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MONTEFALCIONE E L'ARTE DEI FUOCHI

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NEL VOLUME DI FASTO  BALDASSARRE UN ATTENTO STUDIO CHE RIPERCORRE LA STORIA DELLA PIROTECNICA IN IRPINIA, DALLE NORMATIVE CHE REGOLAVANO IL MISTIERE DI FUOCHISTI ALLE FAMIGLIE CAPACI DI ILLUMINARE I CIELI.

DAL CORRIERE 19/09/2012


 

A Montefalcione s'adda sparà. S'adda sapè sparà. Ne sono passati qua fuochisti Ricordo quando venne per la prima volta Bruscella: quelle bombe stutate non fenevano mai. Te faceva verè na cosa n cielo come se l'avesse fatta co o pinniello, 'ntrecci precisi, colori brillànti':

Così Giuseppe Polcaro (Peppo 'e Sirimone) di Montefalcione racconta l'antica tradizione pirotecnica del centro irpino. A far rivivere figure che hanno segnate con forza la storia di un "mestiere a lunga bistrattato, come quello del fuochista, è il volume dello studioso Fausto Baldassarre con il suo "Giochi di fuochi - Documenti e testimonianze", edito da Mephite. Baldassarre parte da documenti d'archivio e testimonianze per ricostruire la centralità che l'arte dei fuochi rivestiva e ancora oggi riveste nella vita dei paesi d'Irpinia. Non c'era paese in cui le feste in onore del santo patrono non si celebrassero con il rito dei fuochi, reso possibile dal contributo in denaro offerto dalla comunità, che per nulla avrebbe rinunciato allo spettacolo. Fuochi che, come ci ricorda BalddSSaITe, accompagnavano non solo festività religiose ma qualsiasi evento considerato rilevante per la vita della comunità, come accadeva, ad esempio, il 15 marzo 1867, in occasione della festa nazionale.

E' Virgilio Iandiorio; nella prefazione, a ribadire come la storia che scrive Baldassarre «sia per molti versi originale e unica fino adesso; perchè la storia della cultura materiale ha un suo costo, molto alto, in termini di ricerca e di analisi ... Poichè attraverso i nomi delle persone, la loro età, i reati di cui vengono accusati ma anche le morti tragiche, possiamo ricostruire ambienti di paese e vicende familiari. Perchè, ed è una costante dei fuchisti, il loro lavoro è quasi sempre a conduzione familiare. Per questo diventa importante il ruolo delle donne in esso». Una documentazione preziosa, quella che propone lo studioso irpino; e ché parte fin dal secolo XVII con le Prammatiche che disciplinavano la fabbricazione e l'uso della polvere pirica nel Regno di Napoli. Norme non facili da rispettare, in realtà segnate dalla povertà, in cui il mestiere del fuochista era una via d'usci la dalla precarietà e garantiva non certo lauti compensi per arrivare fino alle ordinanze dell’800 che imponevano un'apposita autorizzazione all'esercizio del mestiere e una rigorosa vigilanza per ridurre al minimo i numerosi rischi che comportava l'esplosione dei fuochi. Si stabiliva, ad esempio, che i laboratori fossero fuori dell'abitato e che fosse vietata ogni forma di contrabbando. Le informazioni più interessanti arrivano proprio dalle sentenze legate alla trasgressione delle norme, sentenze che testimoniano anche la forte gelosia di mestiere che caratterizzava l'arte pirotecnica. Così si legge che il 28 agosto 1898 mentre Giuseppe Serino si accingeva ad esplodere dei fuochi senza essere provvisto di patente, saputo che il fratello si era recato a denunciarlo ai Carabinieri, perchè esplodeva fuochi, sprovvisto di patente, lo aveva minacciato con delle forbici mentre questi con una sedia cerca di difendersi. Al tempo stesso frequenti sono le denunce per disturbo della quiete pubblica in occasione dell'esplosione di bombe carta o mortaretti, spesso utilizzate ora per festeggiare, ora per protestare. liittavia, le tragedie erano davvero all'ordine del giorno, ci volevano prudenza e competenza. per maneggiare il materiale pirico.
Era il 1948 quando il 13 dicembre, alle sei di sera, un'esplosione fragorosa scosse il paese di Pratola Serra. In casa del fUochista Enrico Ozzella, dove si lavorava per preparare botte il nuovo anno,, una scintilla provocò un disastro ché fece. crollare parte dello stabile, causando la morte di quattro persone, Enrico con la moglie Nicolina Politano e la nuora Nunziatina Capaldo col figlio Enrico di 10 mesi. Fu così che la ditta Ozzella cessò la sua attività. Tragedie che non risparmiarono anche l'altra grande famiglia di fuochisti di Pratola, i Marano. Nel 1947, vittima di un'eplosione di materiale pirico, era morto il trentanovenné Pasquale Marano, il popolare Crestone. Pratola dovette aspettare qualche anno perchè riprendesse l'attività di fuochisti grazie a Carmine Marano, il popolare cavaliere. Interessanti anche i dati ché sottolineano la diffusione dell'arte pirotecnica in tutta l'Irpinia sul finire del secolo XIX con una buona percentuale di fuochisti, diffusi soprattutto a Montefalcione, Solofra e Pratola Serra. Una tradizione, quella dei fuochi, che proseguirà anche durante il regime fascista quando il rito appariva parte integrante di quel culto della ruralità e della patria che era tutt'uno con la propaganda. Con numerosi appelli ai paesani residenti all'estero a sostenere la festa in ogni modo. Le collette provenivano, infatti, soprattutto dai Montefalcionesi residenti negli Stati Uniti. Nelle pagine di Baldassarre scorrono i nomi dei grandi artisti del fuoco, protagonisti nei diversi anni della festa di Montefalcione. Così Antonio Marano, figlio del cavaliere Carmine, ricorda la splendida gara del 1958 che vide contendersi la vittoria i Perfetto di Sant'Antimo e i Vallefuoco di Mugnano del Cardinale, una gara in cui " i due fuochisti decisero di sfidarsi all'ultima bomba. Il cav. Perfetto fu grandioso, riempiendo il cielo di disegni, di colori, di forme perfette': E' con gli anni del boom che cambia, invece, il modo di concepire la festa che non può essere, come sottolinea Antonio Contrada nel 1963, ridotta soltanto ai fuochi ma deve contenere altre forme espressive. Oggi, conclude Baldassarre, il rischio è che anche il fuochista diventi schiavo della tecnica, della produzione in serie, a cui può reagire solo con là sua creatività "con i segreti della sua arte", quei segreti di cui è depositario ogni artista del fuoco.


 

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