Don Antonio Capone

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DON ANTONIO CAPONE

 

Amava il Napoli. Ne parlava con passione, gli occhi spalancati su di un punto lontano ed invisibile. Il Napoli, già, una squadra, un ideale, un sogno. Il Napoli diventava la bandiera del riscatto meridionale dovuto e giusto. Il simbolo di un popolo di grande cultura e dignità. Ed anche di enorme ingiustizia storica.

Amava il Napoli. Ne aveva fatto un momento dello spirito, un’ansia di libertà e di democrazia. Non interessavano tanto le tattiche, gli schemi, le formule calcistiche. In campo non andavano giocatori e moduli; in campo andava il Sud a lottare per se stesso, per le promesse tradite, per una identità rinnegata.

Amava il Napoli. E le passeggiate in piazza Marconi, passeggiate a lunghe falcate, diventavano vibranti comizi di un tribuno romano sanguigno e vigoroso. Non era facile stargli dietro, tenergli il passo: eppure, si stava ad ascoltarlo, retore d’altri tempi, eroe di mondi leggendari.

Amava il Napoli. Così si avvicinava al popolo, diveniva popolo, don Antonio Capone, che coinvolgeva tutti nella favola del pallone e della vita, quella vissuta con gli occhi del cuore.

Sedeva, spesso, d’estate, ad un tavolo al bar di Pacchitiello in piazza e subito attorno si faceva gruppo. Ha sempre originato un certo fascino, quello del nobile. Un nobile, però, fuori dalla norma, dall’etichetta. Simile più a don Chisciotte che a re Umberto, parlava a raffica, alternando all’improvviso bruschi cambiamenti di tonalità vocali. Oppure scattava in piedi, infervorato, ad urlare ed invocare ideali e principi, da tempo banditi ed umiliati.

Dominava la piazza. Dominava il tempo, don Antonio Capone, uomo d’altri tempi, uomo senza tempo. E in questa strabiliante rappresentazione della vita lo accompagnava, rivoluzionaria e fervida, una vulcanica follia. Una follia magica, che soltanto i puri, i sognatori, i ribelli hanno. Una follia temeraria, che lo portava a vivere in assoluta inconsapevolezza e che, di brusco, lo faceva allontanare dal gruppo, interrompere senza alcun preavviso la discussione, dirigersi velocemente verso casa e scomparire dietro un austero portone di legno.

Si raccontava che la mattina presto spalancava balconi e finestre del palazzo sulla piazza e, nudo, sventolava lenzuola. Alle spalle quadri dalle cornici maestose, soffitti alti ed aurei, mobili antichi, specchi immensi. Di questo mondo sembrava egli volesse tirare fuori una vita lontana, una storia importante. Da una teca aristocratica toglieva polvere e ricordi. Ed allora sventolava, già, sventolava lenzuola per bandiere e sulla piazza, sul popolo si riversavano, acque di un fiume antico, casati, stemmi, prestigio, onore, duelli, avventure, nobili, re, leggende.

La sua famiglia aveva avuto un passato di storia locale tipica dei nostri paesi irpini. Madre nobile, padre latifondista, vasti possedimenti terrieri, carrozze, cavalli, ricchezza; una nobiltà rurale. Padroni di terre ed anime. Un palazzo in piazza Marconi a testimoniare una presenza illustre e temuta. E come tante storie, miste di verità e cunti, di documenti e di dicerie, di maledizioni e di luccichii, quella dei Capone era stata scritta anch’essa dal destino o dal fato con la stessa penna. Ed allora incesti, figli naturali, tare ereditarie, artisti, matrimoni con servitù, decadenza. Del casato Capone ogni componente aveva una sua originalità: dal geniale don Crescenzo al mite don Pasqualino, dall’eccentrica donna Anna al vulcanico don Antonio. Una comunità a sé, che viveva una vita propria. Senza mai alcun sopruso, senza mai alzare la voce, senza alterigia di rango.

Si raccontava, ancora, che, visitato dal medico, di fronte al quale stava nudo, don Antonio con fare sprezzante prese a schiaffi il proprio membro, urlando “Vile materia!!!” . Un idealismo estremo, una dichiarazione di libertà. La materia non aveva alcun senso o valore e la realtà alcun corpo. Un folle, don Antonio, poco pragmatico, un inetto……estraneo a qualunque società, insofferente di quella consumistica…….. non penso sia così. Non è facile per noi, abbrutiti dal nulla, cogliere una vita in lievità, in trasparenza. Vivere è anche liberarsi di ogni peso e consegnarsi alla giornata con onestà, come carta al vento. Ci vuole coraggio, forse, follia, di certo ideale.

Don Antonio Capone amava il Napoli. Non aveva imparato alcuna formazione a memoria. Morì prima che il Napoli vincesse il suo primo scudetto. In molti dissero che sarebbe morto in questa circostanza.

Don Antonio era morto prima. Sì, prima della vittoria calcistica. E nessuno di noi se n’era accorto. Era morto prima, perché si muore sempre prima che un vero amore possa essere totalmente colto come un orizzonte di lontano, confuso tra cielo e terra.

Domenico Pisano