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LA RIVOLTA DI MONTEFALCIONE - Pagina 2

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LA RIVOLTA DI MONTEFALCIONE
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Montefalcione liberata

Già agli inizi di gennaio si erano sparse voci di un'imminente insurrezione che doveva verificarsi in Montefalcione, Lapio, Montemiletto, Torre le Nocelle e Pietradefusi. Giunsero segnalazioni al governatore di Avellino, il quale mandò nella zona un drappello di ricognizione comandato dal capitano Masi, con l'ordine di procedere a perquisizioni domiciliari e al disarmo dei sospetti'.

Il successivo 10 febbraio mani ignote inalberarono di notte a Montefalcione alcune bandiere bianche, per cui due giorni dopo lo stesso Belli spedi in loco il capitano Tagle con l'incarico di scoprire i temerari.

Il ritorno di Baldassarre da Gaeta a fine febbraio rinforzò notevolmente lo spirito di rivolta. Continue riunioni si tenevano per decidere il da farsi. La Guardia Nazionale del paese, capitanata da D.Pasquale Capone, non era nelle condizioni di controllare la campagna, da dove i fuoriusciti esercitavano indisturbati una crescente pressione sul centro abitato. Il 4 luglio questi ulti¬mi inviarono a D.Pasquale una lettera intimidatoria con richie-sta di denaro e nello stesso giorno tentarono un'estorsione ai danni del tabaccaio Benedetto La Contrada, anch'egli di Montefalcione. Tutto era ormai pronto per rompere gli indugi ed uscire allo scoperto.

La sera del 5 luglio il giovane Basilio radunò all'aperto gli altri capi, intorno ad un fuoco, per le ultime istruzioni. In quella notte pochi riuscirono a dormire. Parola d'ordine dell'insurrezione: "Roma e sette mazze" .

Il giorno seguente due uomini armati entrarono spavalda

mente in paese e si presentarono dal sindaco, Diocle Polcari, con l'ingiunzione di adunare il popolo in pubblica piazza, distruggere le insegne sabaude ed inneggiare ai Borbone. Il sindaco, stupefatto ed atterrito, finse di accondiscendere, ma, resosi conto dell'aria che tirava, appena possibile fuggì, ripa¬rando a Candida presso il fratello Basilio. Nel pomeriggio sessanta uomini, tra cui molti soldati con divise militari del disciolto esercito, con a capo Basilio Pagliuca e Carmine la Contrada, suo luogotenente, al grido di "Viva Francesco II! Morte a Vittorio Emanuele e Garibaldi!" entrarono in Montefalcione, provocando l'immediata sollevazione dei paesani, i quali, senza incontrare alcuna opposizione, spazzarono via il governo fantasma dei liberali difeso da pochi, spauriti merce¬nari. Disarmarono la Guardia Nazionale e ripristinarono la Guardia Urbana, distruggendo le insegne sabaude e innalzando ovunque la bandiera patria. Dichiarato decaduto il governo nazionale, proclamarono la restaurazione del governo borbonico, nominando sindaco Gaetano Baldassarre.

Dal pomeriggio del 6 luglio Montefalcione, di diritto e di fatto, tornò ad essere territorio del Regno delle Due Sicilie, in armi contro orde di stranieri e barbari invasori. Le poche famiglie liberali, totalmente isolate nel sentimento popolare a causa della loro sprezzante alterigia, fuggirono.

La piazza fu dunque occupata dagli insorti, i quali, sventolando il vessillo borbonico, percorrevano di continuo; festanti e incontrastati, le vie del paese. Montefalcione divenne, di proposito, il quartier generale di una rivolta che intendeva propagarsi in ogni direzione. L'entusiasmo popolare era grande, e ben presto si vide accorrere gente dai luoghi vicini. Pagliuca divenne il riferimento di tutti i cospiratori.

Il giorno seguente, i nostri sostennero e respinsero felicemente un tentativo di attacco da parte di una colonna di oltre cento militi capitanati da Carmine Tarantino. Giunse poi a Montefalcione il capobanda Angelo Ciarla con un drappello di armati di Montemiletto, alcuni dei quali con divise del disciolto esercito. Accolti con entusiasmo, i nuovi arrivati si esibirono in pubbliche esercitazioni militari per la strada principale del paese. Subito dopo, una moltitudine festante, preceduta dal frate Urbano Noviello, portò in processione un quadro della regina Maria Cristina di Savoia (!), madre di Francesco II ', venerata dal popolo come una santa ". Nel frattempo il Pagliuca guidava una spedizione per sollevare Chiusano San Domenico e dar man forte ai rivoltosi di Lapio.

L'indomani gli uomini del Ciarla, insieme con altre bande, si diressero a Montemiletto per sostenere l'assedio contro il capitano Tarantino, come vedremo.

Quasi nulla si conosce di ciò che avvenne in quei giorni a Montefalcione, ma, come si rileva dai processi successivamente istruiti dagli oppressori (che avevano tutto l'interesse a trovare ogni pretesto per aggravare la pena), nel paese governato da sé non avvenne il benché minimo furto e alcuna violenza. Vi fu solo un proposito, dal quale poi si desistette, di assaltare la casa di Ercole Polcari, dove tuttavia il giorno 9 si requisirono armi e viveri.

Il mantenimento dell'ordine fu grande merito del giovane Pagliuca, che assunse l'onere gravoso di governare la piazza in momenti di grande concitazione popolare.

La sollevazione di Montefalcione fu il segnale della rivolta. Una scossa elettrica eccitò a tal punto gli animi, che nei giorni successivi, uno dopo l'altro, decine di comuni e villaggi si sollevarono innalzando bandiere borboniche, con gruppi di rivoltosi che si muovevano da un luogo all'altro. Ovunque vennero distrutti e calpestati i ritratti e le insegne di Garibaldi e Vittorio Emanuele. Possidenti e liberali non ebbero altra via di salvezza che la fuga nel capoluogo, al riparo delle armi piemontesi.

In ogni centro liberato si provvide alla nomina del sindaco e alla rifondazione della Guardia Urbana. L'insurrezione dimostrò di perseguire un preciso piano politico: non solo si eliminavano le insegne del governo usurpatore dichiarandone decadute le funzioni, ma si provvedeva ovunque a ristabilire la legalità del precedente governo, procurando il ristabilimento di ogni condizione per un'effettiva operatività.

Dai boschi a ridosso di Montefalcione partirono due colonne di insorti. La prima per Chiusano e i paesi verso Avellino, la seconda per Montemiletto e Lapio.



Ultimo aggiornamento (Sabato 05 Marzo 2011 17:13)

 
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