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Testimonianza Gennaro Abruzzese

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" Dopo Badoglio? Ci trovavamo in Grecia e i Tedeschi ci fermarono"

Tratto da Otto Pagine di giovedì 7 dicembre 2006 di Giuseppe De Nisco

 

Gennaro Abruzzese, originario di Montefalcione, nato nel 1923, ci accoglie nella sua casa, semplice e austera come i casolari contadini di inizio novecento. Sembra davvero di essere proiettati in un'epoca passata, se l'attualità di alcune immagini- televisive non ci ricordasse di essere ai giorni nostri.

Lei è partito nel marzo 43, pochi mesi prima della proclamazione dell'armistizio tra Badoglio e le truppe anglo-americane. Dove si trovava 1'8 settembre 1943

In Grecia. Il reggimento cui appartenevo (il 230° Fanteria, Divisione. Brennero) era stato destinato come presidio nei Peloponneso, ad Atene. I tedeschi presenti nella capitale ellenica avevano appreso la notizia del cambio di fronte Italiano prima di noi;la sorpresa fu quindi tale che riuscirono a farci prigionieri senza sparare un colpo. Facilmente ci circondarono, ci tolsero le armi e ci caricarono su dei camion.

Dovevi portarono?

Oltrepassammo 'i confini della Grecia, attraversammo la Jugoslavia, la Polonia la Cecoslovacchia, fino alla Russia, a Stablokja, dove era stato attrezzato un campo di lavoro. Fummo spogliati di quello che avevamo addosso,fummo depilati e, tutti nudi, fummo disinfettati. Alla fine ci vestirono con una divisa, su cui era cucita la sigla IMI, inter-nati militari italiani.

Come era organizzato ql .campo?

Era .un campo misto:c'erano italiani e'francesi. e. soprattutto russi; provenienti dal fronte le baracche non avevano letti, si dormiva a terra nel fango.'

Che genere di lavoro le facevano fare?

Io lavoravo alle ferrovie vie: il mio compito consisteva nel modificare le dimensioni di alcune parti dei convogli russi , adattandole ai binari tedeschi: le ferrovie russe avevano infatti uno scartamento diverso da quello delle ferrovie tedesche. E poi c'era le stagno...

Lo stagno?

Ero davvero bravo a lavorare lo stagno. Creavo degli oggettini o dei piccoli arnesi, che poi scambiavo con cibo o coi i bollini dei pane.

A cosa servivano i bollini?

Nel forni fuori dal campo, per prendere il pane, bisognava fare la fila con i bollini. Di ritorno dal lavoro lo uscivo, non visto, dalla fila dei prigionieri, mi lanciavo nel forni e prendevo con quei bollini il pane, che poi mi nascondevo addosso.

Oltre a mandarla alla ferrovia le facevano fare anche altri lavori?

Sì: Spesso capitava che; all'arrivo del (treno del -viveri nel campo; .l soldati. tedeschi prendevano dalle-baracche quelli di noi che si. offrivano. Volontari,.e ci facevano scaricare-i sacchi di patate; le casse di ortaggi: -lo; ero sempre—il primo ad offrirmi per queste mansioni, perché così-avevo la possibilltà di rubare qualche patata e di portarla-nel campo.

Come faceva?

La nascondevo nei calzoni

E non la perquisivano prima di ritornare al campo?

A volte si e a volte no. Al ritorno io ero sempre l'ultimo della fila. Quando -vedevo ché davanti c'erano controlli che, facevo cadere le patate, lasciandole scivolare da dentro i calzoni. Quando riuscivamo a potare nel campo qualche patata, le cucinavamo sulla stufa, che immetteva calore negli ambienti della baracca.

Per quanto tempo restò in quel campo?

' Fino al settembre 44. Poi i tedeschi decisero di abbandonare Il campo, perché i russi stavano avanzando. Ci caricarono, sui treni e ci portarono a' Colonia, dove era situato un altro campo. Accanto:. alla nostra zona c'erano i russi prigionieri, con. i quali a volte facevo contrabbando.

Ha mai rischiato di essere scoperto o picchiato dai tedeschi?

Non dai tedeschi, ma dai russi. Una volta, infatti, attraversai il filo spinato (lo facevo spesso –per poter fare qualche scambio. con i prigionieri sovietici) per raggiungere la zona russa: dovevo scambiare una camicia con del pane. Non riuscimmo ad accordarci sullo scambio ed i russi alla fine mi picchiarono. Per sfuggire a loro; mi lanciai verso il filo spinato, ferendomi le braccia e le gambe. Fui portato in ospedale, dove "fortunatamente", mi diagnosticarono la scabbia.

Dove era quando arrivò l'ordine, in base al quale gli internati militari italiani venivano considerati a tutti gli effetti lavoratori civili?

C'eravamo spostati ancora da Colonia a Weiden, perché. i russi stavano dilagando in Germania da est e gli americani da sud e da ovest, stringendo,ormai in una morsa la Germania nazista. Alla fine del 44, a Weiden, ero ormai lavoratore civile ed ero stato destinato ad un forno: facevo il pane.'A Weiden restai fino al 5 aprile del 45, quando un bombardamento alleato. Sconvolse la città. Quando la sirena d'allarme indicò che gli aerei stavano sopraggiungendo, insieme ad altri compagni mi rifugiai su una collina, da dove potevo,vedere le fortezze volanti americane sganciare un numero impressionante di bombe sulla stazione e sul ponte- girevole della città. Restammo un bel pò su quella collina, finché il bombardamento non fu terminato e su, Weiden, ormai distrutta ed incendiata; scese una calma surreale. Scesi di. nuovo in città, dove stava ormai entrando una; colonna americana. Questi mi medicarono la ferita ...

Quale ferita?

Entrando in città mi ero buttato in un magazzino della singer in cerca di vestiti. Il magazzino era stato colpito da una bomba e all'interno si era sviluppato un incendio. A terra c'erano dei tubi di plastica, che l'eccessivo calore aveva in parte fuso; io inciampai in un filo e caddi su uno di quei tubi, bruciandomi le gambe. Quando fui trovato dagli americani, ero mezzo svenuto. Fui medicato e nutrito e, poiché conoscevo il tedesco, gli americani mi chiesero di fare l'interprete per loro. Restai due mesi con le truppe alleate poi finalmente mi lasciarono tornare a casa.

Come torno sino a Montefalcione?

Partii a piedi con altri due compagni, uno di Lapio e un altro di Atripalda. Con noi avevamo una carta geografica; con cui cercavamo di orientarci e un carretto, su cui avevamo del cibo e che trainavamo a turno. Seguendo le indicazioni della carta e mangiando quello che ci portavamo dietro sul carretto, camminammo per due mesi, raggiungendo la città di Innsbruck. Qui riuscimmo a prendere una delle tradotte, che conducevano in Italia. Il' treno ci portò fino a Benevento, da dove a piedi prendemmo la via di Montefalcione.

Quando arrivò a casa?

Era il 14 luglio 1945.

Ultimo aggiornamento (Domenica 16 Gennaio 2011 12:19)