Canto  "Popolare"

Lo nnammorato mio se chiama Peppo: è lo megghio iocatore co le carte.
S’è già ghiocato la sòla re le scarpe, appriesso se ioca puro la mogghiere.


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MONTEFALCIONE (UN PAESE)

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MONTEFALCIONE
(UN PAESE)

di Cav Giuseppe Martignetti

I° Cap.


Un paesello sito nel cuore dell'Irpinia a 554 metri sul livello del mare, con una  popolazione di 3400 abitanti . Lo stemma: una falce fienaia posta su tre colline.
Fu anticamente abitato da popolazione Osca, ( esiste una zona che ancora oggi  viene  chiamata  “Li  Oschi”)  poi  da  Sanniti, da  Irpini,  da  colonie romane.
Successivamente venne occupato dai Normanni, dai Francesi, dagli Spagnoli, dai Borboni  fino all'unità d'Italia.
Troviamo signori di Montefalcione: nel 1150 Torgisio il normanno; nel 1170 Andrea; poi Guglielmo; un altro Torgisio che fu accecato perché parteggiò per i Guelfi. La sua vedova Filippa, per volontà di Manfredi fu costretta a sposare Corrado Roccacaimo che divenne signore di Montefalcione ; poi troviamo un terzo Torgisio; dopo di lui Antonello; nel 1306 fu signore di Montefalcione Andrea, parente di Torgisio, poi Giovanni Troilo. Nel  1421 Giovannotto col casato  di  Montefalcione;  1436  Luigi;  1451  Giovannetto;  1481  Giovanni Francesco  (  per  volontà  di  Ferdinando  I  d'Aragona);  1493  Luigi Montefalcione; 1495 Giovannetto che ebbe dai francesi la città di Acerra  ed il titolo di marchese.( A tale epoca risale la fonte battesimale della chiesa madre.
Tanto si rileva dallo stemma che trovasi sia su di essa che sulla facciata  dell'ex Palazzo del seggio, uno scudo con doppia banda spinata), prima di allora lo stemma era uno scudo con banda spinata.


Poi  troviamo  Luigi  Montefalcione  che  sposò  una  di  casa  Spinelli;  1528   Giovannella  o  Vannella,  figlia  di  Luigi  Montefalcione  che,  accusato  di tradimento,  morì in prigione. Questa ultima pagò al principe d'Orange   la somma di  400 ducati d'oro e  divenne di nuovo padrona di Montefalcione, sposò Giovanni Antonio Puderico. Nel 1593 troviamo  Antonio Puderico; nel 1586 Paolo Puderico; nel 1601 Giovan Battista Tocco, conte di Montemiletto.
In seguito, le cose cambiarono. Il territorio di Montefalcione fu dato ad alcuni signori locali benestanti che pagavano al  re delle due Sicilie i così detti censi o canoni e disponevano di detti fondi nel modo che volevano.
La  popolazione si è dedicata in passato prevalentemente all'agricoltura ma anche  alla  pastorizia.  Esiste  in  prossimità  del  centro  storico  una  zona denominata “Piano delle Mandre”, dove sostavano la notte gli animali che il mattino  seguente  venivano  condotti  ai  pascoli  .  I  terreni    confinanti  con Montaperto  e  Montemiletto  venivano  chiamati  le  paludi  perché  ricchi  di acqua, quelli verso Pratola e Prata   erano i più idonei al pascolo.
La diversità della consistenza del terreno che va dal brecciame all'argilloso,  dalla fertile a quella di selva e il dislivello del territorio che va da quota 220  sul livello del mare della zona detta Acqua Viva, ai 680 metri di quota a quella presso Marzia detta Monte Vergini, ha  reso p01ossibile  una svariata coltura di prodotti  agricoli    di    pregevoli  qualità,  dando  agli  abitanti  della  zona  la possibilità di sopravvivere.

Era abbondante la produzione di vini pregiati quali: l'aglianico, il greco,   il fiano.
La gente era laboriosa e sottomessa alla volontà dei padroni,  era fiera  della propria  civiltà  contadina,  ricca  di  tradizioni  ed  usanze  che  la  rendevano solidale  verso  il prossimo,    permettendo di  superare situazioni veramente difficili.             
Zona a rischio sismico, infatti tanti terremoti che  si sono  succeduti hanno cancellato  quanto di antico c'era. Sono sopravvissute fino a noi: la porta Ripa; la torre normanna, una delle quattro che formavano il quadrilatero del muro che cingeva il castello, trasformata in civile abitazione; la Chiesa Madre  ed il campanile  che nei  piani  bassi  conserva l'imponenza e la forma  originaria.
Tutto questo è del XII secolo.                                              




305Ecco  cosa  troviamo  se,  per  accedere  al  centro  storico  di  Montefalcione, scegliamo il  percorso  originario, cioè  partendo  dalla contrada Foresta per
raggiungere porta Ripa, così chiamata per il dislivello esistente dal vallone Grande e la porta, accesso al lato est al castello di Montefalcione.Lungo l'angusta e ripida via che si insinua tra i massi calcarei di cui è formata la collina, a sinistra notiamo il rudere di una vecchia fornace per cuocere la calce (la  carcara),  subito  dopo  la  cava  di  Peppone;  da  dove  gli  scalpellini ricavavano: scalini, intagli di porte e finestre, intagli di feritoie, recipienti in pietra per dar da mangiare   ai  porci o abbeverare i  cavalli (le javote).




Lo scarto di lavorazione delle pietre veniva trasformato in calce   utile per costruire  le case della zona.
La porta Ripa resiste al tempo e all'intemperie fin dal 1100.                                                       
04Al lato sinistro della porta si trova un tronco di colonna sul quale una volta si leggeva, l'incisione che raccomandava a tutti di rientrare prima del calare del sole altrimenti la porta si chiudeva.
Al lato destro di essa vi sono i ruderi di una casa nobiliare con sull'arcata di pietra di una porta uno stemma con impressa  a bassorilievo l'immagine di un cappone  (nò  Capone)  .  Di  qui  il  casato della nobile  famiglia  estintasi  di recente, ultimi rampolli: don Giovanni ed il figlio don Antonio Capone.
Entrati attraverso la predetta porta, si dice che a sinistra si trovava la casa di Giovanni Troilo; adesso ci sono due fabbricati e la torre normanna  adibita a civile  abitazione. Da qui partiva la via che portava al Castello situato sulla sommità della collina. Oggi esistono solo i resti di vecchi muri e di una cisterna , si dice servita ai soldati per lavarsi.
Al lato destro della porta, a circa 100 metri, si trova la chiesa e il campanile e verso nord ” le portelle”. Era la porta che conduceva verso la terra e il piano delle mandre.                                             
Alla via Ariella si presume ci fosse l'aia (l'aria) per trebbiare il grano e di qui il toponimo.
C'era  anche la casa  di Don Carlo Paoletti con la pietra delle 10 p. che ancora oggi si può notare. Si dice che il letterato subì un grave torto e tantissime calunnie. Non avendo eredi fece un testamento, lasciando erede universale colui  che riuscisse ad  indovinare il  significato delle  10 p  scritte sopra un masso. Morto il signor Paletti, nessuno riuscì  ad indovinare il significato delle 10 p, ed allora il notaio rese pubblico il testamento che conteneva le seguenti parole: prima pensa poi  parla  perché  parole poco pensate portano pena.
In piazza Dell'Olmo ( o Chiazzullo) c'era il Palazzo del Seggio che fu donato nel 1510  all'Università da Luigi  marchese di Montefalcione; era lungo 40 palmi, largo 25 ed alto 25. Si accedeva per due grandi arcate di travertino sorrette da una colonna di un sol pezzo con capitello di palmi 14. Al centro di detta  sala si trovava una  mensa  in  pietra.  Qui  c'era anche la  ruota  ove  si portavano i trovatelli. Seguiva il carcere e l'osteria o taverna all'Architiello.        
Il palazzo del seggio fu messo all'asta nel 1821 dal Duca Sangro ed aggiudicato a Giovanni Pagliuca che trasformò tutto in casa di  abitazione lasciando la colonna ed altri reperti che si possono vedere ancora oggi Casa   Troisi (oggi proprietà del Comune   e trasformata in casa albergo per anziani),  apparteneva  alla  famiglia  Troisi,  medici  da  undici  generazioni, alcuni dei quali famosi. Fra questi emerge un certo Bonaventura che, oltre  ad essere un bravo medico, fu anche  un discreto poeta. Sposò Assunta Polcari , gli ascendenti della quale erano imparentati con l'arciduca spagnolo don Pietro Telles, vice Re di Napoli, il quale una volta liquidato dal governo centrale, si rifugiò presso la casa Troisi.
In questa casa abitò anche Basilio Polcari capitano della guardia d'onore del re di Napoli  e sindaco di Montefalcione. Al tempo dei garibaldini e della rivolta di Montefalcione (1860-61)  per  difendere  questa  casa furono inviati  dalla famiglia Molinari di Montella, imparentata con i Polcari, quattrocento uomini.
Palazzo Capone appartenne alla famiglia omonima, fu un casato di uomini illustri e benestanti. Tra questi  è da  ricordare Francesco Antonio Capone, avvocato  e  presidente  del  Consiglio  Generale    di  Principato  Ulteriore;
Crescenzo    che  fu  medico  e  pittore; Pasquale  ,  ultimo  erede  della  nobilefamiglia.
Il Convento dei padri Verginiani. Fu costruito nel 1550 con l'intenzione di  istituire un  eramo di padri  minori  col nome di  S. Antonio  ed a  spese  dei Puderico.
Negli anni che seguirono, gli stessi feudatari che avevano verso la Madonna di Montevergine    grande  devozione,  versarono  ingenti  somme  di  denaro   affinché i lavori del   convento e dell'annessa chiesa venissero ultimati. Nel 1578 dette opere furono completamente realizzate. Il convento si chiamò” dei padri verginiani”, la chiesa fu intitolata a S. Maria di Loreto.
Compiuta  l'opera  tanto  desiderata  dalla  propria  madre,  i  figli  Ottavio  ed Antonio  Puderico,  alla  sua  morte,  le  fecero  costruire  uno  splendido monumento  in  marmo,  detto  il  monumento  di  Lucrezia  Spinelli,  perché Giovannella o Vannella negli ultimi anni della vita si dedicò   a fare opere di bene e rimasta  vedova  visse  in regime monacale cambiando il proprio nome in quello di Lucrezia ed assumendo il cognome della madre.
Il convento nel corso dei secoli ha avuto diverse vicende. Nel 1759 l'abate Ciampi curò il restauro come si legge su una lapide marmorea attaccata al muro del lato nord.
Successivamente  fu  di  proprietà  del  comune,  poi  di  alcuni privati  che  lo vendettero  alla  Curia  di  Benevento  e  destinato  a    residenza  estiva  dei seminaristi fino agli anni 1960.
Dopo il 1980 lo stabile, ridotto in pessime condizioni, fu di nuovo acquistato dal comune . Restaurato , oggi è sede del  Municipio.

Ultimo aggiornamento (Domenica 09 Febbraio 2014 11:47)

 

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