Indovinello "Popolare"

‘O figghio re Pili Pilossa non tene nì carne, nì pili e nì ossa ma la mamma tene carne, penne e ossa.
(L’uovo)


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FAUSTO BALDASSARRE

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GIOCHI DI FUOCHI

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

 

A mio figlio Francesco

Con stupore bambino  hai conosciuto l'incanto: un cielo splendente di colori; quando con la festa negli occhi e col ditino indicavi luci,
che s'accendevano e andavano a spegnersi lontano.


 

Presentazione

di Virgilio landiorio


giochi di fuochiNel leggere questo libro di Fausto Baldassarre viene spontaneo il riferimento alla suggestiva testimonianza di un autore antico, Vannoccio Biringuccio da Siena (1480 -1537c.), tra i primi a trattare dell'arte pirotecnica, anche se ai suoi tempi, siamo nel secolo XVI, Pirotechnìa voleva dire in primo luogo arte di fondere i metalli.
Nel decimo libro della sua opera De la Pirotechnìa, pubblicato postumo a Venezia nel 1540, l'artista Senese non si esime dall'aggiungere quasi in ultimo alla sua trattazione, e a mo' di corollario, il capitolo sui Modi d'adattare [fuochi] lavorati quali già si solevano usare in alcune città di Toscana per magnificentia nel far allegreze publiche nelle feste solenni quali chiamavano girandole.
E così sottolinea: "[...1 poi che di tanti altri effetti utili, potenti, et ingeniosi vi ho detto, trattandovi di molti fuochi mortiferi, et nocive a tutte le cose vive, composti con il mezzo dell' artificiosa polvere, et fabricati per distruzione si delle cose che di quella participano come ancho d'ogni' altra mi è parso di non volere ch'il fine di questo mio scrivere tenga ponto di stile di tragedia: per il che ho deliberato di aracho dirvi (poi che di certi fuochi composti di materie impetuose, et horribili, li quali rendono, grandissimo, et dannoso spavento alli huomini) d'alcuni che fi fanno a le tizia, et piacevolezza, quali (per contrario) in cambio di schiffarli, invitano li popoli a desiderar di vederli". Aggiunge inoltre una sua considerazione: "[...] che invero (anchor che la fusse cosa bella, et costasse dinari assai) il farla era pero cosa inutile: benché quei tempi si potessono chiamare veramente aurei, cioè, che gli huomini havevano oro assai da spendere, si che non havevano causa di riguardare alla spesa: che anchor ch'altro effetto non facessero, ne durassino tanto che un amante donasse un bascio, et forsi manco, alla sua donna".


La ricerca di Fausto Baldassarre è ben circoscritta nei luoghi e nei tempi: i luoghi sono quelli di Montefalcione e il suo Circondario, ma senza disdegnare riferimenti ad altri paesi della provincia irpina; i tempi sono quelli della documentata presenza di "fuochisti" in questi paesi irpini. Il termine, fuochista, è quello usato abitualmente dalla gente per indicare i fabbricatori di fuochi d'artificio, ma anche quelli che li accendono durante gli spettacoli; esso è nato con le caldaie e i motori a vapore, le locomotive che avevano bisogno di operatori addetti all'alimentazione del fuoco. Il nome pirotecnico, invece, ha origine dotta, - pyr cioè fuoco e tèchne vale a dire arte in genere, lo hanno fatto derivare dal greco gli esperti fonditori nei secoli XIII-XIV, perché relativo al maneggiare il fuoco e al modo di applicarlo alle varie operazioni di fusione.
È una storia questa, che scrive Fausto Baldassarre, per molti versi originale e unica fino adesso; perché la storia della cultura materiale ha un suo costo, molto alto, in termini di ricerca e di analisi. È la storia di un mestiere, quello del fuochista, esposto al continuo rischio della vita, e, in passato, anche alla scarsa considerazione sociale, ripagato soprattutto con momenti di gloria e di soddisfazione, come gli artisti del teatro al termine dello spettacolo. Per i fuochisti: gli applausi dei tantissimi spettatori col viso in aria a contemplare il cielo che all'improvviso si illumina e si accende dei colori dell'arcobaleno.


Nel libro di Baldassarre troviamo una documentazione copiosa che inizia dal secolo XVII, con le Prammatiche che disciplinano la fabbricazione e l'uso della polvere pirica nel Regno di Napoli.
In altri luoghi della nostra Penisola, già nel XV-XVI secolo, teste Biringuccio il Senese, c'era 1' usanza dei fuochi d'artificio: "mi ricordo - scrive Birínguccio - che già in Firenze, et in Siena usar si suolevano: ma più in Siena che in altro luoco, (che io sapzà) l'una , per la loro principale festa che fanno, in commemoratione della natività di san Giovanbattista: l'altra, per l'assontione di nostra Donna, alli quindeci del mese d'Agosto". Non solo per le festività religiose servivano i fuochi d'artificio, ma anche per occasioni non legate al culto dei santi e della vergine Maria. A Napoli, per esempio, tappa del suo viaggio in Italia nel 1702, il re Filippo V: "La sera poi [si era in maggio], nella stanza del Belvedere del Regio Palazzo... E sull'oscurar della notte dal suo balcone vide spararsi una nuova macchina di fuoco artificiato, che fu fatta fare dal Marchese di Vigliena Viceré". Manifestazione analoga avvenne il mese dopo in Liguria, dove il sovrano si era recato: "La sera poi ad un'ora di notte si brugiò un fuoco artificiale, alzato sopra alcune barche nella marina, della qual vista il Re prese molto piacere".
Dalle città di Siena, Firenze, Bologna, Roma, Napoli, per citare le più importanti, il fenomeno popolare dei fuochi d'artificio si diffonde anche nei paesi piccoli, dal Nord al Sud della Penisola. È uno spettacolo costoso, ma entusiasmante; meraviglioso, ma caduco, fugace [...] effmero, appunto.
La documentazione per gli ultimi due secoli, Ottocento e Novecento, che Fausto Baldassarre riporta con dovizia, si fa ancora più fitta e interessante. Si possono, così, leggere i fatti nel loro svolgersi: le registrazioni delle morti, le sentenze dei giudici che comminano multe salate, e anche la prigione talvolta, ai fuochisti che non rispettano le norme di sicurezza. Attraverso í nomi delle persone, la loro età, i reati di cui vengono accusati, ma anche le morti tragiche, possiamo ricostruire ambienti di paese e vicende familiari. Perché, ed è una costante dei fuochisti, il loro lavoro è quasi sempre a conduzione familiare. Per questo diventa importante il ruolo delle donne in esso.
Nel libro ritroviamo le feste in onore del santo Patrono con le luminarie, il concerto bandistico, il cantante più o meno famoso, e gli immancabili fuochi d'artificio che concludono la festa, per la buona riuscita dei quali, i comitati, che commissionano i fuochi, cercano di reperire i migliori fuochisti sulla piazza. E poi la gente, residente o non residente in paese, che dà il proprio contributo in denaro perché possano assistere allo spettacolo dei fuochi tutta la comunità e moltissima gente dei paesi vicini, ma anche lontani, venuta per vedere di notte il cielo che si illumina di luce artificiale.
Descrizione d'ambiente, storia di ambiente quella narrata da Fausto Baldassarre, che raccoglie testimonianze dirette dai documenti d'archivio e dalla tradizione orale. Non a caso nell'ultimo capitolo del libro sono riportate le testi monianze dei protagonisti, di alcuni maestri fuochístí, colti nel loro lavoro, e quelle di Montefalcionesi esperti, che, come molti loro compaesani, sanno dare il giusto valore a questa arte effimera, ma affascinante. Perché la caratteristica dei Montefalcionesi è quella di essere cultori dei fuochi d'artificio per tradizione di paese, per tradizione familiare, e per il "gusto", che nel tempo si è andato sempre più affinando.


Virgilio landiorio


Ultimo aggiornamento (Domenica 30 Settembre 2012 09:31)

 

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