La signorina Sassi

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La signorina Sassi

La signorina Sassi era così minuta che, quando passava tra la gente, non ti accorgevi della sua presenza. Ma, appena ti salutava e sorrideva, allora sì che restavi sorpreso e grato di tale incontro inaspettato.

E poi quel suo camminare leggermente ondulante, impercettibile: sembrava che sfiorasse l’asfalto. Una damina fine Ottocento: un personaggio sfuggito dalle maglie serrate e solenni della storia ufficiale.

Non era di Montefalcione. Venne dal Nord nel dopoguerra. Conservò sempre il suo accento originario, espresso con una tonalità sottile, graziosa e, nello stesso tempo, lo intrecciò con la nostra cadenza irpina, ottenendo un linguaggio personale, garbato ed armonioso. Un po’ come facevano i nostri emigranti, che anche dopo anni ed anni di residenza in terra straniera mescolavano dialetto all’Inglese o al Francese. Solo che questi erano piuttosto bizzarri, goffi, seppure teneri, quando parlavano così: la signorina Sassi, invece, aveva calibrato la nuova parlata al suo stile di vita, riservato e modesto, lineare e dignitoso.

Questa donnina d’altri tempi era il simbolo della grazia, la condanna della volgarità, la gioia del pudore. Chissà, forse anche lei sarà stata “contaminata” dalla mentalità di una piccola comunità Irpina (prevalentemente contadina sino ad un trentennio fa), la quale fa del pettegolezzo, del cunto, della superstizione una sorta di cultura popolare. Eppure, mai e poi mai la signorina Sassi è apparsa rozza ed invadente: ha sempre conservato una sua aristocratica lievità, quasi un inconsapevole distacco dalla materialità. A volte, si, potevano sembrare affettati il suo modo di instaurare un legame, le buone maniere: una teatralità manierista. Comunque, credo, la gentilezza per la signorina Sassi era innata, spontanea: era anche un modo per inserirsi in un ambiente nuovo e, ipoteticamente, ostile, mostrare così gratitudine per l’ospitalità. La gentilezza come omaggio: la gentilezza come linguaggio: la gentilezza dolcestilnovista del rapporto umano. Mah, scrivere di lei, la gentilezza, oggi provoca disagio, scetticismo in una società, che dell’offesa, dell’arroganza, del vituperio, della bestemmia, dello squallore morale ha fatto i propri arrugginiti e cigolanti cardini.

Mi pare che la signorina Sassi avesse fatto parte di un gruppo di teatranti, giunti nelle nostre zone e fermatisi qui. Almeno così l’ho vista in un mio racconto, “La signorina Ofelia”, pubblicato molti anni fa. In effetti era una donna di teatro: pirandelliana, se vogliamo, proprio per quel suo netto distacco con il reale, quella sua totale inappartenenza a regole e codici. Un puntino rosso tra il grigio del quotidiano.

Sembrava che la rudezza dei tempi moderni, ispessitasi a tal punto da infrangere lo stesso cielo con possenti colpi di potere e cazzotti di denaro, da lei fosse tenuta estranea ed impotente con un’arma pacifica oramai disusata, il sorriso. Chi sorride più, oggi, tutti così nervosi, tesi, pensierosi, frenetici, assenti? Sorridere è un atto di fede verso la vita: noi l’abbiamo persa, questa fede, questa sconosciuta speranza, quest’arcana allegria; la signorina Sassi ne aveva tanta di fede e gioiosa da inondarla sulla gente con un sorriso.

Vestiva sempre umile, ordinata, impeccabile, pulita. Viveva sul chiazzullo in una piccola stanza con i gatti ed immagini di santi e tempi lontani: una stanza sul piano strada, alla porta vetrina tendine ricamate, uno scalino per entrare in un paradiso di poco prezzo. Aveva occhi vivaci, mai arditi, uno sguardo luminoso. Se ne andò in silenzio in una casa per anziani per un ultima rappresentazione, quella più sentita e fatale.

L’ho incontrata per caso al cimitero in un ovale metafisico. Chissà se amava i fiori, la signorina Sassi, già i fiori. Perché dai suoi “ sassi “ nacquero fiori bellissimi, colorati, profumati. Fiori sempre boccioli e puri, quelli della semplicità.

Domenico Pisano