Il Cinema Vittoria

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IL CINEMA VITTORIA

 



vardaro giuQuando fu proiettato· "Helga", vietato ai minori di 18 anni, riuscii minorenne con un altro mio coetaneo ad entrare nel cinema Vittoria con uno stratagemma. 'Ngrelle, la maschera, però, ci scoprì e fu un saltare tra banchi e scalini per fuggire senza mai distogliere lo sguardo dallo schermo. In sala si sentiva un caldo ansimare. "Helga" era un film-documentario svedese, che per la prima volta faceva vedere in pubblico un parto, momento per momento. L'immaginazione collettiva ( eravamo verso la fine degli anni sessanta) elaborò erotismo, quella giovanile profonda libidine.

Quando andai a vedere "Vamos a matar companeros" (siamo negli stessi anni), ad un certo punto un attore gridò in messicano "Iengo, iengo" (vengo, vengo).baldassarre an Siccome in sala c'era appunto Iengo, un simpatico anziano contadino, smilzo, baffetti sottili e sguardo vivace da gatto, amante di film di pistoleri, fu un coro unisono di Iengo iengo mmmuuuu (il verso della mucca) e questo perché il nostro caro Iengo aveva proprio questo scangianome. Anche in questa circostanza il cinema Vittoria divenne un mondo meraviglioso picaresco e pittoresco. Furono fughe, pernacchie, bestemmie contro madri e sorelle incolpevoli. Intanto, sullo schermo gli attori continuavano la loro dignitosa lotta messicana per la libertà!

aurelioChe dire, poi di Aurelio, sfortunato menestrello, che si immedesimava talmente nei personaggi da diventarne uno di loro.· A volte la pellicola si bloccava, si spezzava. In sala erano urla di protesta, fischi. Il povero Aurelio da solo ad aggiustare, a tagliare un pezzo di cellulosa bruciata e a legarne altri pur di riprendere. Sullo schermo inevitabilmente, per la non precisa opera di montaggio, apparivano scene nuove, impreviste, senza alcun legame logico con quelle lasciate prima dell'interruzione. Allora altri fischi, urla, bestemmie. Una volta capitò di vedere prima il secondo tempo e poi il primo (erano tagliati i titoli di coda) e nessuno in sala se ne accorse, protestò. Era un film· tipo "Alle donne piace fare quello" e gli spettatori, grandi e piccini, erano intenti a ben altra cosa che alla trama. Aurelio non si scomponeva mai. Serafico, se ne stava nella cabina, a sognare lui per primo, orgoglioso di essere l'artefice di quella magia.

Affissi alle pareti del cinema c'erano le locandine dei film in programmazione e LizTaylor-Cleopatra aveva sul prosperoso seno le dediche d'amor lascivo di una maldestra penna Bic. Erano questi i tempi, nei quali a cinema si andava per fumare le prime sigarette, per sputare dalla galleria in platea, per baciare di nascosto e velocemente la ragazza, per fischiare, per masturbarsi, per sognare. Se andava via la corrente elettrica, era uno spettacolo nello spettacolo: chi fischiava, chi urlava, chi spostava le poltroncine, che batteva le mani. Interveniva inutilmente Peppo Vardaro, l'ingegnere, con la torcia in mano, che se la pigliava con la modernità, l'ignoranza, la cattiva educazione, il paese intero.· La luce tornava e ci trovava rossi in viso, le gambe sugli schienali, sul piccolo palco alcuni ancora a rincorrersi. Il cinema Vittoria diveniva un luogo magico, surreale. Vero. Si proiettavano per ognuno la libertà, la gioia di vivere, la leggerezza.

IGRELLE7l bagno era un pugno di umida terra. La sala cinematografica grande, il soffitto alto. Un freddo cane d'inverno. L'unica stufa a kerosene non riusciva a riscaldarla. Eppure, si stava bene. Il cinema si surriscaldava solo con la proiezione di films biblici di tre o quattro ore. Stracolmo, si stava uno addosso all'altro, in piedi, fiati ed odori a mescolarsi. C'erano tutti, persino le vecchie e i neonati: ognuno portava panini, acqua, noccioline, santini, rosari, coperte di lana. Questi films era consigliati persino dal prete sull'altare. Ed erano pianti, sospiri, vagiti. Qualcosa tra un pic-nic ed un pellegrinaggio. Quante volte il film andava visto due, tre, quattro volte e 'Ngrelle a sbatterci fuori dalla sala, mentre noi scappavamo in galleria e viceversa o restavamo nascosti tra gambe· e sottane.

Peppo Vardaro, l'ingegnere, quanto lavoro, quanta pazienza! Credeva nel film, nella sua valenza sociale e culturale. Si rammaricava che nessuno andava a vedere i film impegnati. Scambiava le pellicole con Frigento, Mirabella, Atripalda. Nel bar con foga e gestualità difendeva una sensibilità tradita. Il cinema Vittoria era un po' la sua vera casa, quella dell'idea, quella dello spirito. Tutti a chiedergli di portare questo o quel film, di offrire una occasione di divertimento. L'ingegnere dietro i suoi occhiali ascoltava, annuiva, sorrideva.

Vennero i tempi della cinematografia a luci rosse. Il cinema Vittoria, sebbene a malincuore e soltanto il giovedì sera, accennò la presentazione di alcuni spettacoli simili. Pochi erano i paesani, che andavano a cinema. Non volevano essere visti dai paesani. Invece, allegro era l'arrivo di un pulmanino di 10 o 15 posti, preso in fitto per l'occasione, che portava da San Michele di Pratola giovani buontemponi, ansiosi di scene voluttuose. Poi, nessuno più frequentò il cinema, che dovette chiudere. Fu una ferita profonda, un improvviso silenzio. Scomparve tanta vita di paese, vissuta tra istinti e spontaneità, senso di sacro e di sessualità. Non c'erano più in piazza le locandine a mostrare un sogno.

Attualmente ci sono sale moderne con aria condizionata, multisale con poltroncine e prenotazioni, films con effetti tridimensionali. La· maschera si è professionalizzata, indossa una divisa, la targhetta con una foto ed un nome al bavero. La pellicola è immacolata e resistente. I pop corn, le pizzette, la coca cola al bar all'interno. Entrare qui è come in un'astronave o in un ospedale: tutto metallico, lucente, pulito. Durante la proiezione non si parla, al massimo lo squillo di un telefonino. Film ambiguamente romantici, ben costruiti, fanno piangere. Ma le lacrime per Ben Hur, Mosè, Gesù Cristo erano altre. Vere, calde. Manca qualcosa. Manca un tepore antico di fuoco nel caminetto ed attorno la famigliola ad ascoltare i racconti del nonno. Manca un ambiente più a dimensione di uomo, nel quale sentirsi libero. Mancano 'Ngrelle, Aurelio, Iengo. Un film nel film. Mancano le emozioni. Manca il cinema Vittoria, dove Montefalcione per molti anni ha vissuto un'altra storia, un altro racconto.

Quella domenica ero lì, nella sala del cinema Vittoria, a vedere "Banana repubblic", il film-concerto· con Dalla e De Gregori. I due stavano cantando "Quale allegria", quando andò via la luce. Un dondolio nel buio e nel vuoto. Era la sera del 23 novembre 1980. Uscii, ricordo, e vidi una grande e rossa luna piena nel cielo.

Domenico Pisano

Ultimo aggiornamento (Giovedi 02 Dicembre 2010 10:39)