Indovinello "Popolare"

Ncoppa no barcone ce sta no uaglione: se sponta ‘o caozone e caccia ‘o battaglione.
(La pannocchia di granoturco)


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TRATTATO DI RELIGIOSITA’ POPOLARE RIGUARDANTE M0NTEFALCIONE

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Riceviamo e pubblichiamo da Giuseppe Martignetti


 

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TRATTATO DI RELIGIOSITA’ POPOLARE RIGUARDANTE M0NTEFALCIONE

 

           ( Primo Convegno sulla festa di S. Antonio a Montefalcione- 24 Agosto 2014 )

 

(partecipante Giuseppe Martignetti )

 

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libroxxxUn amico di vecchia data, quando ha saputo che ero stato invitato a partecipare a questo convegno, in senso di sfottò mi ha detto: Ecco lo storico di Montefalcione; la male” lengua” del paese! Se per storico s’intende raccontare ai giovani qualcosa vissuta in prima persona o per sentito dire, sono ben lieto di essere sfottuto. Se per male lingua si intende dire in faccia la verità ebbene accetto e con orgoglio anche questo.

 

Confesso che a questo invito avrei preferito quello di zappare nell’orto del monastero o tagliare l’erba nei giardini pubblici , però quando viene chiesto qualcosa per Sant’Antonio nessuno può o deve rifiutare.

 

Se ricerchiamo tra le poche fonti disponibili di storia locale , notiamo, a secondo delle epoche , il crescere e il venir meno di fede e devozione verso determinati Santi.

 

Facendo riferimento ai toponimi si presuppone che in un’epoca lontanissima, nell’omonima contrada si venerasse S. Fele, diminutivo dell’arcangelo S.Raffaele, “ Faele” e trasformato nel corso dei secoli in Fele. Poco distante c’è Toppolo S.Felice

 

Lo stesso vale per S. Felicita, una delle contrade abitate tra le più antiche di Montefalcione, messa a ferro e fuoco dai castellani di Tufo, distante circa ottocento metri, in linea d’aria dal castello di Montefalcione, da tempo sparita dalla toponomastica del comune.( Si trovava nei pressi dell’attuale campo sportivo).

 

Di certo si venerava S. Pietro ed in tempi remoti esisteva una chiesa a lui dedicata.                     

 

Alla contrada S. Pietro- Villani, agli inizi del 1900 furono rinvenute le fondamenta ed alcuni resti di un pavimento , tra un mucchio di pietre venne fuori il batacchio di una campana.

 

Ricercando tra fonti storiche certe, quale registri di battezzo o di morte, oppure da qualche vecchio atto notarile si legge che un tizio dona ad un nipote un appezzamento di terreno sito alla contrada S.Giuseppe ed uno più piccolo per dimensione posto alla contrada S.Andrea di Montefalcione.

 

Un’altra contrada si chiama Croce, anche il toponimo di questa, fa riferimento ad un simbolo religioso. Oppure la vecchissima contrada S. Marina in riferimento alla Santa vergine e martire.

 

La stessa cosa vale per la contrada S. Marco, da dove proviene un reperto in pietra , a bassorilievo raffigurante l’immagine di un uomo con la barba, che la buona gente credé fosse S. Marco, il reperto raffigurava il Santo oppure faceva parte di una delle tante tombe della necropoli atripaldese e raffigurava forse un patrizio romano ?  

 

Il toponimo dato alla via S. Antonio Abate, senza alcuna ombra di dubbio, ci ricorda che in quel sito esisteva una chiesa intitolata al santo protettore degli animali e che all’epoca veniva venerato

 

dai contadini del paese. (Testimoniano quanto innanzi detto alcuni scritti attestanti che nella chiesa madre esiste un calice d’argento appartenuto a detta chiesa).

 

Quanto predetto sta a dimostrare come l’indole degli abitanti di questo paese sia stata da sempre propensa e predisposta alla fede verso i Santi, verso la Madonna, verso Dio. Nei tempi passati,essendo la maggior parte della popolazione analfabeta, c’era bisogno di sussidi visivi affinché il senso della vista potesse trasmettere alla mente ed al cuore della gente quanto non letto o studiato.

 

Nel 1700 a Montefalcione vennero acquistati i Misteri, statue in carta pesta eseguiti da noti artisti

 

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napoletani raffiguranti la passione e morte di Gesù Cristo, divise in gruppi di personaggi mostravano le diversi fasi dell’evento a cominciare dal bacio di Giuda, all’ultima cena, alla crocifissione , al pianto della Madonna e della Maddalena alla resurrezione.( 24 tavole con 77 personaggi).

 

Tutta la scena veniva mestamente rappresentata, esposta o portata in processione il venerdì santo di ogni anno con grande partecipazione dei fedeli ai quali rimanevano impresse nella mente sia le vicende che i personaggi.

 

I “Misteri” fecero il loro tempo e non sappiamo perché furono venduti ad una confraternita di Lapio che tuttora li custodisce. Sono stati restaurati e valorizzati, oggi costituiscono un’attrattiva che porta i n quel paese, ogni venerdì Santo un gran numero di curiosi..

 

Nel 1800 fu acquistato un crocefisso in carta pesta a grandezza naturale e di pregevole valore artistico, capace di piegare le braccia una volta schiodato dalla croce per essere ricomposto sul lettino e portato in processione per le vie centrali del paese la tarda sera del venerdì Santo di ogni anno.

 

La tradizione locale dei Misteri fu sostituita dalle funzioni del venerdì Santo che consistevano nella cerimonia delle Sette parole, della schiodazione, della processione del Cristo morto e della Madonna Addolorata ed al rientro il bacio della folla al Cristo morto.

 

Tale tradizione per fortuna resiste ancora anche se in parte modificata dall’attuale liturgia.

 

Fino agli anni 1950 spesso nelle sere delle feste religiose venivano svolte in piazza delle rappresentazioni teatrali le così dette “opere” quasi sempre a sfondo religioso, usanza che affondava le radici nella notte dei tempi. Queste venivano preparate durante i mesi invernali da improvvisati attori locali oppure veniva chiamata la compagnia Iannino di Lapio che esercitata in forma stabile e girovaga con grande successo di scene e di spettacolo.

 

Le opere che ricordo aver visto da piccolo, nel palco improvvisato al centro della piazza principale del paese sono: la Passione e Morte di Cristo; Il Vecchio Battezzatore; Sant’Antonio da Padova; S.Feliciano; S. Eustachio , spettacolo al quale assistetti a Montaperto intorno agli anni 1950.

 

Però a Montefalcione la fede e la religiosità popolare assume dimensioni del tutto particolari

 

verso il proprio protettore Sant’Antonio da Padova.

 

Nell’archivio parrocchiale si legge che nel 1643 fu fatta la statua di S.Antonio. Se una comunità desidera avere il simulacro di un santo è perché ha il desiderio di venerarlo e pregarlo, quindi la festa del tredici di giugno cominciò senz’altro in quegli anni.

 

Qualcosa di scritto risale al lontano 1688, ci ricorda una promessa fatta dai montefalcionesi di allora e rivolta a Sant’Antonio da Padova:” Tu sei la nostra rocca di difesa nei dolorosi frangenti della vita e noi ti ameremo sempre ed assai.”

 

Non capita a caso il vecchio detto:” ogni volta che hai bisogno, rivolgiti al tuo Santo protettore”

 

Infatti , quando nei dolorosi frangenti della vita, quando ogni speranza di sollievo da parte di parenti, di amici, di medici o di luminari della cultura e della scienza risulta vana ed inefficace , il montefalcionese a chi si rivolge? Ebbene, siatene certi, si rivolge a S. Antonio, al protettore, al patrono del paese , al gran Santo dei miracoli, venerato e pregato in tutto il mondo, invocando protezione ed aiuto. Anche se a volte per la disperazione la gente lo bestemmia, continuamente lo prega, si confida, spera.

 

La fede che nutre per il suo protettore si materializza ai piedi ed al cospetto di quel simulacro

 

antico di circa quattrocento anni che è capace di riunire una intera comunità.

 

E’ davanti a questa immagine che la gente, sia ricca che povera, ignorante o colta, da sempre ha

 

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strisciato carponi, qualche volta con la lingua per terra dall’ingresso della chiesa fino ai suoi piedi; ha confidato le sue malattie, i suoi problemi la sua miseria materiale e morale ; qui è venuta a ringraziare, a piangere di gioia, a donare.

 

E’ davanti a questa immagine che i nostri progenitori hanno gareggiato , a volte venendo alle mani per portarla per primi sulle spalle in processione per le vie del paese. Onde evitare questo si istituì

 

l’antica usanza dell’asta che ancora oggi, per grazia di Dio continua anche se fuori dalla chiesa.

 

Questa statua lignea, che raffigura il nostro protettore, è stato l’emblema, la bandiera che ha per secoli tenuto unito un popolo; che ha visto nemici inginocchiarsi uno accanto all’altro al passaggio della processione, scambiarsi di nuovo un saluto, fare la pace.”

 

Dall’ultima domenica di agosto del lontano 1688, il simulacro viene portato a spalla in processione per le vie del paese due volte all’anno e festeggiato solennemente.

 

Come allora si svolgesse la festa non lo possiamo sapere, credo che ciò che da allora ad oggi sia rimasto immutato è la fede verso il Santo , le preghiere, le richieste di aiuto e protezione sia materiali che spirituali, offerte di ceri , fiori, celebrazione di messe solenni, canti sacri una volta recitati in latino , e spesso in dialetto locale come risulta per alcuni di essi tramandati da generazioni e vecchi di centinaia di anni.

 

La festa si è fatta sempre in pompa magna grazie alle offerte spontanee della gente che a secondo dei tempi consistevano in grano, vino, soldi, oro, animali e da ogni altra offerta che veniva venduto ed il ricavato serviva per pagare le spese.

 

Mio nonno classe 1863 raccontava ai propri figli che quando era ragazzino , la settimana prima della festa , a Montefalcione era un viavai di muli di asini , di cavalli e di donne che trasportavano in chiesa carichi di grano . Essi provenivano dai paesi circostanti, avevano fatto voto di portare a Sant’Antonio di Montefalcione il grano che in parte avevano donato loro stessi, in parte avevano questuato nel loro circondario o lungo la via che portava a Montefalcione.

 

Cominciava così la settimana della festa.

 

In chiesa c’era sempre un prete a benedire e donare qualche immagine del Santo , a pregare insieme a loro. Qualcuno del comitato festa   distribuiva il pane benedetto , un bicchiere di vino,

 

una mangiata di fieno per gli animali ed un secchio di acqua ; il tutto donato dalla gente , per il Santo, per la festa in semplicità ed in segno di ospitalità ed accoglienza.

 

I forestieri già da allora affluivano ai piedi di Sant’Antonio venerato a Monefalcione, già a quei tempi rappresentava una meta di Santuario . Quella gente, stanca, sudata, giungeva a Montefalcione per donare al Santo un carico di grano, che datosi i tempi, era uguale ad un carico di oro, chiedendo in cambio una grazia , una protezione, una benedizione e dopo essersi inginocchiata ai piedi della sua immagine, ritornava al proprio paese tranquilla e serena per aver assolto al voto promesso.

 

Già allora, questa sagra effigie, era capace di dare pace e tranquillità a coloro che davanti ad essa si prostravano

 

Nei secoli scorsi nei nostri paesi, si verificarono eventi gravissimi di calamità naturali, peste , vaiolo, tifo, dissenterie, che aggiunti alle malattie correnti quale polmonite, bronchite, salmonella,morbillo, pertosse ed altro mietevano vittime a centinaia .

 

Uniche medicine: salassi fatti con sanguisughe pescate nel vallone Grande, decotti a base di erbe,

 

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impacchi di crusca calda o di ghiaccio conservato nelle nevère, non esistevano altre medicine. Ogni anno la popolazione veniva decimata.

 

Non avendo altre speranze la povera gente si rivolgeva all’aiuto dei santi, per i montefalcionesi l’unico rifugio era il Protettore, il patrono. Si prometteva tutto in cambio di una grazia, cioè la richiesta di salvare il proprio figlio, il proprio familiare da morte certa.

 

Non si possedeva nulla, ma quel poco disponibile si prometteva al Santo : si facevano voti nei modi più impensati. Qualcuna in cambio della sopravvivenza prometteva di rimanere zitella tutta la vita,

 

qualche altro prometteva di digiunare per una settimana, qualche altro di strisciare sul pavimento della chiesa dalla porta d’ingresso fino alla statua del santo col la lingua sul pavimento.

 

Cosa che ancora oggi si verifica , ne sono testimone. Ognuno teneva fede a quanto promesso

 

anche a costo della vita.

 

Di qui il detto; a bimbi non promettere e a Santi non far voto

 

L’ABITO E MONACIELLO

 

Uno di questi voti era quello di vestirsi, per un periodo di tempo promesso col saio del Santo.

 

Sembra oggi, quando ero ragazzino di pochi anni, mentre in chiesa in braccio a mia madre guardavo quelle madri con in braccio il figlioletto più o meno della mia stessa età o più grandi e con l’altro braccio reggere un saio grande ed uno piccolino . si recavano presso la statua del santo, esposta con dietro la luccicante raggiera, con davanti una miriade di candele accese, attendevano il prete per far benedire quegli indumenti e poi nella sacrestia vecchia, li indossavano e ritornavano davanti al Santo per pregare e ringraziare.

 

Qualche anno fa , una signora del paese, si è vestita con l’abito di sant’Antonio e lo ha portato per

 

parecchio tempo . I giovani che la vedevano, non conoscendo il perché si fosse vestita in quel modo, si mettevano a ridere, io che ricordavo di aver già visto tutto ciò da piccolo, non lo nascondo: mi venne da piangere.

 

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I SCANNI E CERA    

 

Non erano poche le persone che si rivolgevano al Santo per ottenere la grazia della guarigione del marito malato , dei propri figli, delle proprie figlie perché dovevano partorire, essendo incerta la loro sorte, pregavano il protettore affinché le aiutasse:

 

Promettevano in cambio della grazia richiesta che durante la processione, per più anni, avrebbero portato a piedi scalzi, tanta cera   accesa quanto pesava la persona miracolata.

 

Quasi sempre il caso si risolveva per il verso giusto, per fatalità o per intercessione del Santo e quindi ogni festa i scanni di cera crescevano di numero. I falegnami locali venivano incaricati di costruirli adatti a contenete un certo numero di candele che venivano accese e portate dai miracolati e dai familiari davanti al Santo durante la processione. Il posto loro assegnato era: appena dopo le confraternite costituite da iscritti vestiti in grande uniforme con mozzetti di oro zecchino e d’avanti i loro gonfaloni, uno del Santissimo sacramento e l’altra con quello dell’Immacolata concezione e Monte dei Morti; queste durante le processioni precedevano il clero.

 

Fare più chilometri a piedi scalzi,i pesi dei scanni di cera sorretti da braccia devote, era il sacrificio offerto al Santo in cambio della grazia ricevuta.

 

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I PAGGETTI E IL GIGLIO DORATO

 

Da sempre il giglio , il fiore più bello e profumato che la natura ci dona, simbolo della purezza d’animo è collegato a Sant’Antonio, forse perché fiorisce proprio per il 13 giugno di ogni anno ed emana un profumo gradevolissimo.

 

Il simbolo del giglio dorato posto su un’asta di legno alta più di quattro metri con legato un gonfalone di seta di colore azzurro da un lato e bianco dall’altro, sorretto da tredici cordicelle, sei da un lato della strada e sette dall’altro; le cordicelle venivano tenute da tredici ragazzini vesti da paggi(venivano detti i paggetti di Sant’Antonio) aprivano la processione.

 

Forse perché ero ragazzino, ammiravo tanto questi paggetti, volevo sempre essere accompagnato davanti la processione per poterli osservare.

 

Sul baschetto nero sventolava al vento la penna di struzzo bianca. Forse frugando in chiesa si può ancora trovare qualcuno di questi costumi.

 

Io ricordo , da piccolo, di aver più volte chiesto ai miei genitori di potermi vestire in quel modo durante una festa. La risposta era che quel vestitino costava troppo, non potevano spendere quei soldi e che quella era cosa da figli di papà . Noi altri poveri contadini od artigiani chiamavamo nostro padre : tata oppure col diminutivo:Tatillo. Indipendentemente da come lo sì chiamava rispettavamo e temevamo i nostri padri.

 

Altri tempi, (tiempi nuosti.)

 

 

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LA CERCA DEL GRANO

 

Fede a parte, per fare la festa ci volevano anche i soldi. Così come ora anche in passato i masti di festa dovevano provvedere a racimolare offerte, diciamo spontanee, ma qualche volta date con un pizzico di malavoglia, non per cattiveria, ma perché più delle volte mancava lo stretto necessario alla sopravvivenza.

 

Ai tempi passati era il grano l’elemento più quotato; si mangiava pane di granturco per parecchi mesi dell’anno e solo durante i mesi estivi si degustava pane di grano impastato e cotto in casa, integrale perché bastava di più e si conservava meglio poiché la crusca contribuiva a farlo rimanere morbido . Una cotta di pane doveva bastare a sfamare una famiglia per otto o dieci giorni.

 

Avevo cinque o sei anni ed era la fine di giugno , tempo di mietitura del grano, mio padre mi svegliava presto, verso le cinque e mi conduceva in campagna con lui. Non mi dispiaceva affatto alzarmi a quella ora perché in cambio cavalcavo l’asino di famiglia, fino al raggiungimento del terreno tenuto in affitto, situato alla contrada Carrani, nei pressi dell’attuale campo sportivo.

 

Terreni duri da lavorare ma molto produttivi, era una delle zone del paese che producevano la maggior quantità di grano.

 

Quell’anno avevamo una partita di grano da fare invidia, pronta per essere mietuta, perciò mio padre era andato con la falce quella mattina cominciava la mietitura che durava per una settimana ed oltre.   Passò poco tempo ed arrivò un uomo con la paglietta in testa e con sulla spalla un palo lungo più di tre metri. Salutò dicendo Sant’Antonio e santa Lucia: mio padre rispose al saluto augurando il buongiorno, posò la falce, prese due mazzetti di spighe, le più lunghe, le intrecciò e posatele per terra legò   una quantità di spighe che contenevano cinque o sei chili di grano, fece la “gregna” che donò per fa festa. Quel giorno ed i giorni seguenti di questi personaggi ne passarono diversi, ognuno cercava grano da utilizza per le feste ed infilate le gregne al palo, le caricava sulle spalle e le portava all’aia . In paese allora di feste se ne facevano parecchie: S.Feliciano, S.Antonio di giugno, S.Pietro e Nostra Signora, il cuore di Gesù, S. Antonio di agosto, La Madonna di Pompei, La Consolazione. Le principali erano S:Feliciano e S.Antonio ad agosto;. per le altre bastava un cinema in piazza proiettato dopo la processione.

 

La persona innanzi descritta veniva chiamata “ o cerchendole”. Lo faceva per voto e si impegnava di portare alle aie per la futura trebbiatura il maggior numero di gregne.

 

Impegno senza alcun compenso, fatto per fede e devozione, fatto affinché anno dopo anno, la festa potesse continuare potesse essere svolta sempre con maggior entusiasmo e sempre in modo migliore.

 

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LA FIGURA, L’IMMAGINE DEL SANTO A PROTEZIONE DI TUTTO

 

In ogni masseria , nella camera da letto c’era il quadro di Sant’Antonio: Era il regalo di nozze

 

Che i genitori davano ai propri figli quando mettevano su famiglia, assieme al corredo ed a pochissime altre suppellettili.

 

Era dunque il Santo raffigurato in un quadro l’unico il più importante tutore per quei giovani sposi che con tanti sacrifici dovevano crescere la futura prole.

 

Raccolto il grano, fonte di vita e portato alle aie per la trebbiatura fatto in grandi mucchi a forma di casa o a forma circolare” Le casazze”   veniva attaccate ad esse una figura a protezione di eventuali incendi.

 

Davanti alla porta delle stalle , a protezione degli animali domestici, altra fonte principale di vita per i poveri contadini, si trovavano attaccate diverse figure.

 

Le madri, dopo aver fasciato il proprio piccolo nascondevano entro di esse una figura del Santo

 

Chi partiva per la guerra prima ancora di mettere nel portafogli qualche fotografia dei cari, metteva

 

sempre una figurina di Sant’Antonio che nei momenti di pericolo invocava a protezione.

 

Durante le due guerre mondiali tanti soldati Montefalcionesi furono trovati morti stringendo fra le mani la sacra effigie.

 

Tanti nostri compaesani emigrati in America ed in qualsiasi altra parte del mondo per protezione portavano con loro sempre la figura del protettore.

 

Dopo diecine di anni si sono ricordato sempre di LUI ed hanno insegnato ai propri figli di           amarlo e venerarlo. Grazie anche alle loro offerte la festa anno dopo anno è sempre cresciuta.

 

Grazie anche ai soldi pervenuti dall’estero che la sua cappella è così bella, ricca di pregiati marmi e di affreschi .

 

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LE SCAPILLATE

 

Sempre, in ogni momento il Montefalcionese si sentiva protetto dal Santo, sia nei momenti belli che nei momenti tristi della vita.

 

Specialmente nei momenti di estremo pericolo si invocava la sua protezione e prometteva in cambio qualcosa come per esempio le scapillate.

 

Questa usanza, consisteva che il miracolato , il giorno della festa doveva recarsi in chiesa con un cero acceso e dietro di lui, a secondo la promessa fatta dieci o più giovinette , con i capelli sciolti sulle spalle, vestite con vestiti bianchi simili alle spose di oggi, in fila per due , cantando lodi in dialetto locale , partendo dalla casa del miracolato, attraversavano tutto il paese fino alla chiesa madre e camminando inginocchiate giungevano sino ai piedi della statua del Santo . Il miracolato posava il cero acceso e le ragazze tornavano a casa, oppure partivano dalla casa di un altro beneficiato ripetendo anche per lui lo stesso rito.

 

Da quando durava questo segno di religiosità popolare non si sa, però sappiamo che fu proibito

 

qualche anno dopo la fine della guerra del 1944.

 

Il motivo dichiarato fu quello che il continuo viavai in chiesa e la presenza di quelle ragazze a capo scoperto distraevano i fedeli dalle loro preghiere ed il celebrante stesso, perché quei canti in prossimità della chiesa si sentivano sin dall’altare.

 

In chiesa allora si doveva entrare col velo in testa, con le maniche lunghe e con le gonne lunghe

 

fin sotto il ginocchio.

 

Però tra la gente corse voce che una ragazza di queste che alla festa di giugno aveva fatta la scapillata, per agosto partorì un bambino non si sa figlio di chi.

 

Per i tempi di allora questo era un fatto grave e più grave lo ritenne il prete perché la ragazza comportandosi in quel modo aveva preso in giro anche il Santo.

 

Dall’anno successivo le scapillate scomparvero e rimase solo il loro ricordo.

 

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DA SEMPRE I FUOCHI D’ARTIFICIO ACCESI PER FAR FESTA

 

Fuochi di ogni tipo, a secondo i tempi, hanno sempre fatto parte dei festeggiamenti a Montefalcione, senza di essi ricordo solo la processione del venerdì Santo.

 

A parte la quantità che varia a seconda dell’importanza dell’avvenimento, i fuochi

 

hanno fatto sempre sentire i botti agli abitanti dei paesi vicini tanto da farci guadagnare l’appellativo del paese dei fuochi:” a Montefalcione se spara sempe”.

 

Io non lo ricordo, però mi è stato riferito che durante le processioni, lungo le vie del paese, si sparavano i maschi( erano   degli oggetti di ferro a forma piramidale o tronco conici, bucati all’interno “, si riempivano di polvere e poi da lontano si accendevano con uno stoppino posto in cima ad una canna .

 

Poi furono di moda le batterie , un misto tra tric trac e cipolle. Si accendevano con una miccia dopo essere state distese al lato della strada. Identiche erano le batterie spagnole solo che di tanto in tanto sparavano anche dei colpi in aria.

 

Durante l’accensione di questi fuochi, spesso saltavano dei sassi verso la folla, essendo le strade del paese cosparse di   brecce e ghiaia.

 

Onde evitare problemi alla gente, si cominciarono a sparare lungo le strade del paese, compreso in piazza i così detti tracchi. Un lungo palò piantato nel terreno, con della assi trasversali alle quali veniva artisticamente legato ogni tipo di fuoco, dai tric trac alle cipolle, dai biancali alle giradole,

 

dai fruli ai mortaretti.

 

I fuochi si sono evoluti a secondo il tempo e siamo arrivati ad ora con le cassette cinesi.

 

Di notte invece, si sparavano delle bombe di tiro, fatte artigianalmente, che a guardarle facevano veramente incantare e poi i finali che erano quasi come quelli attuali.

 

LE MIGLIORI BANDE MUSICALI DEL CENTRO-SUD PER LA FESTA DI SANT’ANTONIO E S.LUCIA

 

Per accompagnare la processione di S.Antonio e S.Lucia si sono da sempre scelte le migliori bande musicali esistenti sulle piazze del meridione ; tra queste quella locale essendo questo paese di musicanti e titolare del: “ Gran Concerto bandistico Città di Montefalcione” capace di gareggiare anche con quelle pugliesi.

 

Dopo la processione, le bande si esibivano in piazza su di una cassa armonica all’uopo installata, facendo ascoltare pezzi di famose opere liriche e ricevendo da parte del pubblico ovazioni ed applausi.

 

Lo spettacolo continuava fino a tarda notte intrattenendo non solo i paesani ma tantissima gente che veniva dai paesi del circondario.

 

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COSE NON GRADITE

 

Anni 1915-18-     la statua viene danneggiata dal fuoco.( le fotografie   dei soldati attaccate al Santo bruciano).

 

Anno 1964 primo furto dell’oro(autori i soliti ignoti).

 

Anno 1984   secondo furto dell’oro.( Autori ?)

 

Anno 2001 13 giugno -nessuno risponde all’asta per portare la statua del Santo, motivo: Il parroco aveva detto che bastava solo lui per fare la festa di S. Antonio, appena lui si allontana dalla statua la gente la prende sulle spalle e comincia ad uscire di chiesa. Il parroco si mette davanti alla processione e pace è fatta.  

 

Un anonimo tradizionalista scrive una lettera aperta ai montefalcionesi ricordando il giuramento fatto dagli avi:

 

“ Paesani,

 

La più antica, la più bella, la più cara manifestazione di fede, il patto stretto tra il popolo di Montefalcione ed il suo Santo, rischia di tramontare:

 

                                “ LA FESTA DI S. ANTONIO”

 

La festa patrimonio del popolo, che dal lontano 1688 viene tributata dai montefalcionesi al Patrono, ora per incomprensione e fraintesi corre il rischio di perdere il vero significato, quello di tenere unita la gente che due volta all’anno rinnova la promessa fatta al suo Santo:

 

                               “ Noi ti ameremo sempre ed assai “

 

La festa, qualunque essa sia, svolta nel rispetto della legge e della religione, appartiene ai montefalcionesi che giammai potranno essere sostituiti dal prete, dal Comune o dalla Pro Loco, essa appartiene alla gente che spontaneamente offre, partecipa, s’impegna in tanti modi alla buona riuscita della stessa. Il Comitato Festa è la rappresentanza del popolo.

 

Se è vero che una comunità si riconosce dalle “ Radici “ facciamo in modo che le radici del nostro albero non vengano meno altrimenti l’albero muore.

 

Nell’approssimarsi del mese di agosto cerchiamo di ricostruire tutti insieme, in comune accordo ciò che ci appartiene, ciò che da sempre ci ha trovati uniti ( la festa del nostro Protettore).

 

Se mi è consentito dire ai pochi guastafeste, che sistematicamente si mettono davanti alle processioni credendo che le preghiere recitate con altoparlanti giungano prima agli orecchi del Padreterno e che con i soldi della festa di S. Feliciano si possa ricostruire la chiesa del Monastero e con quelli della festa di S.Antonio si possa far sorgere anche a Montefalcione la cupola di S.Pietro, essi si sbagliano , i soldi che la gente da per la festa, li da perché vuole che ci sia la banda musicale, i fuochi, l’illuminazione, l’asta , la processione, la cera portata a piedi scalzi da migliaia di fedeli. Così il montefalcionese è abituato a far festa, e secondo me sarebbe sbagliato cambiare.

 

Se la gente accetta ciò che di nuovo si organizza (raduni di Madonne, messe porta a porta o sotto la Croce di Centrella ), ha anche il diritto di vedere rispettate le vecchie tradizioni nelle quali maggiormente si riconosce.

 

Cosa sarebbe per un montefalcionese la festa senza spari ?

 

La processione del Corpus Domini senza cappelle e senza coperte ai balconi?

 

Secondo me non sarebbe festa.

 

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Custodiamo gelosamente le nostre tradizioni evitando di demonizzare sistematicamente qualsiasi

 

Comitato Festa, i cui componenti tutti, spesso tralasciando i propri impegni, si dedicano per un certo periodo dell’anno a mantenere alto il nome di S. Antonio e di Montefalcione nell’Italia e nel mondo“.

 

                                                           Un montefalcionese (tradizionalista)                                                          

 

La lettera suscitò la collera del prete che dall’altare infierì contro l’anonimo e per mesi nell’omelia, tralasciando di spiegare il vangelo parlava solo dell’anonimo, se la prendeva con lui chiamandolo codardo perché aveva voluto conservare l’anonimato. Il codardo voleva solamente ricordare a tutto il paese il dovere di conservare le tradizione della festa. I giornali locali ampliamente commentarono.

 

La seconda volta che la statua del Santo gira per le campagne, al rientro sparisce la cassette di ferro contenente le offerte fatte dai fedeli e lasciata in chiesa perché si era fatto molto tardi

 

Anche questa volta, gli autori: “ Soliti ignoti”.

 

Vorrei fare una riflessione.

 

Dai racconti di mio nonno si può notare l’accoglienza e l’importanza data ai forestieri, essi contribuivano a fare la festa, portavano ai loro paesi, assieme alla figurina del Santo il ricordo di Montefalcione come un paese accogliente e ospitale. Mi chiedo cosa ha fatto la nostra generazione affinché il forestiero ancora oggi continui a pensarla allo stesso modo. Allora al pellegrino si donava un pezzo di pane, un bicchiere d’acqua, un poco di fieno per il suo asino, ora un panino od una bottiglia di acqua durante il periodo della festa vengono venduti a prezzi maggiorati.

 

Di solito capita che la popolazione e gli emigranti offrono soldi per fare la festa mentre pochi esercenti con la festa guadagnano fior di quattrini e qualche anno, alcuni di loro, si sono persino rifiutati di dare la loro offerta per i festeggiamenti.

 

Cosa stiamo facendo noi paesani affinché la festa possa durare ancora a lungo! Il culto al Santo è fuori discussione esso finirà solo quando cesserà di esistere l’ultimo montefalcionese.

 

La festa di S. Antonio per Montefalcione è festa patronale, cosa stanno facendo le Amministrazioni comunali per valorizzarla?. Danno ogni anno un modesto contributo in danaro, seguono il gonfalone durante la processione e basta. Durante tutta l’estate e durante i giorni di festa concedono in uso a d esercenti i già limitati spazi pubblici a volte l’intera piazza ed intere vie, privando i cittadini che pagano le tasse persino di camminare sui marciapiedi.

 

Cosa ne sarà della festa quando la gente non vuole che si spari in prossimità della propria abitazione o del proprio terreno?.

 

Con quale coraggio qualche sbarbatello osa dire io: “ Sono in grado di far finire la festa”; dice questo perché non ha conosciuto i circhiendoli gente che buttava un sacco di sudore per le campagne di Montefalcione per raccogliere qualche chilo di grano per poter fare la festa? Non ha

 

Conosciuto quella gente che si privava anche del cibo per poter donare soldi per la festa, gente che e

 

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manteneva sempre le promesse fatte al Santo. Gente che con davanti un mulo od un asino girava per tutte le masserie del paese la settimana prima della festa raccogliendo grano da vendere per pagare la banda musicale o i fuochi d’artificio. Non ha conosciuto i vecchi masti di festa che per l’età e il troppo impegno, arrivavano alla fine della festa stremati tanto da non reggersi in piedi.

 

Vorrei ricordare a tutte le Autorità Civili e religiose che la festa a Montefalcione è patrimonio del popolo, della gente, perché è la gente che la finanzia ed è inutile tentare di appropriarsene.

 

Certo che per alcuni giovani di oggi la festa ha perduto il vero significato, non serve perché per loro ogni giorno e ogni notte è festa, tanto si divertono usando soldi spesso non sudati

 

Gioventù, la festa è di tutti, ci fu tramandata dai nostri avi e noi ve la lasciamo in eredità , spetta a voi conservarla e consegnarla ai vostri figli, non importa in che modo, purché in rispetto della legge e della religione fate festa come vi pare.

 

Io sono convinto che la festa di Sant’Antonio è questione di fede e non di interessi, quindi si adeguerà ai tempi e giammai cesserà di essere.

 

                                   ========================                    

 

ALTRE TRADIZIONI DEGNE DI ESSERE RICORDATE

 

Il 29 giugno, festività dei Santi Pietro e Paolo, era usanza tra le tante famiglie contadine del paese che almeno un componente di esse, quasi sempre una persona anziana, si recasse alla messa che si celebrava alle prime ore del mattino per benedire le palme.

 

Non erano quelle della domenica delle palme consistenti in rami di olivo e dopo essere state benedette venivano scambiate tra familiari, amici o fidanzati per festeggiare l’arrivo della Pasqua, erano invece rami di acero o di altre piante che una volta benedette venivano deposte nei campi a protezione dei raccolti da farsi.

 

Mi sembra di vedere quei vecchietti che al ritorno dalla messa si affrettavano a correre nei loro campi per deporre quei rami benedetti e recitare qualche orazione.

 

Spesso si deponeva un rametto benedetto anche nel campo dei vicini.

 

Non c’era egoismo, si invocava la misericordia di Dio e l’abbondanza di messi per tutti.

 

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I FUOCHI DI S.LUCIA (13 dicembre)

 

13 dicembre, appena calava la sera, quando la gente del paese usciva dalla chiesa, quando gli uomini tornavano dai campi ove per l’intera giornata spesso sfidando il freddo avevano potato le viti o ramato gli alberi per procurarsi le fascine che servivano per accendere il fuoco o da bruciare nel forno per cuocere il pane, era d’uso accendere i “ focaracci”, falò in onore della Santa Siracusana.

 

Questa usanza per fortuna dura ancora, anche se in tono minore di cinquanta anni fa.

 

Ogni quartiere accendeva il proprio fuoco.

 

A procurare la legna da ardere erano i ragazzi del paese che da primo di dicembre, il pomeriggio,

 

Dopo la scuola, giravano per le case chiedendo una fascina da ardere in onore di Santa Lucia.

 

Spesso però erano gli adulti a procurare ai ragazzi legna da ardere, facevano finta di non interessarsi, ma erano loro stessi ad aiutare i ragazzi nel trasporto delle fascine, ad ammucchiarle, ad accederle e controllare i più piccoli affinché non si facessero male o si bruciassero

 

Quasi sempre, quando le fascine e la legna erano diventate brace si mettevano a cuocere castagne o patate che una volta cotte venivano mangiate da tutti i presenti.

 

Spesso compariva un fiasco di vino che volentieri i grandi svuotavano passandolo di mano in mano.

 

Così fra tradizione e fede, con spari di tric trac, patate o castagne arrosto e qualche bicchiere di vino

 

si socializzava, si vinceva il freddo e la solitudine dell’inverno.                            

 

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Ultimo aggiornamento (Sabato 03 Dicembre 2016 15:58)

 

Commenti  

 
0 #1 Anemonalove 2017-07-09 01:08
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