Indovinello "Popolare"

‘O mini cricco e ‘o cacci muscio.
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La statua di S.Antonio

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La statua di S.Antonio

 

 Lassù,sul punto più alto di Montefalcione e del Castello,dove una volta volavano le aquile,a stretto contatto con il cielo,dove sembra di stare in Paradiso e parlare con il Creatore,quindi in un ambiente mistico e soprannaturale,svetta incontrastata ed imperiosa,in tutta la sua maestosità la statua di S.Antonio,che con i suoi occhi benevoli,vigila sul paese e sulla vallata circostante.

In quel posto si respira aria pura che apre i polmoni,senza rischio di inquinarli ed è quasi sempre frizzantina,data l’altura;lo sguardo spazia con un colpo d’occhio eccezionale,a vedere un paesaggio mozzafiato;di fronte il Santuario di Montevergine che abbraccia la statua facendola quasi dialogare con Mamma

Schiavona; abbassando gli occhi estasiati,da tanta incomparabile bellezza,si incontra la valle del Sabato,con i paesi che sembrano in miniatura,come tanti piccoli formicai,è veramente una sensazione da provare e bisogna andare a vedere questo spettacolo naturale,per verificare la vericidità di queste mie parole.

Montefalcione,ha voluto tributare al suo Santo dei miracoli questa splendida statua, a perenne devozione,essa è stata scolpita nell’anno 1995,nei minimi particolari e curando le più piccole sottigliezze,con sagacia dalla mano maestra del valente architetto prof. Aldo Melillo,diventando un monumento di infinito valore storico,un capolavoro scultoreo,per un grande Santo,che sarà sempre amato ed assai dai montefalcionesi.

Nell’inventario della chiesa madre di Montefalcione dell’anno 1687 sta scritto che ”La porta serratora di detta chiesa è a due porte de legno benché usate,sono lavorate con figure sopraposte de legno…sono alla porta destra le figure de Santi cioè significando ed rappresentando tutte le cappelle che anticamente erano in essa de quali al presente ve ne sono parte et grancie annesse con detta chiesa quale porta sta in piano et è a prospettiva dell’altare maggiore”.ALDO MELILLO riprende una tradizione,la rielabora fondendo la cultura popolare delle“radici”con elementi storici-classici,realizzando dopo estenuante fatica un’opera pregevole di alto valore artistico.La porta in bronzo è frutto di travaglio interiore,di ripensamenti,di tutto ciò che caratterizza le vere produzioni.Ricevuto l’incarico, Melillo si mette subito a lavoro ed ecco i primi schizzi in carboncino.L’artista deve tener presente la funzionalità della porta e la suddivisione della parte inferiore a quattre ante.Il nostro ripartisce gli spazi,le forme,i rilievi,il tutto in un tema avvertito nel sangue:il popolare,non inteso però come mero dato folclorico,ma come denuncia di un mondo che soffre,proteso verso la liberazione.Le scene devono“parlare”,la porta risulta così scevra dal decorativo, da motivi puramente ornamentali.La cornice,per l’artista montefalcionese,non trova posto nella composizione perché può circoscrivere e ridurre“l’immaginario” dell’osservatore. Nella mente e nel cuore di Melillo si avvicendano i diversi avvenimenti storici,che hanno strutturato la cultura popolare cristiana locale,a cominciare dal terremoto del 06 Giugno 1688 e quelli successivi,alla paura del 16 Dicembre del 1631,quando l’eruzione del Vesuvio fece piovere a Montefalcione “cenere et la sera verso 23 ore cominciò a piovere rena negra che ne fè più di mezzo palmo”e alla peste del 1656, che ridusse i 1050 abitanti a 300 e la carestia de 1764,alle epidemie del colera del 1837,del 1854 e al“lupus spagnola”del 1918.Questi sono fatti,che hanno segnato profondamente la coscienza del montefalcionese e lo hanno spinto verso un tipo di religiosità e un culto speciale.Melillo fissa i temi,passa i bronzetti nei quali articola linee,movenze,panneggi, disposti organicamente nello spazio.Dal bozzetto così il disegno a grandezza naturale,che viene trasposto sull’argilla.Idee,intuizioni, sentimenti,immagini prendono gradualmente forma plastica nel modellato di argilla.È questa la fase più alta,creativa dove avviene il passaggio dalla bidimensionalità dei bozzetti alla tridimensionalità della scultura. Completato il rilievo si passa alla“formatura in gesso”per ottenere il nuovo modello.Sulla materia dura in gesso è possibile dunque ricavare una diversa forma nella quale si può stampare la cera ed ottenere successivamente il procedimento di fusione in bronzo“a cera

persa”.La porta,così realizzata è di undici formelle,di cui due grandi di cm.90x100,un fregio centrale di cm.250x45 e otto formelle di cm.40x60.Nella parte inferiore due pergamene,il simbolo del Santo e lo stemma di Montefalcione. L’anta sinistra della porta presenta una sequenza di temi di fede popolare.Non a caso in fondo sulla pergamena si legge:“Noi ti ameremo sempre ed assai”.

La verticale destra offre un’altra serie di immagini di devozione arricchite di liturgia,di rito.La prima formella in alto a sinistra descrive il terremoto,che determinò la scelta da parte degli abitanti a speciale patrono della comunità montefalcionese.Nel rilievo si traduce un“vissuto”che si concretizza nella gestualità in un assembramento di corpi protesi nella ricerca della salvezza e che puntavano lo sguardo verso il Santo.Di fronte alla rappresentazione della minaccia mortale,la coesione della compagine sociale e la sua stabilità si rafforzano.

L’evento catastrofico diventa tappa di avvicinamento al Santo,pur nello scompiglio e nella confusione.La paura del terremoto viene così esorcizzata dall’alto,dal Santo,sovrastante uomini e cose,che squarcia le nuvole per dire agli esseri umani che non sono soli a vivere e lottare,ma che coloro i quali ci hanno preceduto,i Santi,sono indissolubilmente legati all’uomo.Il terribile sconvolgimento tellurico rientra così come strumento nell’ambito di un vasto piano divino.In questa terra scossa dalle repliche sismiche il Santo protegge e conforta gli animi.Il momento della prova diviene per la comunità l’occasione per avviare un totale cambiamento di vita,come se il vero sommovimento debba essere quello spirituale venuto a scuotere il cuore dei montefalcionesi.Il rilievo grande di destra invece individua il momento istituzionale:La consegna del breve da parte del papa Innocenzo XI al cardinale Orsini di Benevento,che definì la chiesa madre di Montefalcione la più bella della Diocesi.Qui si legge la maestosità e solennità dell’atto in un “continuum”di gestualità impregnata di sensi di altissimo rito tutta composta come si addice alla circostanza.Domina la fascia centrale la processione dei fedeli strutturata simmetricamente con la statua del Santo,che occupa il punto focale dell’insieme.A destra del Santo le autorità ecclesiastiche e i due portatori di asta: una di denaro,l’altra di doni preziosi.Seguono i bambini vestiti da chierichetti e altri che hanno ricevuto la prima comunione.La sequenza inoltre si prolunga con i portatori di cera.La cera:elemento strutturale della festa,devozione,presenza, partecipazione,tradizione.L’altra parte della composizione evidenzia il labaro comunale,le autorità civili,la banda musicale,di cui il paese vanta una nobile ed antica tradizione.L’artista Melillo,occorre sottolineare,lascia a questo punto del percorso immaginare l’ala immensa di folla,anche se costretto dagli spazi e dalla materialità del bronzo a chiudere improvvisamente e a spezzare un discorso,che andava intrecciandosi in modo umile e solenne ad un tempo.L’oggettualità,gli strumenti logori del musicante,il peso della statua“portata”diventano momento simbolico di significati,che vanno ricercati nel quotidiano,nel ritmo del giorno dopo giorno della gente più umile e laboriosa.Sul lato sinistro,sotto il fregio,si apre il discorso sulla fede popolare in modo analitico,incisivo,impregnato di essenzialità.La prima formella in alto sottolinea la fede,che si traduce nella materialità del segno della c’era e di uno“scanno”deposto,che fa da sfondo al piede nudo,scalzo e povero del devoto. Qui s’avverte la percezione di un ripetersi continuo di una gestualità piena di senso non offuscata dalle variabili del tempo.In secondo

piano le figure delle “scapillate”colte nel momento del canto e della debolezza umana del pianto.Il discorso

oggettuale apparentemente interrotto continua nel rilievo successivo con l’offerta del denaro e dell’oro. Offrire l’oro,il denaro:appenderlo con le proprie mani,o tramite le mani dei figli,andare scalzi con ceri di diversa dimensione,gareggiare per portare la statua,le aste:tutto ciò è segno,linguaggio di religiosità popolare,materializzazione di sentimenti,di concezioni.Qui il dono è gratuito, privazione ed insegnamento, che si perpetua alle future generazioni.Segue l’altro rilievo in basso,che narra la“cerca”del grano,intesa come gioiosa e faticosa confluenza di sforzi materiali e tensioni spirituali senza fini imminenti.Più si evidenzia la materialità corporea del contadino e più balza la ricchezza della cultura e della fede popolare. Superato lo spazio esterno aperto,la formella svolge il tema della“cerca”nella dimensione interna della cantina dove dalla botte fuoriesce il vino.Si respira così un’atmosfera di sacralità dell’offerta che diventa rito.Li umili elementi architettonici della cancellata,della porta ad arco incorniciano un mondo oggettuale quotidiano ed umano,quasi a sottolineare l’elemento religioso antropologico di una cultura,che l’artista coglie e ferma nel tempo con l’intenzione di recupero di un universo di valori,che vanno man mano dileguandosi.Nella parte destra sotto il fregio,precisamente nella prima formella,Melillo rappresenta in composizione simmetrica la“Messa grande”dove il grano e il vino diventano “sostanze”nei contesti del tempo liturgico e dello spazio-chiesa.Il rilievo successivo presenta l’interno della chiesa Matrice: “apparata”barocca,l’essenzialità e la semplicità della schiera dei fedeli contribuiscono a creare atmosfere di silenzi e di ascolto della parola.Il momento narrativo continua a svolgersi nell’altra sequenza della formella in basso,che vede la benedizione del pane di S.Antonio.Il pane benedetto,portato a casa,è esorcizzazione dai mali.La distribuzione ai bisognosi avviene in un contesto liturgico di solennità,di umiltà e di consapevolezza. Infine,nell’ultimo rilievo si rappresenta la grazia ricevuta con la benedizione delle vesti.I panni quotidiani, messi da parte,cedono alle vesti del Santo,pronte per essere indossate e per manifestare gratitudine,riconoscenza.La nudità dei piedi in primo piano segnala sentimenti di umiltà di

 fede.Il tempo della benedizione è scandito in un’atmosfera di semplicità e solennità.Chiude il discorso narrativo pieno di un sapore di religiosità corale antica,la sequenza simbolica,che firma l’alleanza tricentenaria fra popolo e Santo,fra l’umano e il divino,vissuto quest’ultimo come“rocca di difesa nei dolorosi frangenti della vita”.

 

 
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