Testimonianza Antonio Iantosca

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Quando gli alleati ci hanno bombardato

<<Lavoravo in una fabbrica nazista, poi attaccata dagli americani

La Storia di Antonio Iantosca, prigioniero dei tedeschi dopo l’armistizio

Tratto da Otto Pagine di giovedì 7 agosto 2006 di Giuseppe De Nisco

Nella sua casa di Montefalcione, nel cuore del borgo antico, Antonio lantosca, classe 1922, mi racconta la sua esperienza di prigionia, come internato militare italiano nei campi di concentramento della Germania.

Quando fu catturato dal tedeschi?

Pochi giorni dopo l'armistizio dell'8 settembre. Dove si trovava? A Ventimiglia. Eravamo stati inviati al confine cori la Francia come truppe di presidio. lo ero assegnato al  V° reggimento Marcia ed ero addetto al rifornimento truppa.

Cosa accadde dopo l'8 settembre?

Quando si verificarono i fatti dell'8 settembre, lo ero in viaggio per Ventimiglia su un camion rifornimenti insieme ad alcuni compagni bergamaschi e lombardi. Non sapevamo niente dell'armistizio. Giunti al presidio di Ventimiglia, lo trovammo occupato dai tedeschi. Fortunatamente riuscimmo a fuggire con il camion e decidemmo di fare la via interna, che pensavamo fosse più sicura. Ci fermammo a Monza, dove un nostro compagno conosceva un convento di suore, che ci avrebbero nascosti. Stavamo avviandoci a piedi verso Il convento ed addosso avevamo ancora la divisa, perché non eravamo riusciti trovare abiti civili. Fu in un attimo, che davanti a noi si pararono soldati tedeschi armati, che ci catturarono e ci intimarono di seguirli.

Dove vi portarono?

Alla stazione: Lì c'erano altri italiani, tutti militari, dell'eser-cito, della marina, dell'aviazione; c'erano soldati semplici ed ufficiali. Il treno era di quelli usati per trasportare gli ani-

mali. E come bestie fummo rinchiusi nei vagoni, alcuni dei quali erano coperti, altri scoperti: e vi lascio immaginare cosa significhi in autunno, con la pioggia ed il vento, viaggia-re in un carro scoperto. In ogni vagone c'erano ottanta persone, rinchiuse in uno spa zio angusto, senza aria, con la puzza dei nostri stessi escrementi… perchè dovevamo

farli !!! Ad ogni stazione, i tedeschi aprivano le porte e ci facevano respirare.;Poi ci davano una brada glia ed un pò di pane: ,nero,-Qualcuno che si sentiva male; veniva fatto scendere e non risaliva più sul treno ...scompariva.

Dove foste condotti?

Dopo, venti giorni di viaggio arrivammo in un campo di concentramento, nei pressi di Francoforte. La stazione era all'interno del campo, come ad Auschwitz. Ci fecero scendere, ci denudarono e ci vestirono con una divisa grigioverde, con su scritta la sigla Imi, internato militare italiano.

Come era organizzato il campo?

Era diviso in due zone da un reticolato elettrificato. Da una parte c'eravamo noi italiani, dall'altra i francesi. 1 francesi avevano il conforto e la presenza della Croce Rossa Francese, che li nutriva e li aiutava, mentre noi italiani venivamo trattati molto peggio. Poiché loro avevano da mangiare in più rispetto a noi, spesso ce ne davano un po, lanciandolo oltre il reticolato. Era rischioso, perché potevi morire fulminato o potevi essere picchiato dai soldati, ma la fame era troppa.

E la Croce Rossa Francese non poteva accedere alla vostra zona?

No, non le era concesso. Solo una volta, nel Natale del 44, riuscì a mandarci un pacco con biscotti, marmellata, cioccolata. Non le dico la gioia.

Avevate notizie; della guerra o di quello che accadeva in Italia?

No. Una volta i tedeschi andavano dicendo compiaciuti "Napoli… Kaput… Napoli… Kaput". Non sapevamo cosa intendessero….solo dopo, al ritorno in Italia; capimmo che si riferivano all'eruzione del Vesuvio. del marzo '44. Un'altra volta, invece, qualche mese dopo il nostro arrivo, nel campo fu azionato un grammofono, con un disco che parlava a noi italiani prigionieri. Diceva che, se volevamo, potevamo porre fine alla prigionia ed aderire alla RSI: avremmo combattuto al fianco dei tedeschi e con i neofascisti della Repubblica di Salò„I contro gli alleati. Pochi aderirono, Molti, tra cui io, preferirono continuare a patire la Prigionia.

Quanto tempo restò al campo ?

Pochi mesi, perché poi ci fu una selezione. Vennero scelti i più robusti e sani, da destinare alle fabbriche od ai campi. Io fui assegnato ad una fabbri-ca di Stukas, gli aerei tedeschi. La fabbrica si trovava a Kassél.

Il lavoro era duro?

Sì. Lavoravamo otto ore al giorno e la notte dormivamo in baraccamenti nei dintorni della fabbrica: i letti erano costituiti da tavole di legno con un pò di paglia. Il cibo era poco e pessimo, la fame ci divorava e non potevamo nemmeno arrangiarci, perché  se ti vedevano solo avvicinarti ai barili dei rifiuti del refettorio, ti sparavano a vista.

Nel :periodo in cui lavorava in quella fabbrica lei à scampato ad un bombardamento alleato,- Me ne vuole parlare?

Fu alla fine del-44. ci,fu una incursione` aerea; che rase completamente al suolo la fabbrica. ('era da, aspettarselo visto che era una fabbrica di aerei militari. Ma non facevano danni tanto le bombe, quanto gli aerei stessi, che esplodevano, perché pieni di carburante.

Come vi salvaste?

I tedeschi si salvarono nel rifugio antiaereo, che stava nel centro della fabbrica e a cui noi prigionieri non potevamo accedere. Noi dovevamo scendere nei locali sotterranei della fabbrica ed attendere li la fine del bombardamento. lo ed altri compagni però non scendemmo nel sotterraneo. Restammo nel piazzale antistante la fabbrica e ci salvammo, perché il tetto del sotterraneo crollò, seppellendo quelli che vi erano scesi. Di trecento italiani, ne sopravvissero quaranta. Molti restarono mutilati

.Agli inizi del 45 lei viene liberato dagli americani e comincia il suo viaggio di ritorno.

Sì. Visto che i tedeschi erano fuggiti e ci avevano lasciato a noi stessi, decidemmo di andare via dalla fabbrica. Passammo alcune settimane vagando nei boschi e mangiando quello che capitava. Alla fine incontrammo gli americani. Questi ci sfamarono e ci vestirono. Ci portarono in un campo, di raccolta a Fritzlar. Poi ci lasciarono  tornare a . casa. Partii da Francoforte in trèno ed arrivai in Italia, dove la tradotta del Nord  mi portò fino; ad Avellino. Ormai ero a casa poi, .a .piedi arrivai a Montefalcione.