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LA PIGNASECCA DI ARSENIO BALDASSARE

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Lo Staff di montefalcioneonline comunica ai sui lettori, che da oggi saranno pubblicate le opere di Arsenio Baldassarre.

“LA PIGNASECCA” 45 ANNI DOPO

(opera di Arsenio Baldassarre)

Ricerca e presentazione di Mario Baldassarre

Foto MarioE’ passato circa mezzo secolo, quarantacinque anni per la precisione, da quando il maestro Arsenio Baldassarre, con la sua scolaresca della Scuola elementare “E. Gianturco” di Napoli, ha dato corpo e vita a “La Pignasecca”, una raccolta di ricerche ed inchieste sull’omonimo quartiere napoletano. Il lavoro, svolto da scolari preadolescenti, sotto l’attenta regia e supervisione del loro maestro, evidenzia diversi aspetti di notevole importanza che necessitano di un’attenzione particolare ed invitano a fare delle interessanti riflessioni.

L’opera, contestualizzata negli anni sessanta, pone in risalto una scolaresca parsimoniosa ed attenta ad ogni aspetto della quotidianità, facendo emergere quei sensi di maturità e responsabilità difficilmente riscontrabili, ai giorni nostri, in studenti di quell’età.


Maturità e responsabilità verso il lavoro assegnato, con l’obiettivo di far “bella figura”, dando piena dimostrazione del proprio impegno e delle proprie capacità; vivo interesse ad ampliare le proprie conoscenze, consapevoli che questa è la strada giusta per emanciparsi dalla miseria ed essere vincenti nella vita; cura del dettaglio, nelle argomentazioni proposte, al fine di rendere il lavoro completo in ogni suo aspetto e accattivante agli occhi del lettore.

Dall’insieme viene fuori un elaborato completo in ogni sua parte, rispondente ai dettami ed agli obiettivi prefissati dal maestro e traspare quell’alto senso di rispetto ed affetto degli alunni nei riguardi dello stesso: il tutto appare come un idillico quadro familiare in cui ognuno segue in maniera parsimoniosa i consigli paterni.

Gli elaborati scritti dagli studenti, dopo diligenti lavori di ricerche ed inchieste, opportunamente ordinati e cuciti in maniera attenta dal maestro Arsenio Baldassarre, fanno assumere all’intera opera un’elevata importanza didattico-pedagogica e la vanno a collocare a pieno titolo in quel filone, della letteratura italiana per ragazzi, segnato da Edmondo De Amicis con il libro “Cuore”.

Le ricerche ed inchieste mettono in risalto aspetti vari che vanno dalle caratteristiche storico-culturali e sociali del quartiere della Pignasecca alle usanze, costumi ed abitudini della popolazione.

Ciò che appare è una condizione di “miseria e nobiltà” che identifica storicamente la città partenopea e i suoi abitanti.

“Miseria” riferita al degrado fisico del quartiere e allo stato di povertà degli abitanti costretti, dalle condizioni sociali ed economiche del tempo, ad una vita di sacrifici e stenti.

“Nobiltà” riferita ad una certa pacatezza d’animo e ad una certa facilità nel godersi la prosperità morale e materiale, frutto dell’operosità nel lavoro, unita ad una volontà nel migliorare la vita anche a vantaggio delle generazioni future.

Nel corso del tempo le condizioni socio-economiche della Pignasecca sono più volte cambiate; quel senso di pacatezza e serenità si percepisce con difficoltà: i motorini scendono dai quartieri spagnoli con 2, 3, 4 persone in sella; la figura dello “scugnizzo” in questi vicoli è sempre più presente. I marciapiedi sono preda di ambulanti di ogni tipo, razza e religione. Le auto (soprattutto i loro claxon) si mischiano con le persone che si affannano per arrivare vive e intatte alla fine di questo caos. Qui hanno la loro stazione di arrivo il treno della Cumana, la funicolare che porta al Vomero e un’importante fermata della Metropolitana. Quando arrivano tutti i mezzi in pochi minuti, un fiume di persone si riversa in questo vicolo stretto e lungo. Nel quartiere, per contro, è possibile trovare il miglior pesce e i migliori arancini di Napoli, coperte, vestiti, pane e frutta a poco prezzo e osservare scenografici balconi fioriti con appesi pomodori, peperoncini e piantine di menta e salvia. In un unico ambiente è quindi possibile scoprire tutto il bene e il male di Napoli.

“L’Ospedale S.S. Trinità di Pellegrini e Convalescenti”, fondato nel 1578 da sei artigiani napoletani, i quali volevano creare una congregazione religiosa che affiancasse, all’esercizio del culto, un’opera di soccorso per i bisognosi e per i poveri è oggi un centro medico di eccellenza nel panorama sanitario nazionale. La struttura ospedaliera è costituita da numerosi reparti che offrono vari servizi diagnostici. Presso l’Unità operativa complessa di prelievo e trapianto di cornea dell’Ospedale dei Pellegrini di Napoli, nel 2008, è stato realizzato, per la prima volta in Campania, un impianto autologo di cellule staminali limbari in un paziente di 32 anni affetto da opacità della cornea, dovuta ad ustione da calce.

Così, nonostante il degrado, dalle condizioni di povertà e di caos quotidiano del quartiere, emerge una realtà rivolta all’assistenza di bisognosi e sofferenti; questa caratteristica ha da sempre accompagnato il popolo partenopeo ed è per tutti i campani motivo di orgoglio e di vanto.

Nel corso degli anni anche la Scuola ha subito una drastica inversione di tendenza: si evidenziano situazioni e condizioni deprimenti che dovrebbero mantenersi lontano da un ambito dove si fa cultura; sempre più spesso si parla di bullismo, violenze verbali, morali e talvolta anche fisiche che riguardano studenti ed insegnanti.

La Scuola, luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l'acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica, come sancito dallo Statuto delle Studentesse e degli Studenti, in alcuni ambienti è diventata un luogo in cui è sempre più necessario portare avanti programmi educativi e riabilitativi volti al rispetto delle più elementari regole del buon vivere e alla diminuzione del fenomeno della dispersione.

Gli attuali indirizzi di politica scolastica, inoltre, stanno

impoverendo e demolendo un modello culturale e pedagogico costruito attraverso un faticoso movimento di innovazione: le manovre economiche, sempre più spesso, tagliano in maniera drastica le risorse destinate all’istruzione e alla ricerca; il personale è in larga parte costituito da insegnanti titolati e motivati, ma precari, sfruttati e malpagati, costretti a lavorare in condizioni difficili e talvolta deprimenti.

Ciò che manca alla Scuola, per essere davvero una palestra di cultura e formazione, sono serenità, serietà ed alto senso di responsabilità tipiche degli alunni che hanno indagato sulla Pignasecca e parallelamente quelle condizioni lavorative e didattico-educative tipiche del contesto in cui è stato possibile realizzare la presente opera.

Montefalcione, Settembre 2011


Aresenio baldassarre 11PRESENTAZIONE

Queste ricerche ed inchieste furono l’anima e la vita di tutta la scolaresca per due mesi circa.

Tutti spontaneamente collaborarono alla loro riuscita. Divisi in gruppi: chi s’interessò delle vie e delle piazze, chi delle lapidi, chi delle edicole, chi del mercato, chi delle feste e chi della leggenda e della storia.

Camminarono per la Pignasecca insieme, da soli, senza il maestro, che era a casa sua in quelle ore, ma lo vedevano nella loro mente, lo sentivano nel loro cuore; camminarono come gli aveva loro detto, ed osservarono e domandarono; sostarono e scrissero; ed il maestro pure invisibile, lontano lontano, li vedeva e li sentiva con trepidazione e con ansia.

Tornavano alle loro case soddisfatti e contenti; si riunivano di nuovo, coordinavano le loro ricerche ed inchieste per portarle a scuola la mattina seguente, per udirne il plauso, per gustare il compiacimento del loro maestro, al presente, e della loro direttrice, al futuro.

Per due mesi circa si sentirono tutti buoni, tutti capaci a fare qualcosa; sentirono di avere in sé qualcosa che ci rende tutti uguali, senza distinzione di età, senza distinzione di sesso, senza distinzione di famiglia.

Il maestro in aula, giorno per giorno, seguì il loro lavoro. Ci mise del suo, è vero, ma per farne un’anima e un corpo solo, accessibile non solamente ai curiosi o a coloro che hanno interesse che la scuola appaia più bella soltanto, ma anche a quelli i quali hanno premura che gli scolari imparino a leggere, a scrivere, ad evolversi e a formarsi nella mente e nel cuore.

Così venne fuori questo libro: il libro delle ricerche della Pignasecca, che ciascun alunno avrebbe voluto portare con sé come ricordo nelle scuole medie e là rileggerlo, e rileggerlo a casa e mostrarlo a tutti, perché in esso trova il suo lavoro, trova se stesso.

Meglio tardi che mai!

arsenio alunniCognome e nome degli alunni della classe suddetta:

1)Boccia Luigi

2)Comella Silvio

3)Della Volpe Gaetano

4)Esposito Salvatore

5)Galatola Antonio

6)Labbre Alessandro

7)Li Calzi Michele

8)Liuzzi Ferdinando

9)Longo Gennaro

10)  Nardone Claudio

11)  Paduano Alfonso

12)  Passarielli Vincenzo

13)  Perrotta Giuseppe

14)  Pinelli Francesco

15)  Pugliese Mario

16)  Sommaripa Francesco      

17)  Sommaripa Giuseppe

18)  Tassari Umberto

19)  Turiello Giuseppe

 

 

CAPITOLO I

Presentazione della via principale, delle piazze e dell’Ospedale dei Pellegrini.

Ci troviamo in Piazza Carità ed imbocchiamo via Pignasecca. Facciamo una breve sosta vicino al Bar Pietruccio e già ci vediamo circondati da molti negozi ben forniti, tra cui una genepesca. Osserviamo quello di lampade e lampadari e quello di mobili; infine, all’angolo di via B. Puoti troviamo un acquaiolo e ci fermiamo per bere un bicchiere di limonata.

Poi proseguiamo e all’angolo di Vico Gradini San Liborio vediamo un fruttivendolo. (C’eravamo dimenticati che all’angolo di via B. Puoti c’è anche un “cozzecaro” e vicino una macelleria).

Un’altra macelleria, quella del “Bersagliere” sta subito dopo la piazza C. Carafa. Qui osserviamo una grande esposizione di pesce di ogni specie e d’ogni qualità; i pescivendoli gridano a squarciagola per fare correre la gente a comprare.                         

                                           – Tassari Umberto; Nardone Claudio –

“Questi venditori chiamano a gran voce i passanti a comprare la loro merce vantandola con queste frasi: «’O pesc’ fresc’ tirato mo’ mo’ dà rezz’»; fruttivendolo: «Frutta fresc’. Frutta fresc’». Venditori di trippa e carne cotta. In mezzo a questi strilli si unisce quello di una automobile o il continuo suono del clacson di una macchina che è il segnale di lasciare libero il passaggio perché trasportano feriti o delle persone ammalate gravemente al pronto soccorso dell’Ospedale dei Pellegrini; il quale si torva alla Pignasecca ed è uno dei pronti soccorsi più importanti di Napoli per il posto in cui si trova…”                                                 

                                                                       – Li Calzi Michele –

Prima di Piazza Carafa abbiamo osservato il noto negozio “Spina” che vende oggetti casalinghi e due pizzerie col forno sempre acceso , che si vede da fuori: “Attilio” e “Pizzeria al 22”. Ci fermiamo davanti al negozio “Gallo” che vende dischi, giradischi e radio: qui sta la casa del noto cantante Nunzio Gallo, il quale nacque e visse da ragazzo nella Pignasecca.

Il pescivendolo più conosciuto in Piazza Carafa è “Savino”.

Poi proseguiamo ed osserviamo altri bei negozi ed il “Bar Flor do Cafè”.

Dopo l’incrocio di via Pignasecca con via P. Scura che sbocca in breve tratto a destra in via Roma e a sinistra con una lunga salita, al Corso Vittorio E. II, vediamo il Bar D’Alessio. Vi entriamo, compriamo un bella “sfogliatella”, la dividiamo un po’ per ciascuno e la mangiamo.

Usciti da questo bar vediamo il noto “Fiorenzano” carnacottaio e una bella pescheria. Non ci fermiamo ad osservarla perché abbiamo ancora molta strada da fare.

                                       – Tassari Umberto; Nardone Claudio –

Entriamo subito in piazza Pignasecca.

Certamente questa non è una piazza grande e vasta come piazza Garibaldi, dove ogni giorno v’è uno sterminato parcheggio di macchine e un traffico di veicoli molto intenso; né come piazza Municipio con giardini e fontane zampillanti; né come piazza Plebiscito con il grandioso palazzo Reale.

Questa è una piazza di un’ampiezza discreta, attraversata dalla stessa via Pignasecca: non vi sono monumenti, non vi sono giardini, non vi sono fontane; è circondata da case vecchie ed antiche: qualcuna è stata rimodernata alla meglio. Anche le case della via Pignasecca sono quasi tutte vecchie ed antiche. In questa piazza e per tutta la via, agli angoli degli incroci con vicoli ed altre vie, c’è mercato tutti i giorni: il “Mercato della Pignasecca”. E chi non lo conosce questo Mercato? Tutti vengono a spendere . Vi trovi tutto il bene di Dio, nei negozi e davanti ai negozi, sulle bancarelle e per terra: pesce e carne, pane del “signore” e pane d’ “’o cafone”, “friarielli”, insalate, finocchi e altri ortaggi, arance e limoni, pere, mele, banane, fiori ed aromi, vestiti, camicie, maglie, mutande, scarpe e “gingilli”. Il carnacottaio con il muso di vacca in mostra grida: «’O musso! ’O musso». Il venditore di noccioline americane col suo carrettino, facendo fischiare il pentolino a vapore del fornello, risponde: «Nocelline, nocelline!» Altrettanto fa lo zeppolaio, tutto intento a friggere nella grossa caldaia d’olio bollente zeppole e frittelle.

In questo mercato, all’aperto, si sta bene quando le giornate sono belle, piene di sole e tiepide, ma quando fa freddo ognuno si stropiccia le mani e batte i piedi sui lastroni consumati di pietra nera, che lastricano la via e le sue piazze.

Quando fa freddo, vecchi e vecchie, anziani ed anziane, ragazzi e ragazze, costretti a vendere per guadagnarsi qualche lira, per riscaldarsi un po’ accendono un focherello con assicelle di cassette fuori uso delle loro stesse mercanzie, accanto alla bancarella.

La caldarrostaia, si riscalda, col fuoco che serve per cuocere le castagne.

Ma con tutto ciò questo mercato è sempre affollato, e quando piove si vende e si compra sotto gli ombrelli e gli ombrelloni, e i signori e le signore che tengono i soldi, facendosi strada, fra la calca, con le valigie piene e con le borse da spesa colme, pesanti e traboccanti, ritornano a casa. La gente invece si contenta di poca roba a buon mercato: un’insalatina di foglie miste, un rimasuglio di pesce, un pezzetto di “stocco” o di “baccalà”, una frattaglia di carne o un fritticello. Qualcuno ch’è costretto a guardare la sua bancarella dalla mattina alla sera, uomo o donna, si fa portare gli spaghetti o altra minestra e mangia in mezzo alla strada: chi sorbisce una tazza di brodo di polipo, impepata e bollente, chi un caffè allungato o ristretto, chi si sganascia a divorare un mezzo filone di pane ripieno di companatico, chi una pizza col pomodoro, chi una cosa e chi un’altra; e così ognuno cerca di combattere gli stimoli dell’appetito, riempiendosi lo stomaco con questa o quell’altra cosa.

E’ bello assai questo mercato in primavera, in estate e nel primo mese d’autunno, quando vi sono le ciliegie, le fave, i piselli, le fragole, i fichi, le more di gelso e l’uva: tu ne vedi la freschezza, ne senti il profumo e ne pregusti il sapore. E allora viene sempre la tentazione, specialmente quando non si hanno soldi in tasca, di approfittare tra la folla e la confusione per allungare una mano, quale essa sia, la destra o la sinistra, e farla da scognizzo.  

                                       – Li Calzi Michele; Della Volpe Gaetano –

 

Dimenticavamo di dire che intorno a questa piazza vi sono molti negozi, fra cui ve n’è uno di uova e di pelli. V’è anche la farmacia dell’Addolorata, un Sali e Tabacchi e un Banco Lotto. Ma, ormai, lasciamola questa piazza e avviciniamoci all’angolo di via Portamedina. Anche qui vi sono negozi e pescherie.

Subito dopo a destra, salendo, troviamo il grande Ospedale dei Pellegrini.

I nostri genitori e i vecchi raccontano che questo ospedale è molto antico: fu fondato nel 1500, prima non era altro che un misero ospedale, dove andavano, in maggior parte, tutti i pellegrini che venivano a Napoli; non era altro che un ospedale piccolo e stretto. In un tempo di epidemia i malati morti, quando non si faceva in tempo per mandarli al cimitero, li mettevano per terra uno sull’altro, perché erano molti. Quando arrivava un ferito o un ammalato grave per avvertire i medici suonavano a distesa una campana.

Ora è tutto cambiato, tutto è viceversa.

Vogliamo ricordare un fatto molto importante e molto commovente successo in quest’ospedale al tempo di Edmondo de Amicis e da lui stesso narrato nel suo libro “Cuore”: L’infermiere di tata.

Ed eccolo:

Un ragazzo della campagna di Napoli si chiamava Ciccillo. Egli aveva un padre emigrato in Francia, come ce ne sono tanti anche oggi nella Svizzera, nel Belgio, in Germania e altrove.

Quel padre un bel giorno fece sapere alla famiglia che era ritornato in Italia e che giunto al porto di Napoli era stato colpito da una forte febbre, per cui l’avevano ricoverato all’Ospedale dei Pellegrini per farlo ristabilire in salute: chiese che qualcuno della famiglia fosse andato a trovarlo. Ma la moglie, povera donna non poteva muoversi da casa, perché aveva i figli piccoli. Solo Ciccillo era grandicello: aveva dieci o undici anni.

«Ci vado io!» disse – e la mamma lo mandò con un biglietto in tasca e un fagotto sotto il braccio. Dalla campagna, a piedi, dopo aver camminato per una decina di chilometri, domandando ora a questo ed ora a quello, finalmente giunse alla Pignasecca.

Subito corse all’ospedale e si fece dare il numero della camera dove era ricoverato suo padre.

Quando vi giunse vide in un letto un uomo anziano dal volto gonfio ed infiammato, che lo guardava e lo guardava senza muoversi, senza rivolgergli nemmeno una parola.

Ciccillo gli saltò addosso gridando: «Tata! Tata mio!»

Ma il malato non diceva nulla: aveva gli occhi umidi di lagrime come se avesse voluto piangere e non piangeva.

Ciccillo per quel malato faceva ogni cosa.

Gli mostrò il biglietto della mamma, ma il malato non capì.

Il ragazzo venuto dalla campagna dormiva accanto a lui su due sedie col fagotto che gli faceva da cuscino e ad ogni gemito subito si svegliava.

Ogni giorno il vecchio si aggravava sempre di più; ogni volta che veniva il medico Ciccillo gli domandava: «Come sta?»

Un giorno Ciccillo udì delle voci nel corridoio: per curiosità volle andare a vedere e vide un uomo sui trentacinque anni che salutava le suore.

Tutto a un tratto quell’uomo gridò: «Ciccillo!» Ciccillo riconobbe il suo vero tata e capì che c’era stato uno sbaglio e che il malato per cui s’era sacrificato, dormendo sulle sedie, e a cui aveva dedicate tante cure, era un altro; perciò restò perplesso.

Quando il vero tata voleva portar via Ciccillo con sé, questi si rifiutò dicendo che l’avrebbe seguito dopo (tanto s’era affezionato a quell’altro). E così fece: stette altri pochi giorni nell’ospedale dei Pellegrini, perché il vecchio morì.

Quando Ciccillo stava per andarsene una suora gli diede un mazzolino di fiori in ricordo dell’ospedale dei Pellegrini. Ma, egli, Ciccillo di dieci o undici anni, campagnolo della campagna di Napoli, prese quel mazzolino di fiori e lo posò sul letto di chi per alcuni giorni era stato il suo tata.

                                                – Comella Silvio; Longo Gennaro –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO II

Lapidi ed edicole. Usanze, costumi ed altre abitudini della popolazione.

All’imbocco di via Pignasecca e precisamente al lato destro dell’Hotel Universo, v’è una lapide che ricorda tutti i Caduti della Sezione Montecalvario, compresi quelli della Pignasecca, nella Prima Guerra Mondiale 1915-18.

Essa dice:

La sezione Montecalvario

ai suoi figli caduti

nella grande guerra.

Furono tra i combattenti eroici

i trecento caduti scolta gloriosa

che arse di purissima fiamma

Per la grandezza d’Italia .

Mentre pensiamo con spavento alle guerre, ci viene in mente la canzone del Piave e cantarelliamo:

Il Piave mormorava….

Frattanto sollevando lo sguardo, vediamo un’altra lapide più piccola, al di sotto del davanzale di una finestra. Essa dice:

Qui nacque e morì

Giambattista Della Porta

gloria napoletana.

Il Comune pose

MDCCLXXXIV

Ci ricordiamo che questo è un numero romano, che corrisponde all’arabo 1784. Pensiamo alla storia che stiamo studiando e notiamo che si tratta di cinque anni prima che scoppiasse la Rivoluzione francese.

Nel sussidiario non c’è Giambattista Della Porta e nemmeno nel libro di letteratura. Il maestro non ce n’ha mai parlato. In tutti i modi domanderemo a lui e se non lo sa lui, ci dovrà dire come dobbiamo fare per sapere chi era questo Giambattista Della Porta.

Ma intanto andiamo avanti con queste lapidi, perché poi teniamo da vedere le edicole, cioè tutte le cappelline dei santi di questa benedetta Pignasecca .

Eccoci giunti in Vico Paradiso alla Pignasecca.

Altro che paradiso qui! Se ci resta tempo questo vico lo descriviamo in seguito.

Adesso dobbiamo copiare una lapide che porta la data.

Eccola:

Settembre 1945. Nel dì 28 Settembre 1943

mentre si sprigionavano nelle vie di Napoli

la scintilla della riscossa

Pasquale Piccirillo

con fiero spirito patriottico

e sprezzante del pericolo si scagliò

fulmineo contro la belva nazista.

Colpito mortalmente

chiudeva fulgido di gloria

la sua giovane vita.

Nell’immortale libro della gloria

gli amici posero questa lapide.

Essa sta a ricordare sulla parete esterna del muro dell’Ospedale Militare una delle più grandi atrocità della Seconda Guerra Mondiale.

Ogni anno nella ricorrenza delle Quattro Giornate di Napoli, gli abitanti della Pignasecca, non mancano mai di venire qui a commemorare Pasquale Piccirillo.

                                         – Sommaripa Francesco e Giuseppe

Finalmente siamo riusciti a sapere chi era Giambattista Della Porta.

Abbiamo saputo che nacque a Napoli e morì a Napoli:

nacque nel 1535 e morì nel 1615; visse parecchi anni, perché morì quando ne aveva ottanta.

Fu filosofo, naturalista e letterato: sapeva una cosa di tutto.

Scrisse venti libri di magia naturale, un libro intitolato “La fisica conoscenza umana”, un altro “La refrazione ottica” e un altro ancora “L’arte di ricordare”.

Siamo riusciti a sapere che questa gloria napoletana, come dice la breve lapide avanti ricordata, fu amico di Galileo Galilei; quindi Giambattista Della Porta, non solo è gloria napoletana, ma di tutta Italia, perché fa fare bella figura al Rinascimento italiano.

Ci dimentichiamo sempre qualcosa: Giambattista Della Porta scrisse anche sedici commedie. Ma vedete un po’: il nostro sussidiario non lo nomina neanche.

Perché? Mah!                                                                    

                                               – Boccia Luigi; Galatola Antonio –

Ci siamo ricordati ancora che quasi di fronte alle lapidi dei caduti in guerra e di Giambattista Della Porta ce n’è anche un’altra dedicata a Felice Cavallotti. Chi vuole andare a leggerla ci vada, però stia attento a non fermarsi in mezzo alla strada, perché passano molti automezzi; si fermi sul marciapiedi, accostato al muro, per lasciare il passo libero ai pedoni che vanno e vengono continuamente, altrimenti correrà il rischio di stramazzare sul lastricato con pericolo di vita.

Ma prima di queste ricerche nessuno ci ha mai parlato di Cavallotti.

«Il nostro maestro ci ha parlato spesso di cavalline, come quella storna di Giovanni Pascoli, ma di cavallotti no».

«Umberto non fare lo scemo! Scriviamo, perché io so chi era Felice Cavallotti e perché c’è quella lapide dedicata a lui, all’imbocco di via Pignasecca».

«Ma tu sei un’arca di scienza, caro Peppino, perché hai molti libri e anche l’enciclopedia: anche il nostro Tonino qui presente oltre ai libri ha anche il padre che l’aiuta; io invece…Beh! Non perdiamo tempo…»

«Avanti! Dettate!»

Quindi Cavallotti Felice nacque a Milano nel 1842 e morì a Roma nel 1898.

Da giovanotto scriveva poesie patriottiche ed articoli sui giornali. Era amico di Garibaldi. Partecipò alla seconda spedizione in Sicilia, combattete a Milazzo e altrove; fu deputato della Repubblica Partenopea: Napoli non può ricordarlo, perché egli combattette con i Borbonici al Volturno presso Capua ed entrò con i soldati garibaldini nella metropoli.

Felice Cavallotti scrisse anche opere teatrali: I pezzenti, Agnese, Alcibiade, Guido e Il cantico dei cantici; era inoltre un abilissimo duellante, per cui sostenne molti duelli, uscendone quasi sempre vittorioso, ma nell’ultimo ci rimase la pelle, e perciò morì.

                                     – Tassari Umberto; Turiello Giuseppe –

Abbiamo fatte delle ricerche anche su Basilio Puoti, perché una traversa di via Pignasecca è intitolata a lui.

Basilio Puoti apparteneva ad una famiglia di marchesi napoletani; egli nacque a Napoli nel 1782 e a Napoli morì nel 1847. Fu un grande letterato. Scrisse parecchi libri di studi grammaticali: voleva che la lingua italiana fosse libera da tutti i vocaboli stranieri, cioè pura, perciò nei tempi in cui l’Italia era serva degli Austriaci, dei Francesi e di altri popoli, egli fu a capo della scuola del Purismo.

Una di queste scuole fu fondata da lui stesso proprio a Napoli e proprio lui ne ebbe la direzione, dal 1825 al 1847, cioè fino alla sua morte. In questa scuola studiarono ed appresero molto anche: Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis. Questi, compreso Basilio Puoti, furono grandi letterati ed ardenti patrioti italiani, gloria e vanto di Napoli.

«Ohie! Peppino, le ricerche su Carlo Carafa non le abbiamo fatte?»

«Ma si, ma si! Tu dormivi caro Franco, quando io scartabellavo l’enciclopedia, la storia ed altri libri: ho trovato Carafa, ma Carlo no».

«Allora come hanno fatto a dare il nome alla piazzetta e anche al piccolo vico che parte da questa e sbuca in via Basilio Puoti?»

«Ma scrivi e non mi scocciare, perché qua non la finiremo con queste benedette ricerche! Avanti a non sbagliare».

I Carafa sono un ramo dell’antica e nobile famiglia dei Caracciolo. Si divisero a loro volta in moltissimi altri rami, contavano tra i loro membri un papa, dodici cardinali, due patriarchi, ventisei vescovi, un gran maestro dell'ordine dei cavalieri di Malta e un patriota che appartenne alle società segrete: questi era ufficiale della Repubblica Partenopea, perciò quando questa cadde fu mandato dai Borboni al patibolo, come tanti e tanti uomini illustri della famiglia Carafa, tra cui certamente risulta anche Carlo, altrimenti i posteri napoletani non gli avrebbero dedicato questa piazzetta e il vicolo della Pignasecca.

Proprio in questo momento ci siamo ricordati che nella chiesa di San Nicola alla carità v’è l’associazione del venerabile Carlo Carafa e il suo mezzo busto di pietra.

Su Pasquale Scura a cui è dedicata la via che attraversa quella della Pignasecca, non abbiamo fatta nessuna ricerca, perché c’è stato detto che se ne interessano gli alunni delle altre sezioni, perciò senz’altro passiamo a Fabrizio Pignatelli, a cui è dedicata la via che parte dalla piazzetta Pignasecca e va a sbucare verso Montesanto.

Fabrizio Pignatelli appartiene all’illustre famiglia napoletana che ebbe a Napoli e altrove grande importanza, fin dall’epoca angioina. Anche essa, come quella dei Carafa, si divise in vari rami. Molti dei Pignatelli si distinsero come principi reali e come prelati della Chiesa. V’è uno fra essi che fu eletto papa col nome di Innocenzo XIII. Nel 1799 vi furono quattro fratelli Pignatelli che presero parte al moto della Repubblica Partenopea: siamo ai tempi di Napoleone Bonaparte e col caloroso ed entusiasta popolo napoletano non si scherza; durò poco la Repubblica Partenopea è vero (appena 6 mesi), ma fu di grande esempio a tutta l’Italia perché diede la prima e gloriosa schiera di martiri al nostro Risorgimento. Una schiera composta non solo di gente del popolo, ma anche da uomini e donne illustri come il professore universitario Mario Pagano, l’ammiraglio Caracciolo. Ettore Carafa, Eleonora de Fonseca Pimentel, Luisa Sanfelice, due Pignatelli e da altri ancora.

                                              – Sommaripa Francesco e Giuseppe –

Contrariamente a quanto è stato detto avanti in questo capitolo eccola qui la lapide di Felice Cavallotti. Il maestro ci ha detto che era interessante e perciò siamo andati a copiarla.

Eccola:

A Felice Cavallotti

Condottiero del manipolo Tosco-lombardo

qui albergato

fraternamente pietoso

nel mortifero anno MDCCCXXXIV

Napoli dice

chi costeggiando il colle di Antelo

vide Leonida

intese

che da Milazzo a Napoli a Palermo

tutta la vita

gli era una marcia

unico letto

il sepolcro

unico premio

la posterità benedicente.

Il Municipio

MDCCCXIX

Ma ora basta con e lapidi e diamoci da fare con le cappelline, incominciando dal vico Paradiso alla Pignasecca. Qui ce n’è una dedicata a Gesù Salvatore, un’altra alla Madonna Lourdes e di fronte un’altra ancora alla Madonna del Carmine. Davanti ad ognuna di esse ci facciamo il segno della croce e moviamo le labbra in segno di devozione e di preghiera, così in fretta e furia dicendo: «fateci essere promossi…fateci essere promossi!»

Mentre scendiamo giù nel vico Banafficiata vecchia, in un lato della gradinata, sul muro di una casa c’è una cappellina dedicata a S. Rita da Cascia. Vediamo che davanti a questa santa si fermano molte donne, specialmente quelle giovani e ragazze.

Nello stesso vico troviamo anche l’edicola di S. Antonio e quella di S. Anna. Tutte le mamme si raccomandano molto a S. Anna e tutti i padri invocano spesso S. Antonio.

Nella piazza della Pignasecca, vicino alla farmacia, c’è la cappellina della Madonna dell’Addolorata, fondata il 1° marzo 1943 e ricostruita nel settembre 1945.

Al vicolo S. Nicola alla carità c’è un’edicola dedicata anche all’Addolorata con la data del 1856.

Di fronte alla salumeria Di Luca c’è la cappella a devozione di Vitozzi Salvatore MCMLVIII.

Di fronte all’Ospedale dei Pellegrini si vede un’altra edicola pure dedicata alla Madonna Addolorata e fondata nel 1856 e restaurata nel 1955; al disotto c’è la Madonna dell’Arco fondata nel 1856.

Nel vicolo Portamedina c’è la cappella dedicata ai Santi genitori della Madonna.

Sulle scale di via Paradiso vediamo il volto santo di Gesù con lo scritto: – Dacci lo sguardo misericordioso, a noi e a tutto il mondo –

D’Anna Giuseppe –– 6/8/1966.

Queste sono le edicole della Pignasecca: speriamo di non averne tralasciate nessuna.

Tutti i fedeli del vicinato e anche quelli di altrove, quando passano davanti ad esse, salutano il loro santi, segnandosi la fronte, il petto, le spalle e le labbra. Qualcuno biascica anche delle preghiere.

Queste cappelline sono ben tenute. I ragazzi, le ragazze e anche le donne e gli uomini ogni tanto vanno facendo la questua di soldi per comprare fiori, lampadine e candeline e per fare la festa. Allora corriamo anche noi a vedere: nessuno le guasta, nessuno si permette di rompere i vetri delle nicchie o di rubare qualcosa, tutt’al più qualche disgraziato si permette di portar via la cassettina delle offerte, ma questo succede raramente; se il ladro si trova viene subito arrestato e condotto a Poggioreale; ma parecchi proprietari di edicole per non far commettere questi sacrilegi e per non mandare nessuno in galera, sono diventati abbastanza furbi e bravi: hanno fatto costruire delle buche a muro, senza cassette come quelle davanti alla posta centrale, così i soldi vanno a finire nelle loro case.                                                                                                                                            – Turiello Giuseppe; Esposito Salvatore –

Passiamo ora alle usanze, ai costumi e alle abitudini degli abitanti della Pignasecca. Questa gente vive miseramente: lavora da mattino a sera. E’ di ogni età: incomincia dai bambini e finisce ai vecchi; alcuni ragazzi servono nei bar e portano via d qua e di là, negli uffici e nelle case, sulle guantiere, caffè ed altro; altri nei negozi sono comandati dai padroni di portare ai loro clienti generi alimentari, vestiti, scarpe ed altra roba. Così quando si ritirano a casa possono portare in famiglia qualche lira, per tirare avanti, come si suol dire, la baracca.

Molta gente della Pignasecca vive in miseri bassi: alcuni sono molto rozzi e sembra che stiano per sprofondarsi, ma sono puliti, perché le donne lavano sempre e puliscono sempre con i detersivi: usano molto spesso i disinfettanti, polveri e liquido insetticida. Anche il Comune s’interessa di disinfettare ogni angolo di via e ogni strada. Se non si facesse così, specialmente quando fa caldo, tutta la Pignasecca si appesterebbe e l’Ospedale dei Pellegrini sarebbe incapace di contenere tutti gli impestati.

Sono pochi quelli che si servono delle lavanderie.

Come è stato detto, le donne lavano in casa tutto: biancheria ed indumenti. Esse si disperano quando le giornate sono umide e piovose, perché non possono stendere fuori i loro panni per farli asciugare.

Quando invece è buon tempo, anche se il sole non entra dappertutto, sono allegre e cantano: svelte svelte si danno da fare per imbandierare le strade di lenzuola, di vestaglie, di camicie, di pigiami, di maglie, di mutande, di coperte, di asciugamani, di giacche, di calzoni, di tovaglie e tovaglioli, di corpetti, di camicine, di grembiuli e grembiulini, di panni e pannolini diversi.

Alle volte vedi anche pendere delle scarpettine di stoffa, per bambini di pochi mesi, che non sanno ancora camminare.  

                                                                           – Galatola Antonio –                                                                                                                                             

Le famiglie della Pignasecca, specialmente quelle povere, sono quasi tutte numerose. In una o due stanze ci dormono parecchi; spesso piccoli e grandi, maschi e femmine dormono tutti in uno stesso letto. Ma ciò non ci rattrista tanto, perché pensiamo che anche quei due fratelli della poesia di Giovanni Pascoli, che si bisticciarono durante il giorno, di sera, dormendo nello stesso letto si abbracciarono e fecero pace. Anche noi facciamo così ci abbracciamo e ci vogliamo sempre bene, pure con i nostri compagni di scuola, perché bisogna amare il prossimo e stare in pace con tutti. Ciò che ci rattrista molto, a dir la verità, e ci fa schifo e vergogna, è la sporcizia delle strade.

Spesso corri il rischio di inciampare in cumuli di spazzature e rifiuti di ogni genere ad ogni angolo di strada e ad ogni margine di marciapiede. Se ti trovi a passare per la Pignasecca, quando il mercato è sfollato, di sera specialmente e alle volte anche di giorno, tu vedi improvvisamente qua e là dei topacci che ti fanno spavento e ti fanno involontariamente gridare: «Madonna che “zoccola”! Madonna che “zoccolona”!» – e cerchi di deviare affrettando il passo; fai la pelle d’oca: ti si rivolta lo stomaco.

La maggior parte della gente della Pignasecca non indossa vestiti di lusso: alle volte sono stracci: indumenti usati dai signori, sdruciti, consumati, macchiati, voltati e rivoltati, cuciti e ricuciti, venduti al “saponaro”, rivenduti e comprati in mezzo alla strada per terra e sulle carrettelle.

Solo la domenica vediamo questa gente con un abito poco diverso dagli stracci.

Alla domenica mangiamo qualche cosettina in più, rispetto agli altri giorni. La gente anziana, in famiglie, incomincia a mangiare verso le 14 e finisce alla sera.

Questo succede non perché si mangia molto, ma perché si mangia un po’ alla volta, cercando di stare uniti quel giorno in cui non si lavora e tutti si riposano.

Sempre nei giorni di festa i giovani, invece, col poco che guadagnano si vestono un po’ meglio, ma sono sempre vestiti modesti che hanno comprato a buon mercato. Così vanno a ballare oppure vanno nel bar ad ascoltare il juche box, oppure vanno con le loro fidanzate in qualche posto dove nessuno li vede.

I ragazzi vanno a vedere qualche film nel cinema Astoria, che è il più vicino alla Pignasecca: alcuni non avendo soldi, li vanno a chiedere ai signori che passano, come fanno i pezzenti. Ma ciò non sta bene, perché chi non ha soldi non ci deve andare al cinema: può andare nella chiesa di S. Nicola alla Carità o in quella di S. Liborio o altrove, ma chiedere l’elemosina non è cosa bella, si fa sempre una triste figura, però non ci pare una cosa giusta. Tutti i ragazzi dovrebbero avere almeno nei giorni di festa un paio di centinaia di lire per andare al cinema.

Ma nella Pignasecca come in altre parti del quartiere di Montecalvario c’è anche chi può permettersi di sperperare denaro. Questa gente nei giorni di festa specialmente, quando il tempo è bello, se ne va nei posti più incantevoli dei dintorni di Napoli, dove si mangia, si beve, si suona e si canta in allegria e spensierata compagnia. Poi di sera ad ora tarda tornano a casa in automobile sazi di mangiare e stanchi di divertimenti: si abbandonano sui letti, si svestono e si ficcano sotto le lenzuola per dormire fino a mezzogiorno del giorno seguente.

Nei mesi di agosto e settembre poi anche gli abitanti della Pignasecca, sempre quelli che hanno denaro a disposizione, organizzano gite e pellegrinaggi con pulman, con macchine da noleggio e con macchine private, quasi tutte infiorate con fiori freschi ed artificiali. Vi sono donne tutte agghindate, uomini, ragazzi e ragazze, bambine e bambini con berretti o cappelli di paglia o di stoffa leggera di vari colori; cantano, ridono, sorridono e chiacchierano tutti allegri e festosi. Per dove passano, dai finestrini o dalle macchine scoperchiate salutano la gente che incontrano, agitando fazzoletti e chiamando ora questi ed ora quelli, pur non conoscendoli. Molti portano con sé roba da mangiare e da bere, giradischi, radiette, macchine fotografiche, binocoli e macchine da presa cinematografiche. Portano anche trombe con pennacchi di carta, fischetti, fisarmoniche, violini, mandolini e chitarre. Così quando giungono alla meta stabilita mangiano, bevono, e si divertono. Chi non ha portato niente ed ha molti soldi compra ogni cosa nelle soste durante il viaggio o al posto di arrivo.

«Sandro, sai dirmi quale sono le mete di tutti questi pulman e di tutte queste macchine piene di tanta gente della Pignasecca?»

«A nord, a sud, ad est e ad ovest d’Italia mio caro Boccia».

«Ma perché non mi chiami Luigi?»

«Ma sai … c’è anche Turiello che si chiama Luigi».

«Non dire sciocchezze! Turiello si chiama Giuseppe. Solo io mi chiamo Luigi in questa classe: o tutti a nome o tutti a cognome».

«Va bene! Non fare sempre “o pellicciuso”. Detta e fammi scrivere, altrimenti interverrà il professore e succederà il finimondo: quello è più pazzo di noi, o meglio siamo noi che lo facciamo impazzire e lui fa impazzire noi con queste ricerche ed inchieste sulla Pignasecca che non finiscono mai».

La gente della Pignasecca nei mesi di agosto e di settembre si reca chi ad una parte e chi ad un’altra. Però vanno sempre nei posti dove si può godere un po’ di frescura e respirare aria sana piena di ossigeno, perché qui nella Pignasecca, specialmente, allora, non si può stare né di giorno né di notte: si crepa di caldo; figuratevi, molti palloni appena gonfiati e legati scoppiano li soli, perciò chi può va al mare o in montagna. Si va specialmente sui monti Appennini, perché le Alpi sono molto lontane da Napoli e non si fa in tempo per tornare nella stessa giornata.  

Molti della Pignasecca usano andare a Montevergine, che dista da Napoli una sessantina di chilometri. Là c’è il Santuario della Madonna che porta lo stesso nome. Giù nella valle c’è la città di Avellino: si chiama così perché vi sono molti avellani, alberi che portano le nocciuole.

Altri vanno a Caserta, dove c’è la cascata nel parco del Palazzo Reale.

Altri vanno a Salerno, lungo la costiera amalfitana ed altri a San Giovanni Rotondo in provincia di Foggia, da Padre Pio: dicono che questo monaco francescano è un santo vivo in carne ed ossa, mangia, parla e cammina come noi, però è un santo, perché ha le mani, il petto e i piedi traforati, cioè ha le stimmate come San Francesco d’Assisi, dicono anche che fa miracoli.

Alcuni vanno al lago Laceno in Bagnoli Irpino, altri a Materdomini, dov’è il Santuario di San Gerardo di Maiella, altri a Monticchio, dove ci sono le sorgenti di acqua minerale e altri ancora a Montecassino, dove c’è il Monastero fondato da San Benedetto di Norcia. Ci sono di quelli che vanno anche a Pestum a vedere i ruderi di un antichissimo tempio greco e le famose grotte.

Insomma anche gli abitanti della Pignasecca amano il turismo e lo sport: chi può va e viene.

Sono attaccati molto alle partite di pallone: chi fa il tifo per una squadra e chi per un’altra, ma i più vantano sempre il Napoli: quando tengono tempo da perdere ne discutono animosamente, fuori all’aperto spesso si accaniscono tanto da litigare, offendendosi a parole e anche con i piedi e le mani; alle volte risponde qualche signora dalla finestra o dal balcone, mentre tira su svelta, svelta, il suo paniere con della roba che vi ha messo dentro il pescivendolo o altro venditore sottostante.

                                              – Boccia Luigi; Labbre Alessandro –

 

Anche nella Pignasecca si festeggia la Madonna dell’Arco che sta più di una decina di chilometri lontano da Napoli, e quella di Sant’Antonio da Padova e di tanti altri santi; ma la festa più importante è quella dell’Ecce Homo. Allora di sera s’illuminano le strade, la piazzetta e la piazza con archi e festoni di lampadine di ogni forma e colore, è veramente una cosa grandiosa e splendida: il grande arco trionfale, all’imbocco della Pignasecca, da piazza Carità, è una vera meraviglia di spettacolare splendore.

Alle volte rappresentano fontane zampillanti, cascate, menestrelli che suonano la chitarra e tante altre scene fantasiose ed incantevoli. Per quando passa la processione le donne dirimpettaie delle finestre e dei balconi in alto fanno pendere dalle corde tese bandiere tricolori ed arazzi dalle inferriate di tutti i balconi e dai davanzali di tutte le finestre coperte e lenzuola di seta o di filo, tutte ricamate e di svariate tinte: donne del popolo e “signore per bene” tutte vogliono fare bella figura quando passa il santissimo Ecce Homo.

Di sera, verso tardi, in Piazzetta Carafa, su di un palcoscenico abbastanza alto e bene addobbato, cantano famosi cantanti napoletani, compreso il Gallo, tra clamorosi e infiniti applausi.

In quel giorno le gelaterie, i bar i carnecottai, i cozzecari e tutti i venditori ambulanti fanno molti affari, perché allora anche la povera gente ha qualche lira da spendere.

La festa dell’Ecce Homo ricorre il 29 giugno.

Nella Pignasecca v’è l’Associazione di San Gennaro ch’è il Santo Patrono di Napoli. Quando ricorre la sua festa tutti gli associati hanno l’opportunità di avere un chilo di pane.

Poi nel mese di luglio si celebra la festa di San Liborio, che ha la sua cappella in vico Vacca a San Liborio.

Durante le feste, passeggiando per via Pignasecca, si vedono molti negozi forniti di tutto il bene di Dio e tutti addobbati: di sera le loro vetrine sono tutte illuminate; vi sono molte bancarelle, presso le quali chi si ferma per comprare e curiosare .

I venditori chiamano a gran voce i passanti, vantando la loro merce: «Comprate! … Comprate! … Che bellezza! … Che freschezza! … Che sapore! ... Che magnificenza! … Ohiè! … Guardate! Assaggiate! “Verite! Verite ‘a rrobba bona!”»

Ma alle volte, l’improvviso e prolungato fischio delle sirene di un’autoambulanza interrompe per un attimo il frastuono della festa, perché dei feriti o delle persone ammalate gravemente devono essere ricoverate d’urgenza nell’Ospedale dei Pellegrini.

Allora quasi tutti diventano seri e taciturni.

Ma c’è qualcuno che dice: «Chi sa che è successo!?» … E una donna esclama: «Mamma mia … che è successo!?» … E un’altra aggiunge, gridando: «Povera gente! … Povera gente! …»

E così il fischio della sirena non s’ode più.

L’autoambulanza è giunta a destinazione e tutta la Pignasecca si ripiglia nel frastuono della sua festa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 CAPITOLO III

Leggenda e storia della Pignasecca.

 

Abbiamo letta e riletta in un libro della biblioteca scolastica una storia intitolata “La gazza ladra della Pignasecca”.

Si tratta di quanto segue.

Tanti e tanti anni fa via Pignasecca, Piazzetta Carafa, Piazza Pignasecca, tutte le altre vie e vicoli adiacenti con tante case ed abitazioni, così agglomerate come oggi, non esistevano: esistevano i giardini e gli orti dei duchi Pignatelli di Monteleone. Quei giardini e quegli orti partivano dal loro palazzo, nei pressi della piazza dello Spirito Santo, attraversavano via Toledo, giungevano fino a via Portamedina e si estendevano intorno intorno in una vastissima zona.

Come abbiamo detto nel capitolo precedente, in Piazza Pignasecca vi sbocca una via dedicata a Fabrizio Pignatelli. Questi aveva beni e ricchezze a non finire, perciò poteva permettersi il lusso di tenere quanta servitù voleva; fra i tanti suoi servi ve n’era uno, che si chiamava Monzù Gaetano. Questi era un cuoco insuperabile, perciò il padrone gli affidò il comando di tutte le sue cucine.

Tutti si rivolgevano a lui in fatto di mangiare, perché sapeva preparare delle pietanze squisitissime, dolci, liquori e bevande d’ogni specie e qualità.

Fu proprio lui ad inventare quella speciale torta che anche oggi a Napoli sanno quasi tutti preparare benissimo, la “pastiera”. Questa Monzù Gaetano la chiamò “Biancomangiare”. Poi con lo stesso nome chiamarono i giardini che circondavano il palazzo dei duchi Pignatelli: “orti del Biancomangiare”.

Un po’ lontano da piazza Spirito Santo e precisamente nei pressi del convento di S. Gregorio Armeno, abitava un altro ricco signore: il cavaliere Trespoli, vedovo con una sola figlia, chiamata Lucrezia. Costei era bellissima, però molto vanitosa: aveva splendidi vestiti e gioielli in quantità; dalla mattina alla sera stava sempre davanti allo specchio ad ammirarsi. La chiamavano madamigella Lucrezia.

Il cavaliere Trespoli, siccome era unica figlia, le voleva molto bene e l’accontentava in tutto. Però qualche volta, quando le cose andavano male, diventava severo con lei.

Madamigella Lucrezia aveva una bella cameriera esclusivamente per sé: si chiamava Rosina. Questa aveva un fratello che stava nella cucina dei Duchi Pignatelli ad aiutare Monzù Gaetano: lavava i piatti, attizzava il fuoco, puliva di qua e di là, insomma faceva lo sguattarello, come fanno ogni giorni molti ragazzi della Pignasecca. Monzù Gaetano gli voleva molto bene perché era svelto e sincero: difficilmente diceva bugie. Però quando compiva qualche cattivo servizio il suo capo gli faceva una tiratina di orecchi. Questo ragazzo per la sua sveltezza e vivacità fu chiamato “Acino ’e fuoco”: il suo vero nome non lo sappiamo nemmeno noi perché nel detto libro della biblioteca scolastica non c’è; per quante ricerche ed inchieste avessimo fatte non siamo riusciti fino ad oggi a saperlo. Comunque ciò non ha grande importanza e continuiamo la nostra storia.

Un bel giorno sapete cosa successe in casa del cavalier Trespoli?

«No!»

Ebbene successe una cosa incredibile.

Una mattina di maggio madamigella Lucrezia si svegliò più presto del solito. Faceva abbastanza caldo, perciò ella durante la notte aveva lasciata la finestra semiaperta. S’udivano i canti di tutti gli uccelli, il profumo di tutti i fiori dei giardini e degli orti del “Biancomaggiore” salivano fino a lei su al terzo piano; madamigella Lucrezia si sentiva allegra ed inebriata di gioia, ma all’improvviso l’allegria e la gioia si mutarono in disperazione e in pianto: non trovò più sul comodino il suo anello di brillanti che gli aveva regalato il padre. Allora chiamò Rosina. Anche questa restò allibita e mortificata. Chi mai avrebbe potuto fare scomparire l’anello?

I ladri? Impossibile. Come mai potevano salire i ladri?

Mentre tutte e due erano tristi e preoccupate, ecco giungere la madrina di Lucrezia.

«Perché piangi, figlioli cara? – le disse abbracciandola».

«Ah, comare contessa! – le rispose piangendo – hanno rubato il mio anello di brillanti. Come farò a dirlo al babbo? Egli non ci crederà, anzi immaginerà che ci sia stato qualche imbroglio tra me e Rosina».

«Ah, povera, povera me!»

«Non sciuparti così, figliola bella per una cosa da nulla. C’è sempre tempo per piangere fino a quando sarai diventata vecchia come me. Ora che sei giovane devi ridere sempre e godere» – le rispose mellifluente la comare contessa e, togliendosi il guanto le mostro il suo anello. – «era come questo?» – aggiunse.

«Si – rispose Lucrezia – ma con i brillanti un po’ più piccoli e meno licenti».

«Allora prendi questo e vedrai che tuo padre non si accorgerà di nulla».

Ma chi l’avrebbe mai detto?

Il giorno seguente scomparve anche quell’altro anello.

Allora non restava altro da fare che scoprire il ladro e Rosina ci si mise con tutto il suo impegno.

Però sul solito comodino vi mise un anello di poco valore, lasciò la finestra semiaperta e poi si nascose dietro un armadio. Vegliò quasi tutta la notte: un raggio di luna brillava scialbo sul pavimento di ceramica fiorita, lasciando tutti gli oggetti nella penombra. Solo il falso anello si distingueva nel suo debole luccichio, quand’ecco entrare un uccellaccio nero che vola di filato verso il comodino, prende tra il becco l’anello fa ditro front e poi in un attimo come un lampo sottile scompare al di fuori. Rosina a quella vista stette per svenire, ma subito si ripigliò e gridò con quanta forza aveva in gola: «Aiuto, aiuto l’uccello nero! Il ladro! Il ladro! Afferratelo, acchiappatelo!»

Madamigella Lucrezia si svegliò all’improvviso e così com’era in vestaglia da notte si gettò dal letto e cominciò a gridare anche lei: «L’uccello nero! L’uccello! Afferratelo, acchiappatelo! Mi ha rubato gli anelli. Correte gente, correte!»

Ed infatti corsero tutti i servi e le serve, nonché tutti i cortigiani e le cortigiane del palazzo, compreso il cavalier Trespoli. Costui, essendo alquanto vecchio, arrivò ultimo, tutto affannato, sotto il braccio del suo fidato cameriere. Quando scorse madamigella Lucrezia e Rosina in quelle condizioni, incominciò a gridare anche lui: – Ma che cosa mi state cominbinando in casa mia? Perché dormite con la finestra aperta? Ma siete pazze tutte e due? Avete messo in rivoluzione tutto il quartiere. Per ora ritorniamo a letto tutti quanti. Dopo fatto giorno chiariamo ogni cosa; ora chiudete la finestra.

Il cavaliere Trespoli non riuscì a riprender sonno, pensando e ripensando a ciò che era successo in piena notte, proprio nel suo palazzo: si addormentò di nuovo quando l’alba era già scomparsa e l’aurora appariva.

Si svegliò quando il sole era già molto alto sull’orizzonte.

Verso le dieci e mezza si recò nell’appartamento di madamigella Lucrezia: la trovò insieme a Rosina davanti allo specchio.

«La storia dell’uccello nero non mi va, non mi persuade» – disse ripetutamente. Poi fece intendere che sospettava di loro due e se ne andò. Figuriamoci come restarono le due signorinelle!

Rosina nel giorno stesso si recò presso suo fratello a raccontargli il fatto e non fece ritorno al palazzo del cavaliere Trespoli.

Madamigella Lucrezia non uscì più dalla stanza e stava sul punto di ammalarsi, se il padre non le avesse promesso che avrebbe fatto del tutto per fare ritornare Rosina da lei.

Intanto “Acino ’e fuoco”, l’ardito e coraggioso ragazzo della Pignasecca di allora, appena la sorella ebbe finito di parlare, esclamò battendo forte il pugno sopra il tavolo della cucina: «Quella maledetta gazza ladra è giunta anche nel vostro quartiere! Me la pagherà, me la pagherà! Per causa sua un giorno Monzù Gaetano mi stava staccando le orecchie a forza di tirarmele ripetutamente: mi fanno ancora male». Quella disgraziata gazza ladra portò via un po’ alla volta un intero servizio di cucchiaini di argento e Monzù pensò che fossi stato io il ladruncolo: se mi capita a tiro debbo strozzarla, debbo pelarla ben bene e tagliarle il becco e gli artigli. Poi le caverò gli occhi e le interiora. Infine la cucinerò a modo mio.

Veramente il fattivo e coraggioso “Acino ’e fuoco”, girando di giorno e di notte per il giardini e gli orti del “Biancomangiare” riuscì finalmente a scoprire il nascondiglio di tutti gli oggetti rubati da quell’uccellaccio mariolo: era un largo e profondo buco che il tempo aveva formato in alto nel tronco di un vecchio e grande pino. Non disse ancora nulla a nessuno, perché voleva acchiappare la gazza e farne ciò che aveva stabilito di fare, ma non vi riuscì, perché questa specie di uccelli sono molto astuti e difficilmente cadono in trappola.

Infatti una sera “Acino ’e fuoco” stette appostato per parecchie ore ben nascosto tra i rami del pino, con una lunga paletta di ferro che aveva preso nelle cucine dei Pignatelli, senza dir niente a Monzù Gaetano. La gazza venne. Anche questa volta la luna piena illuminava con la sua pallida luce tutta la terra silenziosa ed immobile.

Il volatile si posò direttamente sull’orlo del buco, girò la sua mobile testa a destra da sinistra, guardò in avanti in alto e poi giù: i suoi occhi brillavano come puntini d’oro e d’argento, brillava pure una crocettina pendente da una catenina stretta sul suo becco. Non era brutto quell’uccello, aveva le piume di varie tinte: nere, azzurrognole e bianche.

Balenarono in un attimo agli occhi di “Acino ’e fuoco” tutti i colori dell’arcobaleno, involontariamente mandò un sospiro verso il cielo stellato e verso la luna. Allora come un fantasma la gazza scomparve. Il ragazzo non vide più nulla, scese dal pino e corse veloce a rimettere a posto nelle cucine di Pignatelli la paletta. Poi se ne andò a dormire.

“Acino ’e fuoco” narrò la sua scoperta a Monzù Gaetano, ma questi prendendolo amabilmente per un orecchio gli disse: «Vieni con me ragazzo mio a narrare il tutto a Don Fabrizio Pignatelli, nostro signore e padrone».

Don Fabrizio non volle credere a quella storia ed immediatamente si fece portare tricorno e spadino, montò in carrozza e si fece condurre dalle Autorità di Polizia a cui denunziò il fatto: nessuno volle ammetterlo così com’era, tanto è vero che il Capitano delle guardie esclamò: «Non è mai possibile, signor Don Fabrizio Pignatelli, che il ladro di quanto voi dite sia una gazza! Come possiamo noi arrestare una gazza? Un bipede alato? … Il bipede dev’essere un bipede uomo! E … il bipede uomo è … “Acino ’e fuoco”».

Così lo sguatterello fu arrestato e portato nel carcere della Vicaria.

Figuratevi come rimase la bella ed amabile sorella di Rosina e come rimase anche Monzù Gaetano il quale nutriva grande simpatia per lei.

“Acino ’e fuoco”sarebbe stato certamente impiccato nella piazza del Grande Mercato al Carmine, dove furono impiccati Corradino di Svevia e tanti e tanti altri ancora, se no fosse accaduto quel che poi accadde.

«Povero “Acino ’e fuoco”» – diceva la gente.

Ma “Acino ‘e fuoco” non si rattristava affatto, perché era sicuro della sua innocenza, che un giorno o l’altro doveva pur trionfare una buona volta sull’ingiustizia umana.

Infatti Rosina si recò dall’arcivescovo di Napoli ad implorare aiuto per suo fratello innocente.

L’arcivescovo, dopo averla amabilmente e affabilmente ascoltata, subito diede ordine di attaccare sul tronco del famoso pino una scomunica al ladro degli oggetti in questione non appena la tabella fu attaccata, immediatamente il pino cominciò ad ingiallirsi nella chioma sempre verde. Poi seccò completamente.

Un bel giorno furono trovate a terra, secche, tutte le sue pigne e tra esse anche la gazza ladra, supina, con le ali aperte e distese, le pupille spente, il becco aperto, le zampe all’aria, morta stecchita.

Povera gazza ladra!

La notizia dell’insolito avvenimento si diffuse per tutta Napoli e anche fuori.

Le Autorità cittadine furono costrette a ricorrere alla forza pubblica per evitare che scoppiasse una specie di rivoluzione: molti avevano inscenato già cortei e sfilate verso i giardini e gli orti del “Biancomangiare”, verso i palazzo Trespoli e verso il carcere della Vicaria, con pigne secche ed uccellacci morti installati su lunghe canne e bastoni di legno.

Chi solleva targhe con scritte: – Finiamola con le ingiustizie! Sia liberato “Acino ’e fuoco”! Via da Napoli gli oppressori! – ed altre simili.

Chi agitava fazzoletti, chi gridava, chi cantava e chi fischiava. Insomma se “Acino ’e fuoco” non fosse stato messo in libertà e riconosciuto innocente qual era, la rivoluzione sarebbe scoppiata veramente.

E “Acino ’e fuoco” fu liberato e portato in trionfo per tutta Napoli. Fu proclamato futuro capitano del popolo, ma egli non coprì mai questa carica, perché madamigella Lucrezia, dopo la morte del padre, cavalier Trespoli, lo nominò suo cortigiano, donandogli beni e ricchezze.

In seguito “Acino ’e fuoco” studiò: frequentò le scuole di scherma e diventò anche lui cavaliere. Infine sposò madamigella Lucrezia con la quale visse lunghi anni contento e felice.

Sua sorella, Rosina, che s’era innamorata di Monzù Gaetano, ritornò al palazzo Trespoli.

Monzù Gaetano, nonostante fosse anzianotto, era però sempre un bell’uomo, intelligente e simpatico, e poi, sapeva così bene l’arte culinaria e in fatto di dolci, come abbiamo detto avanti, era insuperabile. Perciò quando egli propose a Rosina di volerla sposare, questa non se lo fece dire due volte e si sposò con lui.

Don Fabrizio donò loro un magnifico appartamento nel suo palazzo e una villa a Monteleone, dove gli sposi conclusero la loro luna di miele, dopo un lungo e felicissimo viaggio di nozze.

Chi vuol sapere dove si trova Monteleone faccia delle ricerche e delle inchieste come abbiamo fatto noi sulla Pignasecca.

A noi ormai non resta altro da dire su quanto abbiamo ricercato. Aggiungiamo solo che il capitano delle guardie che aveva fatto chiudere “Acino ’e fuoco” nel carcere della Vicaria, quando seppe che era stato liberato perché riconosciuto innocente, si arrabbiò tanto da prendere una malattia di fegato. Infatti stette a letto (dice la storia) per ben tre mesi. Non sappiamo se poi guarì o morì: la storia non lo dice, ma certamente se non guarì, morì. La storia, a principio, dice soltanto che in quei tempi del fastoso cinquecento (1500) governava a Napoli il vicerè Enrico Guzman Olivares. Costui fra le tante sue opere fece aprire una breccia nelle mura della città, proprio là dove oggi esiste via Portamedina. L’aveva fatta aprire per l’entrata e l’uscita di coloro che venivano dal Vomero. Altrimenti avrebbero dovuto fare un lungo giro, perché le porte erano lontane: Porta Alba, Porta Capuana, Porta Nolana ed altre se ce ne erano.

Ma quella breccia che era stata aperta era stretta: così poteva appena passare uno alla volta curvandosi. “I chiattoni e le chiattone” non ce la facevano né di fronte, né di dietro, né di fianco.

Spesso in quel “pertuso” (così cominciarono a chiamare quell’apertura i Napoletani) succedevano brutte cose.

Allora tutti incominciarono a protestare.

«“’O Pertuso” d’Olivares fa schifo! – dicevano – Noi vogliamo una porta vera e propria, consistente e decente, con i pilastri, con i frontali, con arcata e portone! Per essa devono poter passare tutti, anche “i chiattoni e le chiattone”, sia a piedi e sia a cavallo, sia sul carretto e sia sul carro, sul traino e anche in carrozza. Questo è un’indecenza! “’O Pertuso” d’Olivares fa schifo!»

Enrico Guzman d’Olivares voleva dire e voleva fare, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come suol dirsi comunemente, perciò non fece proprio niente: il denaro che aveva era impegnato per altre cose. Cosichè i Napoletani pensarono di costruire la porta da sé con il contributo di tutti e massimamente con quello di Don Fabrizio Pignatelli duca di Monteleone.

La porta infatti fu costruita e fu chiamata Portamedina.

Perché le fu dato questo nome? Chi lo sa? Noi non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che Medina è una città santa dei Maomettani nell’Arabia Saudita a 400 km a nord della Mecca, altra città santa; è meta di pellegrinaggi, perché conserva la tomba di Maometto e dei due primi Califfi. Sappiamo anche che i Saraceni o Arabi nel 553 sconfissero i Goti nell’Italia Meridionale e cominciarono a dominare essi in molte sue città per un lungo periodo di tempo.

In un loro tentativo di sbarcare a Napoli, si racconta che i Napoletani animati e incoraggiati da Pulcinella riuscissero a fare una buona strage e a respingere nel mare gli scampati.

Comunque Portamedina ora non esiste più: esistono via Portamedina e vico Rosario a Portamedina che sboccano nella piazza Pignasecca. Come pure non esistono gli orti ed i giardini del “Biancomangiare”; il vecchio e il grande pino, disseccato, fu abbattuto e tutti gli oggetti preziosi della povera e disgraziata gazza ladra che aveva nascosto nel buco, furono recuperati e ridati ai rispettivi padroni. Furono abbattuti anche altri pini ed anche altri alberi.

Insomma si fece spazio perché la popolazione era aumentata. Figuratevi, “Acino ’e fuoco”e Lucrezia ebbero 25 figli tra maschi e femmine e Monzù Gaetano con Rosina n’ebbe uno in meno; perciò si costruirono case su case, facendo scomparire a poco a poco orti e giardini del “Biancomangiare”.

I viali ombreggiati ed ameni diventarono vie di traffico intenso ed i sentieri fioriti e nascosti, vicoli aperti al passaggio a tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

ALLA DIRETTRICE DOTT. BIANCA VITALE

Candida luce,

pura nell’ombra,

vita feconda,

i frutti amari

maturi e dolci

rendi, assiduamente

lavorando nascosta.

Quante volte nuvolette e cirri

si trastullano a te d’intorno,

tentando offuscare il tuo candore

e presto o tardi li dissipasti!

Di serenità e d’azzurro ti circondi sempre:

sempre fissa nel tuo cielo stai.

Mai ti stanchi, no, per quanto puoi

d’illuminare l’angolo di terra

nel quale io fui e ancora resto.

Anch’io, forse, fra quei cirri fui,

ma, poi, di lagrime compunto

nell’angolo di terra scesi

e della tua luce m’avvolsi

per allevare piantine e fiori.

Oh, come vorrei

da quest’angolo staccarmi mai!

Vorrei un attimo soltanto

per conformi fra i raggi tuoi

per raggiungerti e per gustarti in alto

in alto nella fonte della luce

tua, ma molte piccole o grandi stelle

sono per me mistero sempre state

e tali sempre nel mio cuor saranno.

Poesia dedicata alla dott. Bianca Vitale durante la cerimonia di collocamento a riposo dell’Ins. Arsenio Baldassarre cui fu conferita la medaglia d’oro da parte della Scuola Statale “E. Gianturco” – X Circolo di Napoli.



Ultimo aggiornamento (Domenica 08 Gennaio 2012 11:45)

 

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