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LA RIVOLTA DI MONTEFALCIONE - Pagina 4

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LA RIVOLTA DI MONTEFALCIONE
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LA REPRESSIONE

Un crimine atroce

Giuseppe d'Amore non era un ex soldato del disciolto esercito, non era un brigante, e non poteva avere alcuna reale consapevolezza sul significato degli avvenimenti di quegli anni. Era infatti un ragazzo di soli tredici anni: poco più di un bambino. Figlio di Francescantonio e di Maria Felice Basile, era nato il 9 marzo 1848 da una modesta famiglia (il padre, calzolaio, possedeva un po' di terra) residente in un caseggiato povero, nei pressi di Montefalcione: Verzare. E proprio a Verzare Giuseppe venne fucilato dai Piemontesi 1' 11 luglio, alle ore 13. Forse dinanzi agli occhi dei suoi genitori. Certamente dinanzi agli occhi dei rurali del luogo, che, rinserrati nelle proprie abitazioni, assistevano, ammutoliti e terrorizzati, alla scena di quando, in un silenzio da cimitero, rotto solo dalle grida sfrenate del ragazzo, tra le lontane ma incontenibili e strazianti urla di richiamo della madre, un plotone di assassini in divisa lo traduceva alla fucilazione.

Dall'archivio della chiesa madre di Montefalcione si rilevano i nomi di otto popolani passati per le armi nel monastero dei Padri Dottrinari: Giuseppantonio Forcellati, Gennaro Altavilla, Antonio Guarino, Giovanni del Sasso, Carmine d'Amore, Ciriaco Capone, Gennaro Cataldo e Gennaro Semente. Dagli stessi documenti si ricavano inoltre i seguenti nominativi: Giuseppe d'Amore (già citato), Carmine d'Alelio, fucilato in località Sant'Antonio Abate, Angelo Ciampa, in Contrada Chiaine, e Pasquale Baldassarre, sulla strada Taverne '. Dai registri dello Stato Civile di Montefalcione si rileva che le esecuzioni avvennero da mezzogiorno in poi, in perfetto accordo orario con i fatti narrati.


Cialtroneria liberale

Alle 9 di mattina del giorno 11, il de Luca scrisse da Monte­falcione al capitano Tagle z: "La ringrazio tanto di quel che ha praticato per il bene del paese e della energia che à spiegata per la persecuzione dei malvaggi. Intanto la interesso a continuare con lo stesso calore ed energia e ne sono certo perché conosco troppo il suo patriottismo. Da qui a poco vado ad attaccare Lapio con la colonna". Le sue truppe proseguirono quindi nella campagna di repressione, lasciando ai battaglioni ungheresi il compito di "normalizzare" la situazione nelle campagne di Montefalcione.

Raggiunsero Lapio, dove molti degli insorti si erano rifugia­ti. Gli uomini del governatore procedettero qui a varie fucila­zioni. Vennero uccisi anche il trombettiere e il tamburino della banda del paese, di null'altro colpevoli se non di aver suonato nei giorni della rivolta l'inno borbonico per le vie dell'abitato. Il 20 agosto nei pressi di Lapio, in circostanze poco chiare, fu ucciso il capobanda Francesco de Francesco, da parte, sembra, di alcuni contadini. Nella vicina Castelfranci un certo Nicola M. Roberto, avendo avversato con discorsi sediziosi il governo, era stato imprigionato; riuscito a fuggire, venne poi ripreso e, senza tanti complimenti, fucilato dai militari del de Luca'.

Il 12 luglio il governatore inviò una lettera al capitano della Guardia Nazionale di Salza in cui, tra l'altro, scriveva: "Ho delle eccellenti notizie a darle. I briganti battuti su tutti i punti, costernati, fuggitivi, sperperati, i paesi atterriti dalla prontezza e severità della repressione. In Montefalcione hanno avuti trenta­tré morti nel conflitto, si dice però che ve ne siano altri 40 per la campagna, sette fucilati. Ieri fucilati in Lapio altri 4, e ciò oltre le perdite sofferte a Candida e Chiusano. Abbiamo 4 can­noni, 200 ussari ungheresi, un battaglione di Linea, ed una compagnia di ungheresi, una compagnia del 6° di Linea, ed 800 guardie mobilizzate. Si rinfranchino i buoni: guai ai birbanti, è  suonata l'ora della loro distruzione. Chiunque è preso con le armi alla mano è fucilato subito"'. Quel giorno stesso la truppa proseguì per Montemarano e quindi, alle 8 del mattino seguen­te, raggiunse Paternopoli, dove rimasero centodieci guardie nazionali con l'ordine di dirigersi a Parolise.

A mezzogiorno la truppa raggiunse Volturara. Qui il de Luca riuscì a catturare un tal Pagliuchella, capobanda, che venne impiccato al tiglio di piazza Roma, da dove penzolò per diversi giorni 5: barbarie inaudita nel nostro Regno!

A ennesima conferma della malvagità d'animo del governa­tore, magnificato poi dalle servili adulazioni dei liberali nostra­ni, riportiamo le affabili aggettivazioni, cariche di amore patriottico, con le quali egli, in un rapporto al dicastero dell'interno del 14 luglio 1861, qualificava gli abitanti di questo bel paesino: "Volturare, paese barbaro e incivile, quantunque grosso di 7000 abitanti. Feci sfilare tutte le truppe e i cannoni per il paese, perché quegli èbeti si persuadessero della forza del governo" . Autentico cialtrone!

Espressioni del genere nei riguardi della nostra gente erano frequentissime nelle scritture dei "fratelli d'Italia" del tempo. Citiamo solo, tra le tante, le parole del pubblico ministero nel processo per la rivolta di San Potito, da lui definito "paesello quanto d'appoco, tanto infesto e maligno".

Il cialtrone de Luca sciolse la banda musicale di Volturara, rea di aver suonato l'inno borbonico, e minacciò di denunziare al potere giudiziario il sindaco e le locali guardie nazionali per complicità con le bande armate se non avessero provveduto a perseguitarle con energia. La truppa continuò poi per Sorbo e Salza, rientrando infine ad Avellino.

Il giorno 11 il circondario di Tufo (dove la sera del 10 anco­ra si festeggiava per Francesco II) fu investito dall'accorrere di guardie nazionali da Altavilla, Ceppaloni e San Giorgio, capita­nate da Francesco Parente, che posero fine alla rivolta, già di per sé rientrata appena giunte le tragiche notizie di  Montefalcione.

L'intera campagna di repressione fu accompagnata dai soliti rastrellamenti indiscriminati di popolani che da tutto il territo­rio interessato dall'insurrezione venivano senza posa ammassa­ti, in condizioni disumane, nelle carceri di Montemiletto, Sant'Angelo dei Lombardi, Montella e, soprattutto, Avellino e Montefusco, veri monumenti alle sofferenze delle nostre popo­lazioni. Non a caso il sovraffollamento assurdo in queste pri­gioni provocò numerosi tentativi di evasione in massa, registrati nei documenti del tempo, per non parlare dell'altissimo numero di decessi dovuti alle inevitabili malattie che i carcerati vi con­traevano.

Nessuna notizia abbiamo della repressione in Montemiletto. Ma quanto ci rimane ignoto delle vicende vagamente narrate e della repressione di quei giorni? Il liberale Vladimiro Testa rac­conta: "L'Abate Ciampi, nel luglio 1861, con una mano di ardi­ti montefuscani, piomberà su Montemiletto a reprimervi la rea­zione" 8. Scrive poi di questa presunta azione come di "una pericolosa impresa". Non ho trovato alcun documento che atte­sti una cosa del genere. Di certo l'Abate, se mai si mosse verso Montemiletto, non lo fece prima che la cavalleria ungherese avesse sgombrato il campo da ogni resistenza. Quanto agli "arditi", se ce ne fossero stati, sarebbero accorsi a salvare il Tarantino, piuttosto che arrivare a fatti compiuti. Si riporta poi da altri la notizia secondo cui il Cialdini aveva intenzione di bombardare e distruggere Montemiletto per punirla definitiva­mente delle sue ripetute ribellioni, ma avrebbe in seguito rinun­ziato per la presunta mediazione dell'Abate Ciampi. Personalmente penso che la notizia, di per sé non inverosimile, sia piuttosto un'esagerazione per accreditare il Ciampi di meriti presso le popolazioni. Pertanto, in assenza di documenti, riten­go di non dover accogliere per autentico il fatto, anche se il Cialdini si era dimostrato capace di ogni eccesso criminale (ad esempio, nel bombardamento di Gaeta) .

 A Prata nei giorni della repressione venne denunziato un tal Alfonso Lúongo, di professione fabbro, da una spia di Santa Paolina. Costui andava apertamente affermando, nella sua bot­tega a Tavernanova "sulla consolare", che "se i liberali cantava­no vittoria, fra breve non sarebbe stato così", e preannunziava altre reazioni. Inoltre era solito cantare e recitare inni e poesie in lode di Re Francesco II e parlar male di Garibaldi. Venne ovviamente associato agli incriminati per la cospirazione di quei giorni `°.

L'avvertimento del Luongo era serio: L'Irpino del 10 ago­sto informò che gli abitanti di Montemiletto davano nuovi segnali di rivolta!

Sciacallaggio in Montefalcione

A Montefalcione, dalla sera del giorno 10, quando ormai la rivolta era stata soffocata nel sangue, cominciò il rastrellamento delle armi. In pochissimi giorni si sequestrarono da parte dei militari centinaia di fucili. Di questi ben 150 finirono indebita­mente nella mani del più volte citato Pasquale Mauriello, il quale, all'indomani del massacro, fu improvvisato sindaco da un conciliabolo semiclandestino costituito dalle poche famiglie collaborazioniste, spalleggiate dalle armi piemontesi.

Il clima di dura persecuzione giudiziaria che imperversò nei mesi e negli anni successivi permise al neosindaco di sfruttare la situazione. Infatti molti compaesani, per sottrarsi alle vessa­zioni del potere giudiziario, gli sborsarono tangenti per ottenere l'impunità. Egli stesso, a sua volta, tentò di procurare la fede di buona condotta a due suoi figli che erano stati fortemente implicati nella rivolta, ma la giunta municipale respinse questa sfrontata richiesta. Mauriello ne fece tante da farsi destituire dalla carica di primo cittadino. Alla fine fu imboscato nella Guardia Nazionale col grado di sottotenente ".

Similmente sfruttò la situazione D.Ercole Polcari, il quale dapprima procurò di accusare un gran numero di compaesani e  poi si offrì di scarcerarli dietro la corresponsione di mazzette. Così scampò un tal Giuseppe Pagliuca che, latitante da un anno per la rivolta di Montemiletto del settembre 1860, si costituì e, grazie al Polcari, ritornò libero dopo soli 26 giorni. D.Ercole tentò di profittare anche di Gaetano Baldassarre, che alla fine, esasperato, così commentò: "Mi ha rovinato, e adesso ci dob­biamo umiliare" .

Michele Tagle più di una volta si recò a Montefalcione nel tentativo di arrestare Baldassarre. In tali occasioni non trala­sciava di mettergli sottosopra la casa, suscitando il risentimento delle sorelle Nicolina, Carolina e Celeste (come avvenne nel gennaio o febbraio del 1862). Tramite Francesco Perillo, cognato di Gaetano, fece poi sapere di essere disposto a scagio­narlo dietro una ricompensa di cinquanta piastre. Il ricatto, però, non fu accettato '.

Disavventura di una guardia nazionale

Tra i militari che si batterono durante l'assedio nel monaste­ro di Montefalcione e nel successivo massacro, troviamo un tal Nicolangelo Natellis, nome che al lettore attento dovrà risultare familiare, in quanto si tratta proprio del personaggio che abbia­mo visto entrare con la bandiera borbonica in San Potito alla testa dei rivoltosi, dando inizio alla sollevazione in paese.

Secondo la testimonianza del citato tenente Francesco Santulli di San Potito, che pure fece parte della colonna repres­siva, il Natellis si batté con coraggio, e due giorni dopo l'ecci­dio fu destinato di scorta per il trasporto dei militari feriti ad Avellino. Fece quindi ritorno dai suoi, a casa di suo padre Beniamino (che, come si è visto, era stato aggredito da Cindolo e compagni). Nel frattempo, essendo cominciata in paese la persecuzione giudiziaria, sulla base delle testimonianze accusa­torie di molti il 12 novembre 1861 fu spiccato nei suoi confron­ti un mandato di cattura, che lo costrinse a subire l'umiliazione di vedersi carcerato e trattato come un brigante. Ma procediamo  con ordine.

Il Natellis fu tra coloro che il 6 luglio vennero spediti dal capitano della Guardia Nazionale di San Potito, Matteo Tecce, a Candida, su urgente richiesta di Michele Tagle. Ritornato il giorno seguente e avuta notizia dei tumulti di Chiusano, prese a chiedere informazioni ad alcuni popolani che incontrò per la strada. Alle sue domande costoro reagirono urlando: "I galan­tuomini! i galatuomini!" (in effetti egli era malvisto dalla popo­lazione, in quanto nell'aprile precedente si era unito al governa­tore per reprimere le insurrezioni di Volturara e di altri paesi della provincia). Vista la mala parata, pensò bene di allontanar­si in tutta fretta, riparando in un suo fondo che confinava col territorio del comune di Parolise. Qui si incontrò col sindaco, il citato Domenico Maffei, che gli consigliò vivamente di cambia­re aria, essendo la campagna circostante percorsa da gente sedi­ziosa. II fuggitivo decise allora di far ritorno a casa per armarsi, ma sulla strada, ad un certo punto, fu circondato da un gruppo di rivoltosi guidati da Vincenzo Cindolo, che prese a minacciar­lo di morte per la sua appartenenza alla Guardia Nazionale. Poiché il malcapitato cercava di giustificarsi affermando che la sua partecipazione era dovuta ad ordini superiori, il capobanda gli rispose: "Ebbene non vuoi morire, allora ti comandarono gli altri, ed ora ti comando io" ", al che, tolta una bandiera bianca ad uno dei suoi uomini e minacciandolo con lo stile, gliela con­segnò dicendo: "Tu portasti la bandiera di Vittorio Emanuele, e tu porti questa" `S. Minacciato di morte, Natellis fu costretto a ubbidire e ad inneggiare a Francesco II. Ecco, dunque, perché fu visto addirittura alla testa dei rivoltosi il 7 luglio. Lo stesso dovette poi girare per San Potito insieme con gli altri, fin quan­do non riuscì a fuggire, approfittando di un momento in cui i rivoltosi erano fermi in una bottega per comprare dei sigari. Riparò in Atripalda, dove si presentò prima dal capitano Palumbo di Bellizzi, che gli fornì delle armi, e poi dal maggiore Preziosi, cui raccontò l'accaduto. Questi gli ordinò di raggiun‑gere un avamposto in località Acqua Chiara, dove trascorse tutta la notte, unendosi il mattino seguente alla colonna militare del de Luca.

Il Natellis faticò non poco per vedersi riconosciuta l'inno­cenza e, in attesa, rimase in carcere, accusato di cospirazione, fino al 30 agosto 1864: oltre tre anni dunque, senza contare le spese sostenute per l'avvocato!



Ultimo aggiornamento (Sabato 05 Marzo 2011 17:13)

 
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