, quando a parlare è l’arte, quando a parlare è la poesia.

“dimmi se noi non siamo figli di Virgilio e Omero, se non siamo tanti “Ulisse”, dimmi se non c’è ancora oggi in atto una guerra tra “Troiani” e “Greci”, tra oppressi ed oppressori, se ancora oggi non c’è un’Asia Minore. È una ripresentazione, una ripetizione, un senso vichiano della storia molto forte”

Il latino, il greco quindi io non li vedo come qualcosa di strettamente legato ad una traduzione difficile o ad un modo di pensare e di scrivere particolare, no: è l’importanza del lessico, l’importanza della parola. Il verbum in latino significa “parola”. Noi non diamo più l’importanza alla parola: quale colloquio instauriamo e quando parliamo, quale parola usiamo? Quale comunicazione, se non quella appunto virtuale? La traduzione non è soltanto un fatto tecnico, è un fatto analitico, logico, è una elasticità mentale. L’uscita in –a del latino è paurosa: ablativo, genitivo, singolare, vocativo ecc…  Tu alunno ti sottoponi ad un esercizio di elasticità, di elaborazione che oggi non c’è più, perché siamo abituati oggi ad accettare le cose così come sono state dette senza riflessione, senza rielaborazione. Il latino, il greco, la cultura classica è libertà, è dignità, è senso del dovere. La cultura è sacrificio, è rinuncia, ma con questo non voglio dire qualcosa di straziante, ma soltanto con il sacrificio riesci a realizzare te stesso, a comprendere ciò che hai. Oggi molto spesso ai ragazzi si dà tutto in maniera veloce e gratuita: i nostri figli non hanno cultura, ma non nel senso che non conoscono il latino. Non hanno un approccio con la realtà e con se stessi. Gli studi classici sono fondamentali, non è una difesa di parte la nostra: grandi ingegneri, grandi medici, grandi architetti, anche grandi matematici hanno fatto studi classici. Quindi è riduttivo, ma qua c’è un progetto politico perfido. Ho notato che la crisi della società italiana coincide con questo periodo: fino agli anni settanta, il latino era obbligatorio e rigoroso nelle scuole medie. Io penso che da quando è stato abolito il latino nella scuola media non abbiamo capito più niente. Il crollo, o meglio la crisi morale e culturale coincide con il crollo del latino nella scuola. In questa nuova società l’humanitas è scomparsa. Altra cosa molto fastidiosa, anche dovuta forse ad una mentalità borghese – italiana, è l’avversione verso gli studi umanistici: gli studi umanistici fino a ora erano identificati col Liceo classico, e chi andava al Liceo classico erano i “figli di papà”, la futura classe dirigente. Quindi, è come se io abbinassi classe dirigente – Liceo classico, studi umanistici – ceto sociale elevato. È vero che i “figli di papà”, per prestigio, sono andati lì, ma sono diventati ricchi perché arricchiti da sé, non per cultura. I veri colti sono quelli che hanno frequentato il Classico, provenendo da condizioni umili. Quindi questo fraintendere gli studi classici come studi del “potere” è gravissimo.

Sta lavorando alla stesura di un nuovo libro? Quali sono i suoi progetti futuri?

Sì, in effetti l’idea c’è. C’è l’idea di un romanzo, ci sto lavorando anche se in maniera un po’ discontinua e questo mi dispiace, perché ci vuole continuità, regolarità. Ti dico anche questo: per me la scrittura è anche curare con i ragazzi alcune attività, di fatti abbiamo realizzato l’anno scorso un bel libro, un libello, in prosa. Realizzare la scrittura attraverso un romanzo è la forma più alta, è un’esigenza talmente forte che quando tu alla fine lo hai scritto ti domandi: E poi? Io diffido di quelli che dicono “io scrivo per me”. Che senso ha scrivere e non essere pubblicati? Che senso ha scrivere e non essere letto? Lascia perdere il prestigio, le copie vendute. L’autore deve essere colui che forma: questa, diceva Saba, è la letteratura pura, la letteratura che dà perché vuole dare, non perché deve ricevere. La letteratura come confronto, come dialettica. Io ho avuto la fortuna di pubblicare, non pagando e di far conoscere i miei libri al nord. Ho avuto anche l’occasione di pubblicare con la Guida di Napoli, che è una casa editrice fondamentale e come casa storica è stata chiusa. La nostra realtà del sud purtroppo è una realtà ai margini: qui non c’è una casa editoriale forte. È difficile farti leggere e conoscere se non vai al nord, è un’amarezza che ci accompagna. Si è perso il senso della bellezza in questa società.

Quindi secondo Lei, con la crisi della “bellezza” e della cultura umanistica, c’è il pericolo della creazione di una dittatura?

Eccome, ma la nostra è già una dittatura, noi già stiamo in guerra da tanto tempo: la terza guerra mondiale è scoppiata, è una guerra culturale. È una dittatura quella che ti impone certi gusti, ti impone certe scelte, ti impone certe parole. O quella che non ti impone certe parole.

Montale:

« […] Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. »

Ecco, ci hanno ridotto a questo: ti posso dire che sono inserito, ti posso dire che sono felice, ti posso dire che sono compreso, che sono me stesso; il poeta onesto non te lo può dire. Ci hanno imposto questa dittatura. E non ce ne accorgiamo.

(Intervista a cura di Antonino La Mattina, Lucia Genovese) Tratto da " Avellino ZON"

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