Indovinello "Popolare"

È tunno e non è munno, è verde e non è ereva, è russo e non è fuoco, tene acqua e non è mare.
(Il cocomero)


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O Ferraciuccio

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Il Maniscalco (o Ferraciuccio)

 

schiavone pasqualeIl maniscalco è purtroppo un mestiere che è finito con l'arrivo delle macchine sofisticate del XX secolo. Questo racconto che stiamo per mettere sulla carta rispecchia la realtà di una volta, quando v'era rispetto per il prossimo e si viveva appunto un po' più da cristiani. Una volta il mestiere del "ferra ciuccio" era importante, come adesso sono importanti le macchine e tutti i mezzi meccanici di trasporto e di lavoro. In passato i cavalli gli asini i muli e le vacche dovevano essere ferrati, per non consumare le unghie che erano importanti per le bestie.· Perché Antonio Nufrio e Pasquale Schiavone, "ferra ciucci", erano chiamati così?. No di certo perché erano perfetti nel mestiere del maniscalco. Dinanzi a loro vi era la forgia, la piastra, la forchetta, la tenaglia, il martello, il punteruolo, la paletta da taglio, e soprattutto i singolari chiodi che erano di un'importanza totale. Infatti quando l'animale portato dal cliente per essere ferrato, arrivava "a capezza" dal "ferra ciuccio", lo legavano vicino al muro dove stava appositamente un "rotiello" innestato su una pietra murata. Così "Mast'Antonio o ferra ciuccio" gli alzava il piede e gli toglieva il ferro vecchio, puliva bene l'unghia con la "roina" tagliente, e dopo averla ben pulita, applicava il· ferro nuovo con chiodi lunghi che sporgevano ai lati del piede dell'animale; poi li torceva e li limava con la raspa e la lima. Certe volte gli animali facevano dei capricci; allora si ricorreva ad un arnese chiamato "storci – musso" per farli stare forzatamente fermi. Poi si passava al "caruso". Con una macchinetta si rasavano tutti quei peli fuori posto, creando nell'animale un benessere fisico anche per gli eventuali fastidi creati dalle mosche e dagli insetti. Ormai siamo passati ad un'altra epoca, in cui i mestieri artigianali sono quasi del tutto scomparsi, mentre cresce l'arroganza, il disordine, ed aumenta per tutti i giovani· lo spettro della disoccupazione. Una volta le cose erano un po' diverse quando i figli seguivano le orme dei genitori sostituendo nel mestiere e sul lavoro. Antonio e Pasquale i "ferra ciucci" erano stimati ed apprezzati in paese, tanto quanto basta per degnamente ricordarli. Personaggi· che hanno fatto la storia paesana nel ricordo nei tempi che furono. Non avevano peli sulla lingua, uomini semplici e soprattutto sinceri. Due uomini che messi insieme formavano una coppia perfetta di stampo professionale e sociale, ormai introvabile, apprezzati soprattutto dai loro contadini che erano entusiasti della loro bravura e dei segreti del loro mestiere. Non mistificavano, perciò qualcuno si divertiva a chiamarli; "i due Re dei tacchi". Erano innamorati del loro lavoro e coscienziosi ai quali non risparmiavano all'occorrenza toni· burberi e spicci. Di primo mattino si vedevano carovane di asini attaccati ai muri della loro bottega, ad attendere il turno per essere calzati di ferro!... Antonio era sempre il capomastro, ed il discepolo era sempre Pasquale. Erano diversi anni che stavano insieme. Quanti ricordi, ed anche quante "battutelle" apprese o inventate per far si· che la clientela fosse sempre allegra, per cui erano molto ammirati in paese, e tutti si rivolgevano a loro sempre con garbo e rispetto: Antonio e Pasquale i ferra ciucci. Alcuni però diedero loro un attributo così corrispondente alla loro fisionomia soprannominandoli: "Cape è· Muort". Questo derivò dal fatto che entrambi erano calvi per quella buona e poco istruzione gente, soprattutto rurale,l'espressione risultava efficace e calzava a pennello!!!....Antonio oramai al di là dei quarant'anni, aveva il capo pulito pulito, senza· neppure un capello; Pasquale, anche se era più giovane, era quasi nelle medesime condizioni, in parole povere, sembravano palle d'avorio o meglio di biliardo. Perciò l'espressione che il popolino usava dire era questa: "Ho visto i due Cape è Muort". Antonio e Pasquale, però a dirla in breve, meritavano tanta stima ed affetto, perché il loro comportamento verso il prossimo era esemplare anche nel gestire le loro battutelle. Avevano conquistato lastima di tutti, perché aiutavano ed erano in ogni momento accanto ai bisognosi, per dare un apporto di sollievo morale ed anche economico, se il caso lo richiedeva. Antonio aveva una modesta e discreta famiglia: una moglie e due figli: un maschio ed una femmina.· La moglie di carattere docile, piena di umiltà, piena di vita, instancabile lavoratrice, lavorava notte e giorno. Svolgeva il lavoro di salumiera, la cui bottega era di eredità familiare e veniva aiutata anche da i suoi genitori. Si chiamava Serafina e si applicava sempre con impegno al suo lavoro; un vero piacere era quello di preparare colazioni con prosciutto e mortadella, melanzana sott'olio, ed acciughe di prima qualità...per paesani e forestieri che ne facevano richiesta durante la giornata Serafina era buona ed affettuosa con tutti, piena di cortesia e di amore sincero verso il prossimo. Sua figlia Liliana, di grande intelligenza, vivace, spregiudicata, battagliera, benpensante, istruita, seria, affettuosa, attaccata alla famiglia, prese la strada dell'insegnamento, mossa quasi da un'interna vocazione. Era molto legata alla famiglia, soprattutto alla madre, ricordando: sacrifici fatti per farla diventare maestra d'asilo. La famiglia si dovette spesse volte dividere per ragioni di lavoro, ma nonostante tutto, la loro unione era sempre solida. Il figlio Beniamino, che non sapeva reprimere i suoi impulsi era geniale, impastato d'ironia. Quando qualcuno gli capitava davanti lo sorprendeva con le sue divertenti barzellette. Ma Beniamino molto simile al padre, con le sue "crace", come se avesse l'argento vivo nel sangue, fu in un primo momento destinato al sacerdozio, poi prese la strada del matrimonio ed emigrò nel Nord-Italia, dove ebbe fortuna, anche nel matrimonio. Antonio il "ferra ciuccio" detto "Capo è Muort"· era vicino alla cittadinanza in tutte le circostanze, in quelle belle ed in quelle tristi. Pronto a dare e pronto ad occuparsi delle sorti dell'intera comunità paesana. Antonio, in sostanza, era un lavoratore d'eccezione, però la sua bottega ed il negozio della moglie l'impegnavano molto, perciò la sera era sempre stanco. Un giorno decise di cambiare mestiere; infatti parlando con gli amici, seppe che c'erano delle richieste d'emigrazione in Inghilterra e così decise di andarsene nel Nord – Europa. "Capo è Muort" sembrava avesse trovato la sua strada e faceva progetti. Sul punto di partire diede un altro del suo vivo umorismo salutando gli amici con queste parole. "Capo è Muort" vi lascia e vi saluta e vi augura buona fortuna, con amore e ricchezza così resta sempre la sua gentilezza. Queste esibizioni erano spesso cosa positiva: con le sue rime voleva dimostrare che, continuando di quel passo, avrebbe fatto parlare di sé: era il suo eloquio nutrito e denso di battute argute con documentazioni conclusive, ignorando sempre le esagerazioni. Il discepolo Pasquale, "ferra ciuccio" di nome e di fatto, era in alcune occasioni proprio un ciuccio...di fatica...!!! Dopo anni di discepolato, Pasquale il mestiere l'aveva appreso con sacrificio; figlio di contadini, veniva in paese ogni mattina, così che ebbe occasione di specializzarsi. Aveva però un carattere, che spesso dava libero sfogo di nervosismo, spesso si atteggiava da guappo, di cartone. Oramai era diventato il padrone di tutto il laboratorio artigianale, prendendo le redini, in mano per la sua forte personalità. Purtroppo, dopo poco tempo, i lavoro cominciò a scarseggiare, perché la vecchia clientela andò affievolendosi per il fatto che cominciò la scarsità dei quadrupedi da lavoro. Perciò il nostro si dovette adeguare cercando un altro lavoro. Decise, quindi di fare il fabbro. Pasquale cominciò a fare di tutto; cancelli, balconi, ringhiere, porte, telai per fornaci, forme per camini e tante altre cose che gli capitavano per le mani. Oramai non perdeva più tempo: batteva l'incudine a tempo di record, quasi così tutti i giorni... Si percepiva da lontano il suono dell'incudine ·che emetteva delle note dolci che si ·sentivano da lontano ·(Ding-Dong, Ding-Dong),....!!! Qualcuno diceva: andiamo da Pasquale a fare il coro...perché inculca la gioia della musica e del canto e sa fare anche le stornellate. Fra i tanti stornelli che cantava c'era anche il seguente; (Una, lodoie, le tre cancelle, con il flauto bello fatto di pelle, lo suoni tu: don Simò, don Simò, contatille ca sidece so).· Con il nuovo lavoro, Pasquale aveva cambiato il suo atteggiamento, adesso era dolce docile, insomma era diventato il migliore del paese. La gente cominciò a mormorare che cosa gli fosse capitato per questo repentino cambiamento di carattere. Forse presagiva quello che nel prosieguo della sua vita gli doveva succedere. Diceva: con un timbro di voce accorata: "Questa bottega si chiuderà....". e così fù! Ma le le peripezie della sua vita non finirono qui.· "Il Re dei tacchi" Pasquale aveva una buona famiglia, moglie e diversi figli, una famiglia modesta. Un giorno decise di aprire un negozio per far lavorare la moglie e per dare una prospettiva in più alla sua numerosa famigliola, anche a costo di duri sacrifici.· Sua moglie era malata, soffriva di artrosi da diversi anni, ma Pasquale non si perdette d'animo. Diceva; il commercio e una garanzia per una famiglia come la mia. Così si dette da fare e fece domanda al Sindaco, che allora era il defunto dott. Tommaso Bruno. Gli fù concessa la licenza, ed ebbe così inizio il suo sogno. Vendeva di tutto, dallo spago agli spilli, dai detersivi ai giocattoli. Ma per lui il destino era sempre in agguato: quando tutto sembrava che andasse alla perfezione, la dea bendata gli girò le spalle. Un giorno si sentì privo di forze: gli facevano male le spalle, così decise di farsi i relativi accertamenti diagnostici, e scoprì che era affetto da un male incurabile. la delusione, il pensiero degli· amici e della famiglia numerosa contribuirono ad accelerare il decesso. Morì di crepacuore. La moglie, per il profondo dolore, ebbe un ictus celebrale e fu costretta a vivere su una sedia a rotelle per un lungo periodo di tempo, il suo maestro Nufrio Antonio e ancora in vita.

Nicola Cucciniello

Ultimo aggiornamento (Lunedi 14 Febbraio 2011 18:59)

 
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La Palata   La Palata,· il mare di Montefalcione. Seducente. Peccaminosa. Avventurosa. Lontana,· in un fitto castagneto, attraverso campi di felci, cespugli spinosi, sentieri di funghi e serpi. Per tracciato, l'ansia di giovani semplici e vivaci, una conca poco profonda. Piccola quanto un pugno; grande quanto la frenesia di emozioni adolescenziali. Alimentata da un ruscelletto, dal desiderio di....
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'Grelle
'NGRELLE   Il suo Dio era la cabala. Il lotto. In una tasca migliaia di fogliettini. Sopra una infinità di numeri. Quando li estraeva, era una sorta di magia, un rito. Sebbene raccolti insieme, alla rinfusa, mescolati a noccioline o granelli di terra o ciuffi d'erba, erano pagine di una profana bibbia da rispettare con sacra solennità. Ambi, terni, quaterne. Un fatto, una parola, un gesto, un....
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