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Indovinello.....Int’ ‘a l’uorto nce stà na cosa tonna ca tene li pili comm’a na cionna.(La cipolla)

michelangelo petruzziello

“Nec tu temporis algidi / maesta incommoda perferens, / nuda et querulas vides / sese fletctere silvas”. 

Chi direbbe che l’autore di questi eleganti versi latini possa essere una “gloria” di Montefalcione piuttosto che di Venosa o di Sulmona?

Il cognome stesso non lascia dubbi, il professor Michelangelo Petruzziello nacque a Montefalcione, nella contrada Toriello il 12 gennaio 1902 dove dopo una lunga attività didattica, prevalentemente al Liceo Tasso di Salerno, si spense cinquant’anni fa, nell’agosto del 1961.

Un lavoro del preside Virgilio Iandiorio, portato a termine col prezioso sostegno del professor Fausto Baldassarre ci rivela l’interessante fisionomia letteraria di questo irpino che seppe trarre dalla lingua latina esiti di autentica poesia.

Scrivere in latino, un lusso per pochi, per quelli che , per intenderci, essendo nel pieno possesso dei meandri grammaticali e sintattici di una lingua complessa, può dispiegare le risorse della sua sensibilità come se si esprimesse nella lingua corrente.

E’ l’eterno “segreto” che i maestri che trasmettono il dominio di uno strumento musicale “realizzano” nel loro percorso educativo.

La musica non si trasmette attraverso la decodificazione dei segni che l’esecutore legge sullo spartito. 

E’, questo, un traguardo che chiunque studi con assiduità può raggiungere.

E il pubblico non applaude chi, semplicemente, legge… tutte le note.

Il pubblico riceve sensazioni, frutto delle intenzioni interpretative di chi suona, soltanto se l’esecutore, una volta nel pieno possesso della tecnica esecutiva, può scorgere, alla luce della sua sensibilità, i messaggi arcani nascosti dietro e aldilà i segni.

Così Petruzziello che, dominando la lingua latina alla perfezione, si è potuto concedere in libertà e immediatezza alla forza travolgente di una vena autentica.

La storia della sua vita è quella di tanti giovani che all’inizio del secolo scorso si sono fatti strada studiando nei Seminari, nella fattispecie quello di Benevento, una scuola rigorosa, forte dell’attività di docenti di straordinaria consistenza culturale.

Michelangelo Petruzziello aveva vissuto i primi anni della sua vita in una famiglia di agricoltori, qualche ettaro nella contrada Toriello, all’ombra di una papà che, forte di una licenza elementare, cosa rara per l’epoca nel mondo rurale, sentiva forte la voglia di leggere, approfondire, accrescere la sua istruzione.

E papà Vincenzo lesse e rilesse “I promessi Sposi”.

Come non poteva non sentire il futuro poeta il richiamo della scuola ?

Al Seminario di Benevento si temprò nelle lingue antiche, non abbracciò la vita sacerdotale ma si  iscrisse alla Facoltà di Lettere dell’Università di Napoli .

All’epoca era più semplice imboccare le vie dell’attività didattica, si conferivano supplenze anche agli iscritti ai primi anni dell’Università, non si sentiva parlare di precari della scuola.

Petruzziello si abilitò all’insegnamento di materie letterarie nelle superiori e svolse la sua attività di docente  presso l’Istituto Commerciale Amabile di Avellino, presso l’Istituto Magistrale Imbriani ( che nelle pagine di un pregevole Annuario pubblicato all’epoca della presidenza di Giuseppe D’Errico ricordò l’illustre docente – poeta).

Dal 1933 al 1930 insegnò a Lagonegro e a L’Aquila e dal ’39 al 61 fu ordinario di Italiano e Latino al Liceo Tasso di Salerno.

La produzione poetica in latino lo fece trionfare nei Concorsi più importanti che si tenevano all’epoca.

Risultò secondo classificato al Certamen Capitolinum nel 1953 con il racconto “Mater infelix” tra i primi classificati nel 1955 con l’opera “Marifulcus”.

Per due volte si impose all’attenzione dei rigorosi giudici del “Certamen Hoeufftianum”, una competizione prestigiosissima che vide tra i vincitori Giovanni Pascoli.

La sua serena vita di poeta e di docente nel più illustre Liceo salernitano fu interrotta da una improvvisa, gravissima malattia.

Volle far ritorno a Montefalcione nella sua campagna e tra l’affetto degli amici.

Il dottor Felice Baldassarre, indimenticato medico condotto di Montefalcione, lo curò amorevolmente.

Gli fu particolarmente vicino Arsenio Baldassarre, bella figura di insegnante e poeta.

Si spense nella masseria paterna di contrada Toriello nell’agosto del 1961.

Nel ricordo dei più anziani i funerali del poeta, imponenti per partecipazione di popolo e, in particolare, per la massiccia presenza dei docenti e degli alunni del Liceo Salernitano nel quale era ancora in servizio.

“Il recupero poetico di una lingua morta, il latino, scrisse il preside Iandiorio ( autorevole collaboratore del nostro Corriere), può sembrare un operazione di retroguardia.

Ma il latino di Petruzziello è linguaggio inquieto, segno di una destabilizzazione dell’uomo contemporaneo, di una rottura dell’intellettuale col mondo”.

In realtà l’uso di un linguaggio così esclusivo non frena o attenua una vena poetica autentica che si compiace di cantare la campagna e le sue suggestioni.

E’ poesia di sensazioni e di colori come nel felice passaggio (Vetus pistrinum) in cui, pur nell’oggettiva difficoltà per l’uso di un linguaggio che dovrebbe aver perso quell’immediatezza delle lingue d’uso, riesce a cogliere e a rendere con elegante efficacia descrittiva i colori della campagna.

“Persino il luccichio momentaneo della pelle della lucertola, scrive ancora Virgilio Iandiorio, viene attenuato da quello più scuro della vegetazione di edere, che coprono tutto l’edificio collabente e non lasciano filtrare che un poco di luce”.

Le tonalità crepuscolari che non è difficile cogliere nei versi latini del poeta irpino sottolineano, d’altro canto, il senso della caducità delle cose, lontano da fatalistiche conclusioni e stemperato nella contemplazione della vita serena dei contadini e dei paesaggi campestri.

La contrada Toriello, rimasta nel cuore del poeta, è un fondale immaginario che diventa sostanza stessa della poesia.

Una piccola, ridente frazione di Montefalcione si ritrova un suo autorevolissimo cantore, un poeta tutto suo che ha fissato in un elegante latino le suggestioni di quel paesaggio.

Alla cicala, “parva cicada”, attaccata al ramo verde dell’albero, si rivolge con tenerezza, nel ricordo delle tante cicale, unica colonna sonora nelle placide sere di Contrada Toriello che facevano udire il loro stridulo canto.

“…nec cessas quoad humida / mox mundum placidis tegat / umbris et teneat quies / moliis frondea rura”.

E’ la “parva cicada” che non smette di cantare “ finchè la notte / umida non copra di placide ombre / la terra / e una dolce quiete domini / i campi ricoperti di fronde”.

A cinquant’anni dalla scomparsa  di questo fine poeta si spera in un piccolo segno che valga la testimonianza di una memoria.

VIDEO PESIA "MULINO ANTICO"

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