Ciccone

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CICCONE

 

Per tutti era Ciccone. In realtà, si chiamava Francesco. Sessantenne, tozzo, eppure un vispo giovanotto. Difficoltà intellettive. Una famiglia poverissima. Fratelli all'estero. Alcuni con problemi di giustizia. Lo vedevi ogni giorno in piazza, d'estate e d'inverno. A chiedere un "sicario" o un bicchiere di "cocò". Tra la neve con gli zoccoli. Preceduto da un intenso odore di toscanino. Il suo vocabolario ridotto a pochissime parole ed espressioni. "A' e' quatto e me' Atipà a sonà e' campà" era la più ricorrente. Pochissime parole: tutte intense e rielaborate da una grammatica interiore. Ah, quante parole, oggi, si sprecano, ronzano, mistificano: inutili ed ambigue! Il lunedì, giorno di mercato, si caricava di buste di mandarini e di verdura, accompagnava la signora sino a casa, ritornava al mercato per un altro servizio, per un'altra famiglia. Senza chiedere soldi, senza sottrarre alcuna cosa. La dignità della povera gente!· Ciccone, un eterno bambino tutto preso dal gioco libero e naturale della vita! Quando lo vedevi spuntare, arrancando, sembrava uscire da un fiabesco mondo di folletti. Simile a Bertoldo nel fisico. Lo sguardo ampio, un sorriso infantile, le mani a strofinarsi tra loro in attesa della sigaretta, del "cocò" offerti. Inevitabili, gli sfottò. Ma tutti bonari, sereni. Verso Ciccone sempre grande rispetto ed affetto. Ciccone, figlio sfortunato di Montefalcione, personaggio minore di una storia vissuta ai margini della celebrità, dell'arrivismo, del perbenismo. Quando, per motivi di salute, uscì raramente, Ciccone mancò ai montefalcionesi. Mancò una inaspettata certezza, quella di un tempo incontaminato e vero ritmato da uomini privi di squallide pretese e ricchi di possente umanità. Una volta, per una feroce artrosi alle gambe, fu ricoverato in ospedale: non pochi andarono a fargli visita, tutti chiedevano delle sue condizioni. Anche i più giovani, per i quali egli era "bellò uallò": Fuggì dall'ospedale, si seppe, abituato all'aria aperta, a non stare fermo un attimo. Se fosse rimasto un'ora in più lì, sarebbe morto. Ciccone come Bertoldo senza la sua pasta e fagioli. Ciccone, cane senza padrone, uccello di libertà randagia!Negli ultimi anni rivederlo, incontrarlo, seppure più raramente, offrirgli una sigaretta o un bicchierino di caffè, beh, provocava una inconsueta allegria, una rara simpatia, una tenerezza dimenticata. E questo, chissà perché, ti faceva sentire bene, avvolto quasi dal ruvido. Ciccone,una consuetudine, un rito.

Ciccone,forse, un mito!· ·

Domenico Pisano

Ultimo aggiornamento (Domenica 09 Gennaio 2011 10:30)