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LA RIVOLTA DI MONTEFALCIONE - Pagina 5

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LA RIVOLTA DI MONTEFALCIONE
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IL CORAGGIO DI VINCENZO PETRUZZIELLO

(foto - Fucilazione di Vincenzo Patruzziello da una stampa dell'epoca)

Le conoscenze influenti della famiglia Pagliuca

Basilio Pagliuca riuscì a non morire durante la cruenta battaglia di Montefalcione. Tentò la latitanza tra quei boschi a lui così cari, conosciuti palmo a palmo, con l'angoscia e la rabbia di assistere impotente alle disgrazie dei paesani e di sentire la sua giovane vita sfuggirgli fra le mani, perseguitato da un nemico tanto implacabile quanto vile.

Braccato dalle forze nemiche, senza possibilità di scampo e fortemente condizionato dalla famiglia a non rischiare inutilmente la fucilazione, il giovane Pagliuca fu convinto a costituirsi. Subì un estenuante processo, e infine, nonostante le pressioni paterne, fu condannato a 25 anni di lavori forzati, in quelle galere sabaude che erano l'inferno sulla terra. A quelli della condanna vanno aggiunti altri 10 anni di sorveglianza speciale e una multa di cento lire. E gli andò bene, perché moltissimi suoi compagni, che avevano diviso con lui le notti a dormire sotto le stelle, gli stessi pericoli, le stesse paure, le stesse speranze nei momenti rari ma intensi di gioia per la momentanea vittoria, non ebbero la buona sorte di continuare a vivere, sia pure come reclusi.

Senonché nello Stato Civile di Montefalcione, incredibilmente, ritroviamo in data 6/8/1881 lo stesso Basilio Pagliuca convolare a nozze con Consolata Anzalone ': evidentemente beneficiò di una sensibile riduzione della pena, non documentata invece per altri. A tal proposito citiamo il caso penoso del giovane montefalcionese Felice Nasta, che, condannato ai lavori forzati a vita e recluso nel carcere di Portoferraio nell'Isola d'Elba, il 22 aprile 1894, dopo avere scontato già quasi trent'anni, inoltrò domanda per una riduzione della pena. La Corte di Appello di Napoli in data 29 settembre 1894 molto umanamente rigettò la richiesta dello sventurato. In proposito ricordiamo che il re di Napoli Ferdinando Il già nel lontano 25 febbraio 1836 aveva abolito la pena dei lavori forzati perpetui!

Basilio Pagliuca dimorò con la giovane sposa in Piazza dell'Olmo, dove era nato. Generò sette figli e mori il 19 marzo 1894 all'età di 58 anni. La sua morte prematura può essere facilmente messa in relazione con le asprezze del regime dei lavori forzati che pur dovette subire per molti anni (senza con¬tare il periodo trascorso in carcere in attesa di giudizio).

In proposito occorrerebbe indagare su quanti nostri conterra¬nei lasciarono la pelle in questo durissimo regime di reclusione. Di sicuro nelle carceri piemontesi, tra gli arrestati in quegli anni per reati politici, è documentato un numero di decessi inspiegabilmente eccesivo considerata anche la giovane età della maggior parte dei reclusi.

Vincenzo Petruzziello

Tra i capi più ardimentosi che sostennero l'insurrezione un ricordo particolare merita Vincenzo Petruzziello.

Nato il 5/12/1819 in località Toriello (piccola frazione di Montefalcione nei pressi di San Michele di Pratola) da Antonio e Maria Casolo contadini, il 12/12/1842 sposò Carmina Chiuccariello, figlia di Saverio e Teresa Pagliuca, dalla quale ebbe otto figli.

Di non precarie condizioni economiche, nel 1860 Petruzziello lavorava come fattore, in località Bosco di Montemiletto, al servizio di un certo Capone, ricco proprietario terriero di Montefalcione, e abitava poco distante, in contrada Castellorotto. Dimorava, dunque, proprio nel territorio percorso dai fuoriusciti decisi a resistere all'invasione.

Il suo coinvolgimento negli avvenimenti di quegli anni cominciò, probabilmente, in un giorno del 1860, quando alcuni Garibaldini razziarono senza ragione le povere case di Toriello. Un abitante del luogo, appostatosi dietro a una siepe, sparò in

direzione dei rapinatori, uccidendone uno. Il fatto sarebbe avvenuto presso un crocevia situato lungo la stradina che collega San Michele a San Fele, a pochi metri dall'abitazione natia del Petruzziello. Chi sparò fuggì in direzione del caseggiato, che, per ritorsione, venne dato alle fiamme. Questo episodio e i danni subiti evidentemente incoraggiarono il nostro ad abbracciare la lotta armata.

L'occasione si presentò quando alcuni suoi conoscenti che si erano dati alla macchia gli chiesero in prestito il fucile. Egli decise piuttosto di seguire i rivoltosi, divenendo in breve, grazie alla sua abilità, un temuto capobanda. L'avversione che nutriva verso i Garibaldini e il nuovo regime pare si scontrasse in lui col forte carattere sociale che andava assumendo la resistenza, indirizzatasi fin dal primo momento contro il ceto dei possidenti, schierati in grande maggioranza dalla parte del regime usurpatore. Fu per questo che dovette vincere non poche esitazioni prima di porsi contro la famiglia Capone, che pur gli aveva dato da vivere.

Petruzziello guidò abilmente i suoi, investendo, in nome di Francesco Il, i paesi del circondario, ovunque benevolmente accolto dalle popolazioni, che quasi sempre uscivano dai centri abitati per farsi incontro agli armati e scortarli a suon di grancassa. La sua banda divenne una vera e propria spina nel fianco dei Piemontesi, con i quali sostenne vari conflitti a fuoco. Fu proprio in uno di questi scontri che egli fu raggiunto ad una spalla da un colpo di fucile. La ferita, dopo qualche tempo, gli guarì, senza però che il proiettile gli fosse mai estratto.

Nel settembre del 1860 partecipò alla rivolta di Montemiletto, dove, a quanto pare, fu tra coloro che diretta-mente presero parte all'uccisione dei liberali del luogo. Soprattutto fu tra i protagonisti della grande insurrezione del luglio 1861. Agendo in perfetta intesa con Basilio Pagliuca, capeggiò le bande che sollevarono Montemiletto e strinsero d'assedio il palazzo Fierimonti difeso dagli uomini del capitano

Tarantino (il quale fu ucciso, sembra, proprio da Petruzziello). Dopo l'eccidio, autoproclamatosi generale, si diresse con Angelo Ciarla a Torre le Nocelle per una spedizione punitiva contro la famiglia Rotondi, ma dovette precipitosamente far ritorno a Montefalcione per fronteggiare l'aggressione delle truppe del de Luca. Partecipò dunque all'assedio del monastero e alla successiva, cruenta battaglia contro la Legione Ungherese, al termine della quale insieme con gli altri capi riuscì a fuggire nelle campagne.

Dopo l'eccidio, la repressione non disdegnò di indurre qual¬cuno, in cambio di ricompense e dell'impunità, a collaborare all'arresto del capobanda. La cattura avvenne tra il 19 e il 20 luglio', non lontano da contrada Toriello, grazie alla collaborazione di cinque suoi "amici", che vennero poi ricompensati, su sollecitazione del de Luca, con 3 miserabili ducati a testa, pre¬levati dai 400 messi a disposizione dal governo sabaudo alfine di premiare spie e traditori. Autentici denari di Giuda!

Riportiamo i nomi di costoro':

1) Francesco Ciampa;

2) Arcangelo Martignetti;

3) Raffaele Antonio Petrillo;

4) Antonio Petruzziello;

5) Sabato Petruzziello (nipote di Antonio).

A quanto pare, essi furono persino muniti di fischietti di richiamo da utilizzare nel momento in cui fossero riusciti ad immobilizzare la vittima. Tale era il timore che il nostro incuteva negli "eroici" tricolorati! Si racconta che un giorno, con i militari stanziati poco lontano nelle campagne di San Michele, i traditori lo avvicinarono per proporgli una ripresa delle azioni di resistenza. Per immobilizzarlo ricorsero ad uno stratagemma, facendogli credere di voler vedere lo stato della sua ferita, per accertarsi che si fosse rimarginata, prima di intraprendere le scorrerie. Vincenzo, mai sospettando una trappola, abboccò:

depose il fucile e cominciò a togliersi la camicia. Bastarono agli infami quei pochi istanti in cui lo sventurato si trovava impacciato nei movimenti per portare a termine il piano: improvvisamente tutti insieme gli si avventarono contro, richiamando nello stesso tempo i militari in attesa del segnale conve¬nuto. Il racconto popolare sembra confermato dal fatto docu¬mentato che uno dei traditori rimase ferito nella colluttazione che pur fu necessario sostenere per immobilizzare il malcapitato .

Petruzziello venne condotto ad Avellino e immediatamente fucilato "nella strada Campana" '° alle ore 13 e 30 del 20 luglio 1861. II momento dell'esecuzione fu fotografato dagli stessi militari. Lasciò cinque figliuoli (di 1, 4, 10, 14 e 19 anni) e la moglie, già gravemente addolorata per la perdita in tenerissima età di tre bambini. Successivamente furono arrestati anche due fratelli di Vincenzo, Mattia e Nicola. La tragica fine del capo-banda commosse gli animi, al punto che corse la leggenda che solo un'ora dopo la fucilazione fosse arrivato un telegramma con cui la regina sabauda ordinava che gli fosse risparmiata la vita. Vera, pietosa assurdità! "

Tre giorni dopo l'esecuzione, il 23 luglio, veniva spiccato dalla Gran Corte Criminale di Avellino un mandato di cattura nei confronti di Vincenzo Petruzziello per i fatti di Montemiletto del settembre 1860. Iniziarono le ricerche, e solo dopo tre mesi, il 17 ottobre, i carabinieri riuscirono ad appurare l'avvenuta fucilazione! Tre mesi per scoprire la sorte di un uomo passato per le armi in pieno giorno a pochi metri dal cen-tro di Avellino! Ulteriore conferma della baraonda infernale in cui era precipitato il nostro martoriato Regno e della "legalità" di quegli assassinii '.

Lo sconforto di Gaetano Baldassarre

Dopo il massacro di Montefalcione Baldassarre si rese latitante, nascondendosi per tredici mesi nella casa di un anziano contadino del luogo, tal Daniele Cataldo.

L'8 novembre del 1861 riuscì, tramite un lontano parente di nome Gaetano d'Alelio, consigliere comunale, a far pervenire ad Avellino una lettera '3 al cognato Francesco Perillo, il quale, nativo di San Barbato, aveva sposato una sua sorella di nome Laura. Non si capisce come, ma appena arrivò la lettera si presentarono a casa del Perillo anche le guardie, che lo arrestarono con l'accusa di cospirazione per il solo fatto di essere in corri-spondenza col "famosissimo reazionario Gaetano Baldassarre".

Nella lettera il Baldassarre confida tutta la sua amarezza per la situazione politica, che egli, con lucido e crudo realismo, considera a quel punto completamente compromessa. Lamenta la falsità delle notizie propagandate dai borbonici, secondo le quali grandi forze erano in azione, scrivendo che "il partito realista scrive menzogne, per tenere animati quelli i quali erano e sono fedeli, e così sono distrutti tutti per questa falsa speranza". Ritenendo la fazione liberale "impossibile più a crollare", aggiunge: "Tranne le buffonate che fanno i pochi briganti per rubare ed avere la giornata. Che altro ci è più? Mentre gli stessi invece di portarci bene, ci fanno più perseguitare". Occorre dire che l'amaro pessimismo del Baldassarre, ancorché fondato, era tuttavia aggravato dal fatto che egli era un assiduo lettore della stampa governativa (che ovviamente tendeva a minimizzare le reazioni). Che la partita a quel punto apparisse perduta era comprensibile, ma da ciò ad affermare che nel momento in cui scriveva la resistenza era già morta ne corre. E' evidente che lo scrivente rifletteva uno stato d'animo di abbattimento causato della feroce repressione di Montefalcione, che, per la sua bruta¬lità, aveva inevitabilmente annichilito ogni volontà di resistenza nel circondario, rendendo vana ogni speranza.

Ma le osservazioni del Baldassarre si fanno più profonde, passando a considerare realisticamente gli stessi equilibri europei: "In riguardo a ciò che sia una Italia, sono con voi, non può essere, ma neppure Francesco II è Re più nostro, perché tutte le potenze aderiscono ed anno aderito a quanto si è fatto e farà da Napoleone a dispetto del fu Ferdinando II padre del disgraziato Francesco [...] e né Napoleone stesso si può svoltare altrimenti la setta lo fotte, perchè questo fu stabilito quando lo chiamaro¬no al Trono, mentre come sapete non poteva esserci giusto il trattato del 1815. E con ciò deve forzoso a tutto aderire. Questa è stata e sarà la sua politica che a saputo e sa tirare tutte le potenze a sé". Prosegue amaro: "Dunque a chiangere un morto sono lagrime perse. Si dovrebbe distruggere questo Colosso per credere qualchecosa, ma questo non può e né sarà giammai". Conclude: "Speranza ora non ce n'era".

Nella lunga lettera, recante la firma della sorella Celeste, Baldassarre pregava inoltre il "cognato carissimo" di procurargli ad Avellino un avvocato per tirarlo fuori da una situazione di clandestinità e di incertezza che sempre più diveniva insopportabile.



Ultimo aggiornamento (Sabato 05 Marzo 2011 17:13)

 
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