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Testimonianza Antonio Ruberto

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<<Ero un soldato semplice, così mi salvai>>

La testimonianza di Antonio Ruberto classe 1920

Tratto da Otto Pagine di giovedì 7 dicembre 2006 di Giuseppe De Nisco

Ero un soldato semplice così mi salvai”

La storia di Antonio Ruberto, classe 1920, di Montefalcione, sta tutta nei suoi occhi, profondi ed intensi. Occhi profondi come la coltre di neve, In cui i soldati italiani del CSIR, Il Corpo di Spedizione Italiano,' affondavano fino alle ginocchia, durante la spedizione In Russia nell'inverno del 42. Occhi che hanno la stessa Intensità della pallida luce solare riflessa sullo sterminato deserto di ghiaccio della steppa. Mi dice Innanzitutto che chi non ha fatto la guerra non può avere alcuna idea di quello che essa ha rappresentato in termini di disagi, paure, sofferenze, privazioni.

Dopo essere stato chiamato alle armi, lei viene destinato prima in Francia, poi in Jugoslavia Quando parte per la Russia?

Era il maggio del 1941. Partimmo da Roma (Caserma Cecchignola) ed arrivammo fino al Brennero, dove ci attendeva il treno militare, la tradotta, che ci avrebbe condotti in Russia. La prima tappa fu in Germania, poi attraversammo vari Paesi, la Cecoslovacchia, l'Ungheria, là Romania.Dopo alcuni giorni di viaggio ininterrotto, ci inoltrammo in territorio russo, più precisamente nell’Ucraina. Ci accorgemmo subito che lì era passata la guerra: profonde buche nel terreno, segni dei bombardamenti e delle granate. Quindi arrivammo a Kiev, sul fiume Dnjeper, a cinquanta chilometri dal Don., dove erano concentrate le truppe italiane.

Quale era la sua qualifica nell’esercito?

lo ero soldato semplice ma poiché sapevo lavorare il ferro ed avevo una certa esperienza come meccanico, ero stato nominato dal mio Capitano responsabile della riparazione degli automezzi: forgiavo pezzi 1 di ricambio e li montavo sul mezzi.

Quando iniziarono per lei f primi combattimenti?

Sul fiume Dnjeper. Dovevamo attraversare il fiume, laddove l'acqua era più bassa e la colonna aveva appena cominciato le operazioni per passare sull'altra riva. Lo mi trovavo su un camion, che trasportava,granate  e fui uno dei primi a guadare il corso del Dnjeper. All’improvviso  a poca distanza da me vidi uno dei nostri camion saltare in aria su una mina. Ci misi poco a capire che ci trovavamo nel mezzo di un campo minato e che il camion, su cui mi trovavo,l o aveva miracolosamente attraversato.

Cosa ricorda di quella drammatica esperienza?

Fu terribile. Ricordo che il camion prese fuoco all'improvviso, quasi fosse stato di paglia e poi saltò in aria. Alcuni dei soldati che trasportava morirono, altri riportarono gravi ustioni sul corpo

.Una volta attraversato il Dnjeper dovevi dirigeste?

Puntammo su Karkov (oggi Ucraina), dove arrivammo. nel dicembre del 41. Intorno a Karkov io ed altri compagni, che viaggiamo  fummo attaccati dai russi Per primi arrivarono i  MIG i temibili aerei russi, a mitragliarci. Alcuni mie compagni morirono davanti ai miei occhi. Ricordo che un mio compagno era saltato giù. dal camion per ripararsi accanto ad una ruota, ma fu centrato in pieno da una scarica, mentre io, che non avevo avuto tempo di scendere, mi salvai per questo. Poco dopo ci spararono addosso russi della fanteria ed un proiettile mi colpì al piede, facendomi saltare il tacco della scarpa,senza ferirmi. lo ed altri compagni ci riparammo in una isba

Cos'è la isba?

E' la tipica abitazione russa: ha forma quadrata, un piano unico e spesso stanza unica. Il tetto è a piramide,fatto di paglia intrecciata. Entrammo per trovare riparo, ma già sentivamo il rumore dei MIG. Ci trovammo nel mezzo di un bombardamento. Una bomba esplose proprio nelle vicinanze della casa, facendo crollare parte di un muro: i mattoni mi colpirono alla schiena con una violenza tale che ancora adesso ho un segno nero,laddove ho preso il colpo.

Com'è l'inverno. russo?

Sembra una punizione  ovunque c’era neve e ghiaccio, un deserto bianco. C’erano 40 gradi sotto zero. Una volta al giorno giungevano i viveri: il pane era un pezzo di ghiaccio e Il vino lo portavano nei sacchi distribuendo poi una lastra ciascuno, che veniva sciolta nella gavetta sulla stufa. Il gelo ne impediva però la conservazione e il vino gelava all'istante, come l'acqua fiche tiravo su dai pozzi con il secchio.

.Eravate equipaggiati contro il freddo?

Per niente. Non avevamo né gli stivali imbottiti, 'che indossavano I tedeschi, né le racchette da neve e gli sci, che usavano ! russi (non avremmo neppure saputo usarli !n verità!). Molti miei compagni hanno avuto problemi di congelamento, soprattutto a mani e piedi ed io stesso una volta ho rischiato di non svegliarmi più.

Come è andata?

Una notte, insieme ad un altro compagno, mi fermai In una isba abbandonata, il cui tetto era crollato ed aveva formato un letto di paglia sul pavimento. Decidemmo di restare a dormire lì. Ci poggiammo sulla paglia e ci addormentammo. L'indomani, al risveglio; faticavo a muovermi, ero tutto intorpidito e mi trovai sprofondato in un metro di ghiaccio. La paglia, infatti, sotto il nostro peso, si era appiattita, seppellendoci nella neve.

Cosa accadeva quando qualcuno di voi aveva problemi di congelamento?

Se era grave, veniva spedito all'ospedale da campo o addirittura rimpatriato. Se non era grave, Invece, bisognava arrangiarsi. Spesso ci soccorrevano gli stessi abitanti della steppa, che conoscevano dei modi di riattivare la circolazione della parte congelata facendo dei massaggi con la neve!

Quando è rientrato in Italia ?

Nell'agosto del 1942 In Aprile, avevo contratto il tifo pidocchiale e fui ricoverato nell'ospedale da campo. Li; viste le mie condizioni  (pesavo 35 chili); decisero di rimpatriarmi con la tradotta, Durante il viaggio di ritorno vedevo. soldati-a piedi, infreddoliti e stremati....forse il tifo, in un certo senso; mi,ha salvato dalla steppa. .