Padre Antonio Accurso

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Padre Antonio Accurso

UN AMICO MISSIONARIO

di Giuseppe Martignetti

 

Padre Antonio AccursoErano le prime ore del pomeriggio, primo. novembre di qualche anno fa, nel cimitero vi era un viavai di gente ognuno in visita sulla tomba dei propri cari.

Ed ecco che incontro i miei due nipotini, il primo di dieci anni, l'altro di sei; uno di essi mi chiese di comprare dei lumini da accendere, come altre volte, presso la lapide di Padre Antonio.

Per un attimo restai disorientato, pensai che per dimenticanza stavo per venir meno ad un mio dovere, quello di compiere un gesto in memoria di un amico; per fortuna c'erano loro, i miei nipoti a ricordarmelo.

Comprammo i lumini e ci recammo presso quella lapide con la foto di un missionario, lo sguardo austero, i lineamenti simpatici. Li accendemmo e mio nipote, il più piccolo, mi chiese di raccontargli ancora una volta la storia del mio amico missionario. Annuii, ma attesi di uscire dal cimitero, si stava celebrando messa ed erano stati installati altoparlanti un po' dovunque, la voce del prete durante la sua omelia si diffondeva tra i cipressi senza curarsi di chi era venuto per meditare e pregare in silenzio sulla tomba dei suoi cari.

Uscimmo e ci sedemmo su una umida panchina, proprio lì nei pressi del cimitero, mentre un pallido sole timidamente poggiava i suoi raggi sulle foglie ormai gialle degli alberi che ci circondavano, cominciai a raccontare.

Padre Antonio era di un anno più grande di me, penultimo di sette figli, cinque maschi e due femmine. Suo padre faceva il carrettiere, trasportava materiali e nel periodo di castagne e di ciliegie si dedicavo anche a comprare e rivendere modeste quantità di tali prodotti, sempre aiutato dai figli più grandi. La madre, gran brava donna, trattava tutti i ragazzi del quartiere quasi fossero propri figli e mentre la sorella più grande si dedicava ad accudire la famiglia, la più piccola frequentava ancora la scuola ed era mia compagno di classe.

Già dai tempi delle elementari, io e Totonno, poi Padre Antonio,

Eravamo amici, perché in un paesino piccolo come il nostro si poteva essere amici cori rutti. Giocavamo assieme, Insieme nel :rese di maggio costruivamo cappelline cori fiori e zarrelle di carta colorata, sui marciapiedi di via Cardinal dell'Olio. E ancora insieme si frequentava la parrocchia, si serviva messa, s'andava o raccogliere legna per fare il "focaraccio" la sera del 13 dicembre, giorno di Santa Lucia.

Ultimate le scuole elementari, sia la, mia che la sua; famiglio non possedevano i mezzi necessari per permetterci di continuare gli studi, eravamo destinati a imparare un mestiere luì e a zappare la terra io, se il nostro parroco non avesse preso l'impegno di darci lezioni,private tutti i giorni e prepararci agli esami di licenza media come privadisti.

Fu così che iniziammo ad andare a scuola da Don Camillo, spesso le lezioni si tenevano in sacrestia, cominciammo ad imparare il latino, la sintassi, l'algebra; nelle ore libere i soliti giochi, le solite marachelle tipiche dei ragazzi di quella età. Salivamo sui tetti della chiesa, sul campanile, per prendere i nidi del passeri.¬ Una volta sul campanile trovammo un barbagianni, lo portai a cosa e lo tenni per tanto tempo, finché un giorno mio madre seppe che ,mangiava anche topi, mi costrinse a liberarlo. perché, diceva, le faceva schifo.

Dopo tre anni di scuola privata, sostenemmo gli esami di licenza media, non avevamo una grossa preparazione ma riuscimmo comunque o (orci promuovere. Totonno andò in un monastero in Sardegna per proseguire gli studi, io smisi di andare a scuola e cominciai a zappare la terra con mio padre.

Mi occorsi che da allora le nostre strade si erano divise, ci rivedevamo soltanto durante le vacanze estive, neanche tutti gli anni.

Poi partii per militare, luì andò a Roma per studiare teologia.

In seguito io mi sposai, misi su famiglia e rimasi in paese o lavorare, lui continuò la preparazione per andare in terra di missione.

Prima di partire, venne in paese per stare qualche giorno con i propri familiari, quelli che erano rimasti giacché i genitori erano morti gioì da diversi anni, i fratelli erano quasi tutti

all'estero per lavoro ed in paese erano rimasti le sorelle, un fratello ed il cognato. In quella occasione mi invitò a cena per stare un poco insieme. Poi parti per il Brasile, in uno sperduto posto dell'Amazzonia.

Ritornò dopo dieci anni e rimase qualche mese. In due o tre occasioni ebbi modo di colloquiare con lui, mi confidava che non si sentiva a proprio agio in paese, sentiva forte il bisogno di ritornare tra quella gente che aveva condiviso per dieci anni con lui la propria miseria. Ripartì per il Brasile e questa volta, non so perché, non ci salutammo nemmeno.

Passarono altri dieci anni, ed ecco ritornare Padre Antonio, ci salutammo, chiesi di lui, della sua gente, della sua salute. Lo vedevo molto cambiato, era cagionevole di salute, mi disse che erano stati proprio i suoi superiori a costringerlo a tornare dalla missione per un periodo di riposo a casa. Soffriva di una grave forma di affaticamento.

Fu in questa occasione che mi confidò che trovava assurdo che la Chiesa permettesse che si spendessero tanti soldi per realizzare feste religiose, mentre in Amazzonia la gente non aveva neanche un pezzo di pane per mangiare e nonostante tutto si mostrava profondamente cordiale dividendo con chiunque un frutto selvatico o un pezzo di serpente arrostito sul fuoco.

Qualche giorno dopo si recò a Roma, mi disse presso la Casa Madre per cercare di rimuovere dalla testa quell'insistente stridulo canto dei pappagalli, particolarmente chiassosi in quelle zone amazzoniche, che uniti al caldo umido della zona gli avevano cagionato un poco di depressione.

Rientrato in paese, disse che presto sarebbe ripartito per il Brasile, in Italia non stava più bene; mi diede l'impressione di aver ricevuto un torto da un suo superiore.

Invano cercai di convincerlo a restare in paese, motivando col fatto che ormai di missionari se ne aveva bisogno anche qui da noi. Ci abbracciammo. Mi baciò dicendomi: "Devo fare la vita che volontariamente ho scelto".

Pochi mesi dopo, giunse la triste notizia che Padre Antonio era morto. Era caduto dal tetto della capanna adibita a chiesa che un temporale aveva danneggiato.

A me restò solamente il suo ricordo e il compito di meditare su quanto mi aveva confidato od anche suggerito con le sue parole.

Il quesito che mi sono posto e mi pongo è: come può la Chiesa istituzionale far coesistere lo sfarzo delle sale vaticane o degli alloggi cardinalizi con la miseria delle piccole capanne di frasche dei luoghi di missione? Come conciliare le porpore e le croci e catene d'oro con la nudità di quella povera gente, uomini o donne che siano? In quale parte si trova il vero Dio? Quella gente che spontaneamente condivide un frutto selvatico o un pezzo di serpe arrostito non è forse più vicina al senso di comunione descritto negli atti degli apostoli?