LA FRUTTAIOLA

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fruttivendolaSi chiamava Mariuccia. Il cognome è andato all’aria perché il tempo ha graffiato la memoria.

Era di Cassino, provincia di Frosinone, oggi celebre nel mondo; vi fu combattuta una battaglia dagli Angloamericani contro i Tedeschi, restata famosa; la malavita locale o delle contrade vicine ne hanno fatto di tutti i colori, cristo si è fermato alle sue porte. Cosi Cassino è nota in tutti i centri, piccoli e grandi, dei due emisferi.

Fu Mariuccia, la quale visto che nel proprio paese le cose familiari non andavano come dovevano andare, decise di trasferirsi altrove sotto la protezione di quel cielo che se d’inverno è più rigido d’estate, a primavera e d’autunno è l’ideale. Lei, capiva la solfa che nessuno è profeta nella propria patria, volle provare se quaggiù ci fosse fortuna.

Approdata al centro di Montefalcione, smontò da un carretto ad un solo cavallo, bianco, chiazzato sulla schiena di puntini rossi e marroni; e trovò subito casa, vicino alla mia, con negozio accanto. Basta rasentare il muro per trovarsi in un asciutto pianterreno che venne adibito a bottega. La quale riceveva luce da una finestrella, a levante, e dalla porta che bisognava tenere completamente spalancata.

La bilancia, come quella che i pittori mettono nelle mani della dea giustizia, fu collocata con un piatto nell’interno e con l’altro che sporgeva sul davanti dell’uscio, propriamente oltre l’uscio.

Procedette subito a una mostra di frutta che Montefalcione non aveva visto sino a quel momento: fichi d’India, fichi nostrani col musetto spaccato e con la goccia di miele fermata all’orlo, meloni, cocomeri, pine, sorbe, sedani grossi, pomodori fuori stagione, peperoni, melanzane, limone e cipolle, agli, verze, cicoria a taglio, insalata ricciuta e carciofi.

Esposizione da città. Le sporte e le sportellini, vennero affiliate su banchi e scalinate, le quali si levavano da terra si quasi al soffitto.

Fuori la porta, da un lato e dall’altro ed anche nell’angolo, erano stati collocati dei tavoli e le sporte e gli sportellini vennero disposte a gradinata dal muro sino al piano orizzontale. Una mostra superba. Bisognava vedere! Oggi certo quella fila di canestri e canestrelli, colmi di ogni ben di Dio, non fa più impressione. Una volta….oh allora… un… lasciamo stare.

Io mi fermavo a guardare dalle ore, un po’ per le novità: Un po’ per l’ordine. Un po’ perché mi sentivo in bocca certa saliva che mi accumulava in una dose mai provata sino a quel momento.

Un bel mattino giunsero da Lapio – paese natale del Card. Caprio alcuni asini carichi di enormi sporte di “fichi”, che al sol vederli mandavano in sollucchero. Quei frutti avrebbero fatto sgranare di meraviglia gli occhi agli antichi Cartaginesi, che vantavano fichi superbi anche nel cuore dell’inverno: Mariuccia comprò tutto il carico e lo mise in vendita nel suo negozio.

In quell’instante Mariuccia, restata sola e senza la noia di avventori, venne alla soglia della bottega e, sorridendomi, mi disse con tanta grazia:  “ bellino; vieni; vieni dentro! ”.

Io  ero fermo e la guardavo ma non so più dire come la guardai, se con curiosità, se in ammirazione della sua bellezza, se per cupidigia della medesima. Con cupidigia non credo: ero un ragazzo ben fatto, ma - a dire il vero – non forte abbastanza da affrontare una vergine del genere che aveva esperienza, era matura all’amore e piena di furberia. L’invito mi sollecitò… Avanzai passo per passo. Il sole tinteggiava una parte della casa di fronte; illuminava i vetri della finestra che, a loro volta, rifrangevano la luce in mille frammenti proiettandoli un po’ ovunque.

Varcata la soglia, mi parve di essere in un negozio di profumeria. Mi sentii invadere le narici da un effluvio di violette di Parma.

Poi mi accorsi che v’era un altro odore, che non avevo avvertito prima, odore di femmina! Mariuccia, sia detto una volta per sempre, poteva paragonarsi ad una figura di fanciulla stampata in tricromia come se ne vedano sui calendari americani.

Le gote erano lucide come se fossero state unte con crema od olii speciali. La fronte vasta e ben congegnata, sulla quale cadevano allineati piccoli riccioli. I capelli castani intorno al capo si spandevano come quelli che adornavano Collette, poetessa ed amante di Schubert. I sopraccigli di Mariuccia erano d’oro ad arco e finivano a punta, ciglia folte al di sopra di occhi maliziosi, che incatenavano. Ero un ragazzo, ma quelle sensazioni le provavo anch’io. Le provavo e come! A guardare la sua bocca coi risvolti ai lati, sulle guance, mi sentivo un prurito smanioso.

Le labbra, carnose, quando s’aprivano o per sorridere o per parlare, mi mostravano denti candidi, e collo di neve, seni abbondanti e sodi. La camicetta in stoffa a colori faceva fatica a reggere: quel ben di Dio…, sembrava che volesse spaccarsi per mettere in vista quella grazia abbondante.

Il volto di Mariuccia era una vera copia conforme a delle immagini ritratte sui cartoncini che i barbieri regalano ai propri clienti alla fine dell’anno. Quel volto di fanciulla sembrava innocente, ma nascondeva il diavolo tentatore negli occhi… Quel periodo di tempo fu per me, un castigo di Dio…!!!

Tra i calendari di casa che contemplavo lungamente e la fruttaiola che vedevo spessissimo e con la quale restavo in compagnia vi sfido a immaginare come me la passassi in quel tempo.

Mia madre mi aveva ordinato di non uscire; ma io udivo la sua voce che decantava i prodotti che teneva in vendita: “ A chesta parte, a chesta parte stà Mariuccia vostra a servirvi!...”.

Quando s’era stancata, cantava allora un motivo d’una vera e propria canzone del tempo, e la sospirava a lungo con una melodia che stordiva dal piacere. Ne infilava tante di canzoni da poterne io ascoltare per ore, per giorni interi. Ne cantò una che, poi, non ho udito mai più:

Non è mica platonico, il bene è positivo, di stenti, veglia e lacrime al fine di essere mio!

Progresso è questo incomodo, confesso signorsì, ma l’epoca romantica, dal mondo, ormai svanì”.

Mariuccia aveva preso confidenza anche con quelli di casa mia.

Portava tutte le primizie e, quando mi vedeva, stendeva una mano ad accarezzarmi il volto; ed io piegavo il capo, come se provassi una soggezione, la quale mi metteva in stato d’inferiorità e mi faceva diventar ridicolo! Lo faceva alla presenza di tutti, con naturalezza, senza affettazione, come una cosa normale.

Diceva qualche parolina che mi faceva chiudere gli occhi. E, proprio in quel l’atteggiamento, mi diceva sottovoce, e questo in casa mia, mentre attendeva chela restituissero il cestino entro il quale aveva portato la frutta: “ Usignoletto de Mariuccia soia!!! ”.

Dopo qualche giorno mi feci coraggio e, rompendo ogni indugio, mi recai in bottega. Era sera, ma fuori v’era ancora un pulviscolo di luce da non permettere che l’energia elettrica fosse già in funzione. Nemmeno i lampioni del paese erano accesi le cui strade erano pericolose, perché accidentate. Ma in quell’istante vidi Mariuccia, mi guardò con grazia, “ dimmi, - bellino, dimmi, che vuoi? sei tanto, tanto grazioso…”.

Mi fermai a guardarla in volto, mi sembrò che volesse prendersi gioco di me. Almeno a me così parve. Mi ero fatto alto e forte da quando Mariuccia era arrivata a Montefalcione anni indietro. Non lasciò tempo che aprissi bocca per proferire una parola: subito mi trasse a sé e mi strinse in un abbraccio violento. E’ vero, sapeva di piacere, ma anche di dolore; la stretta era troppo forte. Mariuccia sapeva di erbe. Emanava un profumo di origano, raccolto allora dai campi, di sedano primaticcio: era di ottobre. Già il freddo, specie verso sera, si faceva sentire. Qualcuno aveva già indossato il cappotto. Anche Mariuccia aveva fatto installare le vetrine, per evitare le correnti d’aria. Il padre, un uomo colto, con un pancione e un occhio strabico, che Dio lo benedica! Glielo diceva spesso: “Mariuccia mia, ca, te devi sta’ accorta; cà non simmi mica a Cassino, cà simmo in paese di montagna!...”. E Mariuccia gli dava ascolto.

Egli – col carretto – girava i paesi della provincia. Andava a Salerno a rifornirsi di merce fresca ed abbondante. Persino le patate portava da fuori. Era avanti con gli anni, ma valido, pronto, secco, e anche bevitore del buon vino, quando si trovava con gli amici ed i conoscenti.Quella sera le vetrine erano chiuse. La penombra affocava la bottega. Le porte ed i cesti appena si vedevano in giro. Per la via non si udiva passare anima viva; non una carrozza, non un somaro carico si sementi, non un uomo, non una donna che caricasse acqua dalla fontana, non un bimbo in cerca della mamma. Mariuccia mi teneva sulle ginocchia. Mi appoggiò il capo sul suo seno turgido e morbido. Mi baciava con trasporto. Poi sollevava la bocca dalla mia bocca e mi guardava in faccia. Mi chiedeva: “Come ti senti? Tu vuoi la rovina mia. Tu guagliò mi fai impazzire, me ne faie iè capo!”.

Si levò di scatto, mi buttò come un cencio in un angolo. Si affacciò sulla porta. Rinchiuse le vetrine, poi ritornò a me. Mi prese nuovamente il capo tra le mani e me lo strinse sul suo volto. La stretta e l’ardore interno mi portarono vicino allo svenimento.

Qualche giorno, dopo, m’accorsi però che un prete don Antonio, l’incantava con certi occhi in volto e lo udii dire: “ Mariuccia tu sei bella “. Bastò a questo. Mi accesi di gelosia e tutta la giornata non vissi che di strani propositi. Attesi la sera, quando la via fu deserta, corsi in bottega e, appena dentro, le gridai: “Bagascia!”.

Ella vacillò e cadde in terra più morta che viva, gridando: “Guagliò, i te voglio ben!...” e scoppiò in un piatto dirotto. Dal quel momento la fanciulla di Cassino non esisteva più.


Ultimo aggiornamento (Domenica 27 Marzo 2011 17:33)