Montefalcionesi in Svizzera

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Montefalcionesi in Svizzera

 

L'emigrazione montefalcionese in Svizzera, sviluppatasi in ritardo rispetto a quella in altre nazioni europee, è stata caratterizzata da alcune peculiarità che l'hanno resa alquanto diversa dagli altri flussi migratori.

In primo luogo la vicinanza della Svizzera con l'Italia ha fatto venir meno il disagio emozionale e psicologico che ha reso le altre emigrazioni più drammatiche e più cariche di tensione. Il Montefalcionese che emigrava in Svizzera, intorno agli anni '60, non provava più la sensazione di "distacco" dalla propria famiglia, dalle sue "cose", dai suoi beni, dal suo paese.

Subito dopo la guerra, le prime partenze per gli USA, il Venezuela, il Canada, per la lontana Argentina, per l'Inghilterra, davano l'impressione che il lungo "viaggio" potesse anche essere definitivo, ed erano circondate da incertezze, conflitti interiori, dubbi. I giorni precedenti la partenza, la casa dell'emigrante era mèta ininterrotta di parenti e amici, che porgevano auguri di buona speranza a colui che era in procinto di partire, ma si stringevano anche intorno ai vecchi genitori che rimanevano soli, infondendo loro espressioni di affetto e di coraggio, e promettendo solidarietà e aiuto in caso di bisogno.

L'emigrante era incerto sul suo futuro, preoccupato per il viaggio, dubbioso sull'ospitalità nella nuova e sconosciuta terra; e in più era oppresso, nel profondo del cuore, da un sentimento angoscioso e triste: non sapeva se un giorno, sia pure lontano, avrebbe potuto rivedere e riabbracciare i suoi cari, i parenti e gli amici, e chissà se e quando avrebbe potuto toccare nuovamente il suolo del suo paese tanto amato.

E partiva col cuore amareggiato, affranto, tra le lacrime strazianti della vecchia madre e il coro dei paesani, che lo salutavano con baci, abbracci, pacche sulle spalle e parole di incoraggiamento.

Purtroppo per alcuni fu l'ultimo viaggio: dagli USA, dall'Argentina, dall'Inghilterra non tornarono più.

Per la Svizzera, fortunatamente, così non è stato, anche per le peculiarità cui in principio si è fatto cenno.

L'emigrante diretto in Svizzera era sorretto dalla gradevole sensazione che la "partenza" non era definitiva; pertanto il "distacco" era meno grave e angosciante. Egli era consapevole che si trattava di un viaggio di lavoro, che non implicava affatto la rinuncia ai suoi affetti, alla sua famiglia e alla sua terra. Anzi era convinto di tornare al proprio paese, alla fine del periodo di lavoro.

Per questo motivo egli non ha mai reciso i legami col paese natale, con le tradizioni, i costumi, la cultura, a differenza di quanto è avvenuto per coloro che sono emigrati in terre più lontane. Il legame con la terra d'origine veniva coltivato e mantenuto vivo da piccole ma significative cose, come la possibilità di tornare in Italia più spesso e in ogni occasione ricordevole, oppure ricevere visite di parenti e amici nella vicina Svizzera.

Un'altra caratteristica dell'emigrazione in Svizzera era rappresentata dal fatto che le giovani coppie erano solite partire da sole e lasciare i figli alla cura dei vecchi genitori che avrebbero provveduto alla loro istruzione e educazione. Ciò anche perché all'inizio gli emigranti trovavano molte difficoltà nel reperire qualche alloggio idoneo e i figli avrebbero costituito un notevole intralcio. Ai bambini, comunque, veniva risparmiato in tal modo il brusco distacco dal proprio ambiente e ciò era motivo di rasserenamento. E in questo sentimento si trovava anche la forza di superare le difficoltà di un eventuale ambiente ostile.

Per tale momentanea situazione psicologica di "distacco" breve, il Montefalcionese in Svizzera non era assillato da problemi di integrazione nella nuova società e nel nuovo territorio e superava facilmente anche problemi di ordine linguistico. Lavorava in Svizzera, ma costruiva una casa al proprio paese, dove contava di trascorrere serenamente gli anni della vecchiaia.

Per tutti questi motivi, sotto certi aspetti favorevoli, l'emigrazione in Svizzera fu come un fiume in piena che svuotò completamente il paese. Non c'erano ostacoli buroratici, mancavano i controlli di ogni genere, si poteva circolare liberamente, per cui le partenze per la Svizzera si susseguivano sempre più numerose e frequenti. Il boom si ebbe a cavallo degli anni '60.

1 Montefalcionesi sono numerosi in tutta la Confederazione Elvetica. I più affollati sono il Cantone di Ginevra e i Cantoni tedeschi di San Gallo, Turgau, Lucerna, Zurigo, Basilea, Berna. Pochi hanno trovato lavoro nel Canton Ticino, la Svizzera Italiana, a Lugano, Locarno e Bellinzona.

a) A Ginevra, sulle sponde del Lago Lemano

Il più affollato di Montefalcionesi è il Cantone di Ginevra.

Anche se meno drammatica in assoluto, l'emigrazione in Svizzera, e quella di Ginevra in particolare, agli inizi fu densa di incognite e richiese ai pionieri ingenti sacrifici, superati solo con la forza di volontà di non voler tornare sconfitti al paese natale, abbandonato per un'avventura che doveva segnare in modo indelebile il corso del destino di chi, carico di speranze e con coraggio eroico, si accingeva a viverla e a sperimentarla.

Tra i primi emigrati a Ginevra si ricordano Enrico Martignetti, padre di Elio 'e Pituoso, primo in senso assoluto; poi Antonio Perticheto, Mario Baldassarre (Mario 'e Limone), Antonio Nargi ('Ndonio 'o Spallato), Antonio Carpenito ('o figlio 'e Cuozzo), Generoso D'Amore (Gioso 'e Banchetta), Mario Baldassarre (Mario 'e Pieppo).

Ed è Antonio Nargi ('Ndonio 'o Spallato), a raccontare in una breve intervista le peripezie dei primi anni dei Montefalcionesi a Ginevra.

Egli, appartenente a una famiglia abbastanza numerosa, partì nel lontano 1952. Dopo essere andato ramingo per due o tre anni in Inghilterra, dove non ebbe fortuna, girovagò per sei o sette mesi in alcuni cantoni tedeschi della Svizzera, per approdare definitivamente a Ginevra. Trascorsi i primi anni da solo, finalmente riuscì a congiungersi con la propria famiglia, avendo trovato nel frattempo una sistemazione abitativa decente. Si sposò con una Montefalcionese, Palmina Forcellati, dalla quale ebbe due figli, Michele e Mario , attualmente entrambi occupati a Ginevra.

Per questo motivo, da quando è andato in pensione nel 1991, vive tra Montefalcione e Ginevra. Si vanta di avere due Patrie e non vuole sciogliere i legami nè con l'una, nè con l'altra.

"Furono difficili i primi anni", si sfoga Antonio Nargi, non senza lasciar trapelare un pizzico di soddisfazione per ciò che è riuscito a realizzare nel corso della sua vita. "Eravamo mal visti, senza istruzione e senza il conforto di una lira. Avevamo una sola certezza: non saremmo mai tornati indietro. Questa fu la forza che ci fece superare qualunque sacrificio. La cosa più dura non era il lavoro, mala mancanza di una casa. Si partiva quasi sempre senza contratto di lavoro, senza sapere dove andare, all'avventura. Ma senza contratto di lavoro non si poteva avere il "Permesso di Soggiorno" dalle Autorità Svizzere; pertanto, anche con disponibilità finanziaria, era impossibile ottenere in locazione un'abitazione, sia pure piccola".

Antonio s'infervora sempre di più; è come un fiume in piena: "Gli Svizzeri non si fidavano di noi. Eravamo costretti a dormire in squallide baracche, in anfratti di fortuna, in tuguri indecenti o addirittura all'aperto, in condizioni al limite della sopravvivenza. Se, raramente, qualcuno di noi era baciato dalla fortuna di avere in locazione almeno una stanza, anche senza i servizi igienici, questa diventava la stanza di tutti, perché tutti eravamo animati da un forte sentimento di solidarietà. E dovevamo ricorrere spesso a contratti di subaffitto. Non importava quanti eravamo in una stanza stretta e angusta. Non potevamo e non volevamo tornare indietro: perciò andava bene ogni soluzione".

Ma anche per i Montefalcionesi di Ginevra arrivarono i giorni del riscatto, quale giusta ricompensa per aver vissuto tanti anni in condizioni disumane.

Continua, infatti, Antonio: "Per molti di noi furono gli stessi datori di lavoro a trovarci una casa o comunque una sistemazione. Poi con la regolarizzazione delle condizioni di lavoro, potevamo aspirare ad una locazione vera e propria, con normale contratto di affitto. Così con la casa e il lavoro fisso, potemmo far venire a Ginevra tutto il resto della famiglia. E il tenore di vita divenne sensibilmente migliore. Dopo gli anni '60 le condizioni cambiarono per tutti. Vennero fratelli e sorelle, parenti e amici. Ognuno faceva capo ad un altro, come in una interminabile catena di S. Antonio".

E sempre più numerosi furono i Montefalcionesi che si trasferirono a Ginevra e che qui trovarono occupazione in tutti i settori delle attività produttive: dal commerciale al terziario, dall'industriale all'agricolo. 1 figli di alcuni Montefalcionesi "Svizzeri" hanno intrapreso qualificate attività commerciali e molti emergono negli studi universitari, occupando posti di rilievo nella società svizzera.

Frequenti sono pure i matrimoni tra i figli dei nostri emigrati e cittadini svizzeri. Uno dei più riusciti è quello del 1987 tra Sonia D'Amore ( figlia di Gioso 'e Banchetta) con Cristian Ducor, uno dei più grandi banchieri ginevrini.

Ginevra è forse la città svizzera col maggior numero di Montefalcionesi: si ritrovano al Circolo Sociale (che è di tutti gli italiani) e al Club Forza Napoli, frequentato per la maggior parte da emigranti campani. Non ci sono altre occasioni di incontro, nè manifestazioni che ricordano il paese natio. Come è stato già detto i Montefalcionesi in Svizzera non hanno sentito il bisogno di trasferire in questa terra la benché minima tradizione paesana, come è successo per le altre comunità Montefalcionesi sparse nel mondo.

L'unica eccezione è rappresentata da quanto è avvenuto ad Affeltrangen, nel Cantone tedesco di Turgau.

b) Un angolo di Montefalcione in un freddo paese svizzero

Moltissimi sono i Montefalcionesi anche nei Cantoni tedeschi della Confederazione Elvetica. Gli Svizzeri dei cantoni di lingua tedesca hanno fama di essere freddi, distaccati, poco socievoli. Eppure proprio in uno di questi Cantoni, si è avuta un'esperienza molto significativa di socializzazione e di integrazione tra Italiani e Svizzeri: i nostri compaesani sono riusciti ad affer-mare alcune tradizioni montefalcionesi.

La "storia" inizia nel 1954.

NAPOLI: Stazione Ferroviaria. Primo Giugno. Il giovane Peppo 'o Lupo (Giuseppe D'Alelio), vi è appena giunto ed attende il treno che lo condurrà in Svizzera. Passeggia con comprensibile eccitazione sotto le arcate della Stazione Garibaldi, buttando qua e là lo sguardo ad un binario, ad un solitario vagone, a qualche vetrina. La sua mente, astratta e trasognata, trascorre tra nostalgia e contentezza, tra rimpianto e desiderio. Va con i ricordi al suo paese, ma si prefigura nel pensiero quello dove andrà. È solo; gli fa compagnia unicamente l'affastellarsi di tanti contrastanti sentimenti.

L'ora della partenza si avvicina; l'eccitazione aumenta; crede di sentire una "Voce" che lo chiama, lo richiama, lo sollecita. Questa sentenzia in tono solenne e grave: "Così non puoi partire; hai dimenticato qualcosa". Giuseppe rimane scettico, incerto, dubbioso. La "Voce" si fa ancora più insistente: < Così non puoi partire; hai dimenticato qualcosa". Egli si siede, la testa tra le mani, e pensa. Con fulmineo gesto estrae dalla tasca lo scarno portafoglio; lo rovista tutto in un attimo: non manca nulla. Apre la valigia, controlla i documenti, il piccolo e misero pacco di viveri, i pochi ed essenziali indumenti di ricambio: c'è tutto.

Giuseppe, teso e frastornato, si rialza; riprende a camminare concitatamente; guarda l'orologio, manca poco all'ora della partenza, si fa sempre più nervoso. Senza avvedersene si trova fuori dalla Stazione, si accosta ad una delle tante bancarelle napoletane, abbandonata all'ombra di un palazzo, e dove puoi trovare di tutto. Guarda per distrarsi da quella "Voce", ma l'occhio corre fisso là, su quella immagine che lo attrae in modo strano .

......·· "aquila si non li s'affisse unquanco"

(mai aquila fissò così fermamente gli occhi nel sode)'

È una piccolissima statua in gesso di S. Antonio che rapisce lo sguardo stupito di Peppo e lo tiene incollato a sè.

Giuseppe l'afferra, la bacia, la compra, la ripone, torna nella Stazione: tutto in un baleno. La "Voce" non si fa più sentire; egli, finalmente tranquillo e sereno, può intraprendere il lungo viaggio.

Quella statuetta non lo abbandonerà più.

L'arrivo, la sistemazione, le prime difficoltà, le inevitabili incomprensioni, tutto viene superato; su Peppo 'o Lupo vigila Lui, il Santo di Padova. Nella modesta dimora svizzera, la piccola statua occupa naturalmente un degno posto: è adagiata su una piccola mensola, con fiori e luce fissa.

Il giovane Peppo inizia a lavorare prima a Lucerna, poi nel Cantone Tedesco di Turgau. Si sposa con Antonietta Matteo, una donna di Lioni (Avellino), ha cinque figli.

Il paese dove risiede si chiama AFFELTRANGEN, ai confini con la Germania, non lontano dal lago di Costanza. È un paese molto piccolo, meno di duemila abitanti; "come Manocalzati", dichiara soddisfatto Giuseppe, con orgoglio tutto Montefalcionese, per indicare che il suo paese d'origine è più grande del vicino e simpatico paese di Manocalzati. Gli abitanti sono quasi tutti protestanti; per i pochi praticanti cattolici è a disposizione una piccola cappella, in campagna e poco frequentata. "La domenica eravamo al massimo sei o sette persone a sentire la Messa. In italiano la Messa si celebrava solo una volta al mese; le altre domeniche veniva officiata da un prete svizzero, naturalmente in lingua tedesca. Ogni volta che vi entravo, pensavo che dovevo fare qualcosa; non potevo vedere quella cappella vuota e fredda. Ricordando il calore delle chiese del mio paese, gremite da una moltitudine di persone in occasione di ogni funzione religiosa, questa desolante visione mi rattristava l'animo; sentivo come un dolore allo stomaco".

Passavano gli anni; Giuseppe sentiva di dover fare qualcosa, ma non sapeva che cosa.

Poi, di colpo, la mente si rischiarò.

A somiglianza di quella piccola immagine della Stazione di Napoli che egli custodisce sempre gelosamente, il giovane montefalcionese fece costruire, a proprie spese, una grande statua di S. Antonio, che fu data in dono a quella spoglia e fredda cappella. "Lui me l'aveva chiesta; e io la feci fare". Era il 1974.

Quando racconta queste cose Giuseppe si accalora. Gli luccicano gli occhi e guarda l'immagine del Santo che egli portò con sè al suo rientro definitivo dalla Svizzera nel 1981; nella bella e accogliente abitazione di Montefalcione, è sistemata con cura su una mensola con fiori freschi e luce sempre accesa. "La luce", dice Peppo indicandola, "è sempre accesa e non si spegnerà mai".

Poi torna ai ricordi svizzeri. "Ero contento perché la domenica, in quella cappella, cominciava a venire sempre più gente. E Lui mi chiese un altro sacrificio: dovevo organizzare una festa in Suo onore".

In quasi due ore di colloquio il Sig. Giuseppe D'Alelio ha pronunciato poche volte il nome di S. Antonio. Le espressioni più ricorrenti erano: "Lui"; "Egli voleva"; "Lui melo chiese", che testimoniano la grande devozione che Peppo 'o Lupo ha per il Santo di Padova, il suo Santo, venerato solennemen-te a Montefalcione.

" E mi diedi da fare per essere obbediente a ciò che Lui mi aveva comandato. Lascio a voi immaginare quante difficoltà incontrai in questo arduo cammino di organizzare una festa per S. Antonio, sulla scia di quella che si fa a Montefalcione, in un piccolo e indifferente paese di protestanti. Dovetti superare ostacoli di ogni genere, di autorità laiche e religiose. L'ostacolo più insormontabile, quello di fronte al quale stavo ormai per cedere, era rappresentato dal fatto che per il passaggio della Processione si doveva chiudere la strada di grande comunicazione per Costanza e la Germania".

Sembrava cosa impossibile e soprattutto astrusa per la mentalità delle Autorità Elvetiche.

"Perciò avevo perso quasi completamente ogni speranza·· continua Peppo·· quando Lui mi richiamò bruscamente e mi invitò ad insistere, perché voleva la festa ad ogni costo".

E festa fu: grandiosa, solenne, straordinaria. Era il 13 Giugno 1976.

Da notare che la festa fu organizzata a Giugno e non in Agosto come avviene a Boston (USA) e a Bedford in Inghilterra, per il fatto che i Montefalcionesi in Svizzera, il mese di Agosto, quasi tutti tornano puntualmente al proprio paese per partecipare alla grande Festa in onore di S. Antonio e S. Lucia.

Per celebrare degnamente il Santo fu invitato, per il Panegirico, un esperto predicatore dell'Ordine Antoniano dei Frati Minori, padre Paolo Pedicini di Benevento, che con la sua suadente e appassionata oratoria infiammò i numerosi fedeli di quella cappella finalmente gremita.

In quel piccolo paese, sperduto ai confini tra Svizzera e Germania, non si erano mai viste tante persone tutte in una volta, richiamate dal Santo di Padova, attraverso uno sconosciuto fedele di Montefalcione. Millecinquecento, forse duemila persone vennero ad onorare il Santo, da tutti i paesi vicini, anche dalla Germania.

Gli stessi Svizzeri rimasero stupiti e increduli.

Sull'onda del successo del primo anno, Peppo e il Comitato, che nel frattempo si era costituito, pensarono ad una festa più grande per il 1977, con illuminazione, cantanti, banda musicale e fuochi d'artificio. Fu invitata Marcella Bella, famosa cantante di musica leggera italiana, e per chiudere non poteva mancare un grandioso spettacolo pirotecnico allestito dal Cav. Carmine Marano di Pratola Serra, tra i più famosi fuochisti nazionali. La Polizia Cantonale, fino all'ultimo, non volle concedere in nessun modo il permesso per i fuochi; "allora S. Antonio mi mandò a Berna, presso il Ministero della Guerra e ottenni il permesso", dice compiaciuto Peppo 'o Lupo.

Fu una grandissima festa con un'imponente partecipazione di folla; il giornale in lingua tedesca "Turgau Seite" riferisce che vi presero parte non meno di 5.000 persone, "5.000 TEILNEHMER AM ANTONIUSFEST AFFELTRANGEN".

Il cielo di AFFELTRANGEN fu squarciato quella notte dai violenti rumori degli spari, la cui eco fu avvertita anche nei paesi limitrofi, e i vivaci e variopinti colori delle luminose fiammelle proiettarono sotto la volta delle intangibili stelle multiformi disegni che, specchiandosi nelle alquanto fredde acque del Lago di Costanza, offrirono la visione di uno spettacolo di rara e incomparabile bellezza, che lasciò esterrefatti i molti, improvvisati ed inconsapevoli spettatori.

Alla fine, tuttavia, il Comitato, nel tirare le somme, si trovò con un deficit di otto mila franchi svizzeri. "Ho sborsato quei soldi di tasca mia", dice Peppo, "ma ci convincemmo che la festa non si doveva più fare. Invece subito fui richiamato da S. Antonio e firmai contratti per 46.000 franchi svizzeri per la festa del 1978. Nessuno mi voleva dare più credito; tutti mi criticavano. Fui chiamato anche dal Sindaco di Affeltrangen che mi ammonì a non fare colpi di testa e mi invitò a riflettere sul fatto che avrei potuto mandare in mezzo alla strada la mia famiglia. Ma io risposi con coraggio al Sindaco: non ti preoccupare per me; se la vede Lui. La festa se la fa da Solo".

L'l 1, 12 e 13 Giugno 1978, furono tre giorni indimenticabili. Nei giorni precedenti aveva fatto freddo e spesso aveva piovuto, facendo venire i brividi alla schiena di Peppo. Ma i tre giorni di festa furono stupendi. Un sole splendido, una temperatura ottimale, un clima gradevolissimo, invogliarono svizzeri, tedeschi, italiani e anche cittadini di altre nazioni, a partecipare a questa festa.

Il clima aveva un'importanza fondamentale non solo per la riuscita della festa in generale, ma anche e soprattutto perché sulla sua clemenza erano riposte le speranze di avere numerosi visitatori. "Bisogna sapere che dopo i primi anni non facemmo più collette per organizzare la festa, perché facevamo affidamento solo sul ricavato dei viveri venduti. Perciò puoi immaginare quante preghiere a S. Antonio affinché non facesse piovere".

E per fortuna non piovve.

La festa fu così organizzata. Un contadino cattolico svizzero mise a disposizione "un sacco di terra", circa 10.000 mq. Su questo immenso spazio fu eretto un gigantesco capannone, in un angolo del quale, adornato da stupendi addobbi floreali, soprattutto gigli bianchi e profumati fatti arrivare dalla Riviera di Sanremo, fu "esposto" S. Antonio e fu celebrata la Messa (la cappella, per la sua esiguità, non era in grado di accogliere un gran numero di persone che si prevedeva sarebbero intervenute in quella occasione). Per accontentare i numerosissimi fedeli la Messa fu celebrata in italiano e in tedesco, rispettivamente da Don Marino Stocchetti e da Don Luigi Wiseneg. Il rimanente ampio spazio del "sacco di terra" fu utilizzato per l'allestimento di numerosi stands gastronomici, soprattutto per la vendita di birra.

"Venerdì 11 furono programmati spettacoli di danze popolari, con complessi italiani; Sabato 12 fu dedicato alla musica leggera; Domenica 13 fu il giorno della Messa solenne con Schola Cantorum, la Processione accompagnata da complessi bandistici svizzeri e la sera chiusura con fuochi pirotecni-ci".

In queste tre giornate il numero di visitatori fu davvero enorme, "tanto che ci mancarono pure i viveri. Così col l'ingente ricavato, molto al di sopra delle più rosee aspettative, pagai tutte le spese per la festa di quell'anno, annullai il deficit dell'anno precedente e rimasi con un attivo di 18.000 franchi svizzeri. Non si era mai vista tanta gente! Forse in tre giorni avemmo più di 10.000 persone".

Da quell'anno di grazia del 1978 la festa è diventata un'istituzione per Affeltrangen e per tutti i paesi vicini. E il nostro Giuseppe era contentissimo perché era riuscito a trapiantare in un freddo paese svizzero una bella tradizione di Montefalcione, dimostrando devozione e fedeltà al suo Santo preferito.

Ciò che più conta è che la festa di S. Antonio che ogni anno si celebra ad Affeltrangen, è considerata la più grande festa cattolica di tutta la Svizzera.

Il merito è tutto di Peppo 'o Lupo (Giuseppe D'Alelio), oscuro ma "Illuminato" cittadino di Montefalcione.

Peppo continua poi con i suoi ricordi Svizzeri.

" Il 1981 festeggiammo i 750 anni della morte di S. Antonio. Fu l'ultima festa che organizzai io, poi me ne tornai in Italia". Quell'anno, in rappresentanza del Comune di Montefalcione fu ospite gradito l'ex Sindaco, Dott. Vincenzo Capone. "Dopo il mio rientro in Italia, la festa in Svizzera continuò ad essere organizzata da altri paesani che facevano parte del Comitato: Raffaele Cataldo (Ucciello 'a Puzzara), Felice Di Vito di Lioni che ne è il Presidente, Mario lantosca (figlio di Nicola 'o Camuso), Antonio D'Alelio, mio figlio. Nel 1996, richiamato dalla nostalgia sono ritornato ad Affeltrangen per la festa. Nel pulman partito da Montefalcione c'erano il Sindaco Emilio Ruggiero, l'Assessore Mirella Pagliuca, i componenti del Complesso di Sciammeria (Enzo Cataldo) e altri compaesani. Da quando sono rientrato in Italia, nel 1981, ho sempre fatto parte a Montefalcione del Comitato della festa di S. Antonio".

La statuetta della bancarella napoletana del 1954 torna, sia pure indirettamente, per un altro grande evento che interessa tutti i Cantoni della vicina Confederazione Elvetica.

Ancora da Peppo 'o Lupo apprendiamo che S. Antonio è venerato degnamente in tutta la Svizzera.

A1 suo nome è legata, infatti, un'altra grande ricorrenza: la "Giornata dell'Emigrante".

In tutta la Svizzera, l'ultima domenica di Novembre di ogni anno si usa celebrare "La Giornata dell'Emigrante". E S. Antonio è il Protettore degli emigranti. La Festa si svolge a Tobel, sempre nel Cantone di Turgau. Il sabato precedente, la statua del Santo che Giuseppe aveva donato viene prelevata dalla cappella di Affeltrangen e trasportata in una chiesa di Tobel. Il giorno dopo si celebra una solenne Messa e tutti gli emigranti, italiani, spagnoli, portoghesi,ecc., provenienti da tutti i paesi vicini e pure dalla Germania, si recano in chiesa per ringraziare S. Antonio.

Ultimo aggiornamento (Domenica 05 Dicembre 2010 10:30)