1861 L’unità d’Italia

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Evento di notevole portata ed interesse a livello nazionale, l’Italia si sta preparando a celebrare nel 2011 l’Anniversario dei 150 anni dalla sua nascita. Il sito montefalcioneonline sensibile a ciò, contribuisce con delle pubblicazioni a conoscere la storia che portò a questa Unità, raccontando solo  i fatti e non esprimendo nessuna opinione come è regola dello staff.

La parte iniziale tratterà la storia dedotta dal sito ufficiale dell’Ente promo  tore, integrata anche da documenti ufficiali. In appendice ci saranno anche dichiarazioni di personaggi del periodo, documenti, pubblicazioni che divergono dalla storia ufficiale. In essi si può leggere anche la posizione dei montefalcionesi in relazione agli eventi che portarono all’Unità. A conclusione della lettura, se si ritiene opportuno, si può approfondire la discussione approfittando del forum del sito o dialogando direttamente con la staff. Sarà cura degli operatori dare delucidazioni ulteriori o in alternativa mettere gli interessati in diretto contatto con gli autori.

imagesCA3C5ISG1861 L’unità d’Italia Giuseppe Talamo
L’avvicinarsi del 150° anniversario della creazione dello Stato italiano (17 marzo 1861-17 marzo 2011) esige una riflessione che consenta di formulare sull’evento un giudizio basato sulla ricostruzione degli avvenimenti che portarono alla nuova sistemazione del nostro paese e, insieme, sulla conoscenza delle interpretazioni che le varie generazioni succedutesi nel corso del tempo ne hanno dato, in Italia e fuori d’Italia. Infatti, al pari dell’opera d’arte che vive anche nelle critiche e nei contrastanti giudizi che vengono via via formulati, così un evento storico, che non voglia essere utilizzato ai fini di polemiche politiche correnti -secondo un deprecabile “uso pubblico della storia”- richiede una analoga, meditata e paziente attenzione.

 

Il primo problema che ci si presenterà sarà costituito dalla rapidità con cui in circa due anni, dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque da un’Italia divisa in sette Stati il nuovo regno : un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla presenza dell’Austria nella penisola e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia.
italia-unita-21A partire dal 1849 gli Stati italiani si erano trovati di fronte a un dilemma: o rinnovarsi all’interno in senso costituzionale e combattere, insieme con lo Stato sabaudo, l’Austria, con il pericolo di vedersi assorbire presto o tardi da un Piemonte ingrandito, oppure allearsi strettamente con l’Austria e appoggiarsi agli elementi più conservatori all’interno, con il risultato di separarsi dalle forze politicamente e culturalmente più vive del paese. Quegli Stati scelsero questa seconda soluzione e riuscirono così a procrastinare di un
paio di lustri la loro caduta, ma il fatto che si siano trovati in una situazione politicamente chiusa, senza alternative, dimostra che la loro funzione storica era esaurita.Le testimonianze di questo sfaldarsi non mancano : pensiamo, ad esempio, al granducato di Toscana. Un moderato sostenitore della “Toscanina”, cioè dell’autonomia del granducato, Marco Tabarrini, nel suo Diario 1859-1860, il 16 aprile del ‘59 -quindi pochi giorni prima dell’inizio delle ostilità fra le truppe franco-piemontesi e quelle austriache- nel descrivere la partenza da Livorno dei volontari toscani per il Piemonte, “spettatrice e quasi cooperatrice l’Autorità”, sottolineava la “passività” del governo che non sapeva “né contenere il paese né andare con lui”.
Ma anche il maggiore Stato della penisola, il regno delle Due Sicilie, che pure con l’ascesa al trono di Ferdinando II nel 1830 aveva conosciuto momenti di vivace attività economica e culturale, presentava un forte elemento di debolezza soprattutto in quella “separazione del potere dalla società” che lo storico Luigi Blanch, legato peraltro alla monarchia borbonica, aveva già sottolineato in una Memoria sullo stato del regno di Napoli scritta nel dicembre 1830. Quella separazione si era andata aggravando con gli anni e non poteva certo essere cancellata dalla concessione da parte di Francesco II, il 25 giugno 1860, quando Garibaldi aveva già liberato la Sicilia, della costituzione del 1848 “in armonia co’ principii italiani enazionali”. Essa ebbe, invece, l’effetto di rendere ancora più confusa e contraddittoria la politica del governo napoletano, scardinando completamente la sua organizzazione interna, disorientando il vecchio ceto dirigentee non guadagnando certo l’appoggio della borghesia liberale.Tra il 1859 e il 1860 non ci fu quindi uno vero scontro tra l’elemento liberale e le vecchie classi dirigenti ma una rassegnata accettazione della nuova realtà da parte di queste ultime. Solo nel regno meridionale si manifestò una qualche resistenza,dopo la perdita della Sicilia e l’ingresso di Garibaldi a Napoli (7 settembre), senza colpo ferire,con la battaglia del Volturno e la difesa di alcune fortezze.Ma le condizioni politicamente deboli degli Stati della penisola, perchè basate unicamente sul sostegno dell’Austria, non potrebbero spiegare la creazione del nuovo Stato. Occorrerà riflettere, invece, sia sul suo principio fondante -quello della nazionalità- sia sull’atteggiamento delle potenze europee nei confronti del problema costituito dalla sistemazione politica dell’Italia.
Il principio di nazionalità, infatti, teorizzato da Pasquale Stanislao Mancini dalla sua cattedra nell’università di Torino come il nuovo “diritto delle genti”, era considerato dalle cancellerie europee un principio rivoluzionario in grado di sconvolgere la carta politica dell’Europa e giustificare le aspirazioniall’indipendenza delle varie minoranze europee a cominciare da quelle polacche che vivevano in Russia e in Prussia. Questo, e non solo la difesa del legittimismo, spiega il ritiro degli ambasciatori da Torino da parte della Francia (13 settembre), della Russia (17 settembre), della Spagna (26 ottobre) e della Baviera (10 dicembre) negli ultimi mesi del 1860, dopo il successo della spedizione garibaldina nel mezzogiorno d’Italia.

Ma, insieme ai timori per il diffondersi del principio di nazionalità, si andava rafforzando anche in Europa la consapevolezza dell’importanza della “questione italiana”. Per secoli la penisola aveva costituito ilprincipale motivo di contrasto tra la Francia e gli Asburgo e la sua spartizione si era ripetuta tra il XVI e il XVIII secolo. Il 1859 stava per confermare questi precedenti, sostituendo una forte presenza della Francia -ipotizzata nella
Toscana ma forse anche nel Mezzogiorno con Luciano Murat al posto dei Borbone- che avrebbe sostituita quella austriaca. La stessa conclusione del trattato di Zurigo che aveva posto fine alla guerra del 1859 tra regno sardo, Francia ed Austria, aveva confermato questa situazione in movimento quando aveva stabilito che i sovrani spodestati avrebbero dovuto essere restaurati ma non con l’uso della forza ( e come, allora?).
Cominciò così a diffondersi la convinzione che l’Italia unita avrebbe potuto costituire un elemento di stabilità per l’intero continente. Invece di essere terra di scontro tra potenze decise ad acquistare una posizione egemonica nell’Europa centro-meridionale e nel Mediterraneo, l’Italia unificata, cioè un regno di oltre 22 milioni di abitanti, avrebbe potuto rappresentare un efficace ostacolo alle tendenze espansionistedella Francia da un lato e dell’impero asburgico dall’altro e, grazie alla sua favorevole posizione geografica, inserirsi nel contrasto tra Francia e Gran Bretagna per il dominio del Mediterraneo.
italia-cavourNel rapidissimo riconoscimento del regno da parte della Gran Bretagna e della Svizzera il 30 marzo 1861, ad appena due settimane dalla sua proclamazione, seguito da quello degli Stati Uniti d’America il 13 aprile 1861, al di là delle simpatie per il governo liberale di Torino, ci fu anche un disegno, anche se ancora incerto, sul vantaggio che avrebbe tratto il continente europeo dalla presenza del nuovo regno. Nello stesso riconoscimento del regno d’Italia da parte della Francia, avvenuto nel giugno 1861, poco dopo l’improvvisa scomparsa di Cavour, al di là della dichiarata emozione per la fine del grande statista, ci fu anche la preoccupazione per la presa di posizione della Gran Bretagna che con tanta rapidità aveva riconosciuto la nuova realtà politica italiana.
Questo elemento -cioè il favore di buona parte dell’Europa nei confronti del nuovo regno- deve essere adeguatamente valutato per comprendere i motivi per i quali il movimento unitario e la stessa indiscussa abilità di Cavour riuscirono a cambiare rapidamente e radicalmente la carta geografica della penisola. Tanto più che l’alternativa era costituita dalla restaurazione di Stati privi di forza propria, anacronistica sopravvivenza del legittimismo postnapoleonico, instabili perché spesso teatro di sommosse e congiure sanguinose seguite da cruente repressioni : Stati di modesta estensione e senza alcuna prospettiva di
sviluppo economico, destinati ad essere emarginati politicamente ed economicamente nel confronto conpotenze europee sorrette da sistemi politici ben più saldi e con strutture economiche in decisa espansione. Certo il nuovo Stato non aveva tradizioni politiche univoche -insieme ad un centro nord contradizioni comunali e signorili c’era un mezzogiorno con tradizioni monarchiche fortemente accentrate a Napoli- ma si basava su una nazione culturale di antiche origini che costituiva un forte elemento unitario
in tutto il paese, uno Stato -come scrisse all’indomani della conclusione della seconda guerra mondiale un illustre storico svizzero, Werner Kaegi- che cinque secoli prima dell’unità aveva “una effettiva coscienza nazionale” anche se priva di forma politica.
Accadde così che non per “inganni” e “corruzioni” -come si può leggere talora in pagine ispirate più dalla nostalgia che da una serena ricostruzione del nostro passato- ma per quella che hegelianamente si sarebbe potuta chiamare “la forza delle cose”, un napoletano dell’antico regno e un piemontese del regno subalpino “si fecero italiani non rinnegando il loro essere anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere”, come scrisse Benedetto Croce nella sua Storia d’Europa nel secolo decimonono dedicata nel 1932 a Thomas Mann, profetizzando un tempo in cui “francesi e tedeschi e italiani” si sarebbero innalzati a europei e i loro pensieri si sarebbero innalzati all’Europa e i loro cuori avrebbero battuto per lei “come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate”.




tricolore1861:nasce l’Italia
Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d'Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861".Sono le parole che si possono leggere nel documento della legge n. 4671 del Regno di Sardegna e valgono come proclamazione ufficiale del Regno d'Italia, che fa seguito alla seduta del 14 marzo 1861 del parlamento, nella quale è stato votato il relativo disegno di legge. Il 21 aprile 1861 quella legge
diventa la n. 1 del Regno d'Italia.

In circa due anni, dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque, da un 'Italia divisa in sette Stati, il nuovo regno: un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla presenza dell'Austria nella penisola e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia.Tra il 1859 e il 1860 non ci fu un vero scontro tra l'elemento liberale e le vecchie classi dirigenti ma una rassegnata accettazione della nuova realtà da parte di queste ultime. Solo nel regno meridionale si manifestò una qualche resistenza, dopo la perdita della Sicilia e l'ingresso di Garibaldi a Napoli (7 settembre), senza colpo ferire, con la battaglia del Volturno e la difesa di alcune fortezze. Il nuovo Stato non aveva tradizioni politiche univoche (insieme ad un centro nord con tradizioni comunali e signorili, c'era un mezzogiorno con tradizioni monarchiche fortemente accentrate a Napoli) ma si basava su una nazione culturale di antiche origini che costituiva un forte elemento unitario in tutto il paese, uno Stato - come scrisse all'indomani
della conclusione della seconda g
 uerra mondiale un illustre storico svizzero, Werner Kaegi - che cinque secoli prima dell'unità aveva "una effettiva coscienza nazionale" anche se priva di forma politica. Nel rapidissimo riconoscimento del regno da parte della Gran Bretagna e della Svizzera il 30 marzo 1861, ad appena due settimane dalla sua proclamazione, seguito da quello degli Stati Uniti d'America il 13 aprile 1861, al di là delle simpatie per il governo liberale di Torino, ci fu anche un disegno, anche se ancora incerto, sul vantaggio che avrebbe tratto il continente europeo dalla presenza del nuovo regno.
Cominciò infatti a diffondersi la convinzione che l'Italia unita avrebbe potuto costituire un elemento di stabilità per l'intero continente. Invece di essere terra di scontro tra potenze decise ad acquistare una posizione egemonica nell'Europa centro-meridionale e nel Mediterraneo, l'Italia unificata, cioè un regno di oltre 22 milioni di abitanti, avrebbe potuto rappresentare un efficace ostacolo alle tendenze espansioniste della Francia da un lato e dell'impero asburgico dall'altro e, grazie alla sua favorevole posizione geografica, inserirsi nel contrasto tra Francia e Gran Bretagna per il dominio del Mediterraneo.


A Vittorio Emanuele II
20 marzo 1861

Sire, Tosto ch’io ebbi fatto conoscere al Consiglio dei Ministri nella seduta di ieri sera la necessitàdi chiamare nei Consigli della Corona dei rappresentanti dell’Italia meridionale, i mieicolleghi risolsero unanimi di deporre nelle mani di V.M. le loro demissioni. A ciò fare furonoindotti dal desiderio di lasciare libero il campo a V.M. nella solenne occasione che trattasi dicostituire per la prima volta un Ministero cheabbracciar deve tutte le parti d’Italia ; edancora per un sentimento di reciproco riguardo.
Nel compiere ora al dovere di far nota a V.M. questa determinazione, mi credo in debito disottoporre a V.M. che forse sarebbe opportuno che prima di prendere una determinazione V.M. sentisse il parere degli uomini politici più autorevoli che trovansi ora in Torino, come sarebbero Ricasoli, Farini, Rattazzi, Poerio.
Se V.M. lo desidera, potrei farli avvertire di recarsi al Palazzo all’ora ch’Ella vorrà indicarmi, oppure anche
 meglio potrebbe mandare loro invito diretto.Ove poi V.M. avesse altri ordini adimpartirmi, sono sempre pronto ad eseguirli. Solosupplico V.M. a degnarsi di voler recarsi questo dopo pranzo a Torino 1, ond’io possa riferirea V.M. lo stato delle cose e ricevere le sue istruzioni.Ho telegrafato ieri sera al Principe 2 ed al generale Garibaldi 3.Giunse da Londra la notizia che il Governo inglese riconoscerà il nuovo titolo di V.M.4.Nell’aspettativa degli ordini di V.M., ho l’onore di, ecc.(f.to) C. CavourAST, Archivio Cavour, copia dell’Artom in Cop.7. pp.112-113, n.537, datata”20 marzo1861”; nel margine “ A S.M. il Re”. Già edita in Chiala, IV, p.195, e in LiberazioneMezzogiorno , IV, pp.381-382, n.3279.1 Il Re si trovava a La Mandria (Venaria Reale) : cfr. Alfredo Comandini-Antonio Monti,L’Italia nei cento anni del secolo XIX (1801-1900) giorno per giorno illustrata , Milano,Vallardi, 1918-1929, vol. 1861-1870, p.74.2 Cfr. tel.9993 Cfr. tel.10184 Cfr. tel.1001


2011: il 150º anniversario
garibaldini 
 Le preparazioni delle celebrazi oni dei 150 anni dell'Unità d'Italia sono state avviate con decreto del Presidente del Consiglio, con il quale è stato istituto anche un Comitato intermi nisteriale per le celebrazioni. Il Presidente del Consiglio ha delegato il Ministro per i Beni e le Attività culturali alla presidenza del Comitato, del quale fanno parte il Ministro dell'Economia e Finanze, il Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, il Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, il Mini stro della Difesa, il Ministro per lo Sviluppo Economico, il Ministro per i Rapporti con le Regioni, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Segretario del Consiglio dei Ministri, il Sottosegretario alla Presidenza con delega al Turismo e il Segretario Generale della Presidenza del Consiglio.Al Comitato interministeriale sono affidate, in raccordo con le Amministrazioni regionali e locali interessate, le attività di pianificazione, preparazione ed organizzazione degli interventi e delle iniziative legate alle celebrazioni. Il supporto a tali attività è garantito dalla Struttura di missione per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia, istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sono previste la realizzazione e il completamento di un programma di qualificatiinterventi ed opere, anche infrastrutturali, di carattere culturale e scientifico, nonché di un quadro significativo di iniziative su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle città di importante rilievo per il processo di unità della Nazione, tali da assicurare la diffusione e la testimonianza del messaggio di identità ed unità nazionale delle celebrazioni.La verifica e il monitoraggio del programma delle iniziative è affidata al Comitato dei Garanti presieduto dal Presidente, Prof. Giuliano Amato.Tre bandiere tricolore che rappresentano i tre giubilei del 1911, 1961 e 2011, in un collegamento ideale tra le generazioni,costituiscono il logo dell'anniversario che si celebrerà nel 2011. La valenza simbolica delle celebrazioni rimanda ad un messaggio di identità e unità nazionale e testimonia l'impegno di valorizzare il territorio nazionale come espressione di realtà e peculiarità di tutte le Regioni che lo compongono.


1861I pittori del Risorgimento


In occasione dell'appuntamento con le celebrazioni dell'unità d'Italia, le Scuderie del Quirinale presentano una grande mostra che racconta come la pittura italiana ha illustrato e interpretato gli eventi che, tra il1859 e il 1861, hanno reso possibile la conquista dell'indipendenza e dell'unità nazionale.La mostra evidenzia come i protagonisti della pittura italiana - esponenti della scuola lombarda quali Francesco Hayez, Giuseppe Molteni, Domenico e Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, Federico Faruffini, dell'avanguardia macchiaiola toscana come Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Odoardo Borrani e della scuola napoletana come Michele Cammarano e Giuseppe Sciuti - abbiano reinterpretato la realtà storica di quegli anni preferendo una commossa rappresentazione dell'adesione popolare rispetto a una celebrazione più tradizionale e retorica. Saranno messi a confronto per la prima volta, i monumentali dipinti di Giovanni Fattori e Gerolamo Induno, per mostrare come entrambi gli artisti, con linguaggi diversi, hanno ottenuto lo stesso obiettivo: rappresentare le fondamentali battaglie per la conquista dell'unità spostando l'attenzione dagli aspetti militari e celebrativi a quelli ideali e popolari.
Così in mostra sarà possibile vedere il famoso La Battaglia della Cernaia di Gerolamo Induno che partecipò personalmente alla Guerra di Crimea e alla nota battaglia. Tra i più conosciuti artisti dell'epoca, Giovanni Fattori, invece, non partecipò direttamente alla seconda guerra d'indipendenza, ma ha saputo  rendere, forse più di tutti, la dimensione epica e umanitaria degli eventi. I lombardi Eleuterio Pagliano e Federico Faruffini, come il napoletano Michele Cammarano, si sono avvalsi del confronto con la fotografia per realizzare opere rivoluzionarie e realistiche che anticiparono e ispirarono l'immaginario cinematografico di registi come Blasetti e Visconti che proprio al Risorgimento hanno dedicato alcuni loro capolavori.
In mostra anche le opere di Hayez, Molteni, Induno che raccontano la partecipazione popolare ai fatti rivoluzionari del 1848, indispensabile premessa per capire le vicende dal 1859 al 1861. E ancora, lo spirito popolare dell'epopea dei Mille, il mito delle camice rosse e la figura di un eroe alternativo come Garibaldi interpretati da Fattori, Induno, Liardo e Coromaldi in dipinti diventati emblematci.
Nel suo percorso conclusivo la mostra dedica uno spazio ad un momento di riflessione: le delusioni di Villafranca e di Aspromonte drammaticamente rese dai capolavori di Domenico e Gerolamo Induno. I tragici dipinti di Fattori, Lo staffato e Lo scoppio del cassone, sono le opere simbolo del momento di  ripensamento sul significato e sul destino del Risorgimento.



Sospetto di colonizzazione

Giustino Fortunato il 2 settembre 1899 cosi scriveva a Pasquale Villari.« L'Unità d'Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico,sano e profittevole. L'unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all'opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali. »
Varie fonti storiografiche vedono nel processo di unificazione progettato dal governo sabaudo un pretesto di colonizzazione per fini economici del Regno delle Due Sicilie, attaccato militarmente, con l'appoggio indiretto del primo ministro britannico Palmerston, senza aver emesso una dichiarazione di guerra.
A quel tempo l'economia del Regno di Sardegna attraversava un periodo di recessione dovuta alle fallite guerre espansionistiche fino a quel momento sostenute e alla crisi della produzione del grano abbattutasi sull'intera penisola nel 1853. Fu in questa occasione che lo stesso Cavour ricevette pesanti accuse di avere esportato quantitativi di frumento per interessi personali anziché distribuire gli scarsi raccolti al popolo piemontese.

italia-cavourFrancesco Nitti nella sua opera Nord e Sud sostiene che il regno duosiciliano possedeva un patrimonio di 443 milioni di lire oro (il più alto tra tutti gli stati preunitari) mentre il Regno di Sardegna amministrato da Cavour ne aveva solo 27 milioni. Lo stato borbonico vantava anche diversi primati tra cui la costruzione della prima ferrovia nella penisola, della prima illuminazione a gas e del primo telegrafo elettrico.
Nel 1859 la Sicilia aveva un bilancio commerciale attivo di 35 milioni, mentre il Piemonte non arrivava a 7 milioni, sebbene l'economia sabauda fosse più dinamica e moderna rispetto a quella prevalentemente latifondista del mezzogiorno.
Dall'iniziativa di Cavour, anche il governo inglese avrebbe cercato di trarre profitto, interessato com'era ad impossessarsi interamente delle miniere di zolfo siciliano, di proprietà del Regno borbonico dal 1816 e gestite in regime di monopolio dagli stessi inglesi.I rapporti economici infatti tra Borboni e inglesi avevano cominciato a deteriorarsi fin dal 1838, quando Ferdinando II, non reputò più conveniente il rapporto commerciale con gli inglesi che acquistavano lo zolfo a costi bassi per poi rivenderlo a prezzi molto alti. Il re, avendo eliminato la tassa sul macinato, per compensare le mancate entrate nelle casse del regno decise quindi di affidare la gestione delle miniere di zolfo ad una ditta francese, la Taix Aycard di Marsiglia, che offrì il doppio della cifra rispetto agli inglesi.

Tutto ciò provocò una dura opposizione della Gran Bretagna che minacciò addirittura il sequestro delle navi siciliane.
Per questi motivi di natura economica nel 1856, quattro anni prima della Spedizione dei Mille, Cavour e il conte di Clarendon, ministro degli esteri inglese, avrebbero avuto contatti per organizzare rivolte antiborboniche nelle Due Sicilie. Sempre in questo periodo, Cavour si sarebbe servito della stampa a fini di manipolazione mediatica, corrompendo l’agenzia Stefani ed altre testate giornalistiche. Il primo ministro sabaudo avrebbe imposto propagande antiborboniche per accattivarsi le simpatie del popolo meridionale. A sostegno di questo avvenimento vi è la testimonianza di una lettera che Cavour indirizzò  a Guglielmo Stefani, proprietario dell'omonima agenzia, ove viene scritto: «La ringrazio dell’offerta dei suoi utili servizi, dei quali sappia che io tengo  conto e memoria».
Sempre secondo Nitti, al termine del processo di unificazione, il patrimonio dell'ormai caduto regno duosiciliano costituì una solida base per il rilancio economico delle regioni settentrionali in maggiori difficoltà come Lombardia, Piemonte e Liguria. Particolarmente duro fu poi il trattamento riservato ai circa 20000 militari al servizio del sovrano borbonico e del papa che erano stati fatti prigionieri: questi furono deportati nel forte di Fenestrelle, dove la gran parte di loro morì per la fame, gli stenti e le malattie.



Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni.


Oggi 14 agosto ricorre l'anniversario dell'eccidio di Pontelandolfo e Casalduni, due paesi, oggi in provincia di Benevento, che furono teatro di una delle più feroci e disumane rappresaglie perpetrata dai bersaglieri piemontesi durante la guerra civile di annessione del regno delle due Sicilie al regno di Sardegna. La rappresaglia costituì la vendetta per il massacro di una quarantina di soldati e carabinieri compiuto qualche giorno prima da una banda di “briganti”. Fu un massacro premeditato, scientificamente organizzato dal famigerato piemontese generale Cialdini, da molti meridionali considerato un vero e proprio criminale di guerra, per punire le popolazioni di quei tre paesi che, assieme a molti altri del Matese, si erano sollevati contro i piemontesi.

Le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione di leva avevano agitato ancora di più le acque. I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese e scelsero gli stenti, i sacrifici, la morte invece di servire il nuovo governo. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone ed era stanco delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei loro notabili. Il 7 agosto 1861, una processione durante i festeggiamenti per il Santo Patrono di Pontelandolfo fu trasformata in insurrezione contro gli occupanti piemontesi. Fra i capi della rivolta sembra ci fosse l'Arciprete del paese, Epifanio De Gregorio che, al pari di molti suoi confratelli e di tanti ferventi cattolici meridionali, non faceva mistero durante le sue omelie pubbliche di avere il dente avvelenato contro il nuovo regime sabaudo che si stava dimostrando, nei fatti, tirannico e famelico, assetato di sangue e di denaro. Le leggi vigenti in Piemonte erano state promulgate con validità immediata anche nei territori meridionali e prevedevano, oltre all'imposizione di nuove tasse e balzelli, anche, e soprattutto, una sistematica persecuzione dei cattolici attraverso la confisca dei beni della Chiesa e la loro acquisizione da parte dei locali “liberali” benestanti filopiemontesi; l'espulsione dei vescovi dalle loro diocesi; l'incarceramento di sacerdoti, di monaci e frati non consenzienti; la spoliazione di chiese e conventi i cui arredi venivano poi venduti per le strade dai soldati; la chiusura delle opere pie e degli istituti di assistenza e di beneficenza che svolgevano un ruolo importantissimo nell'assistenza sanitaria e sociale delle classi più derelitte; la chiusura delle scuole cattoliche; l'abolizione degli ordini religiosi. I contadini affamati ed esasperati prendevano inevitabilmente la strada senza ritorno della montagna, spesso in compagnia di sacerdoti, frati, monaci e suore che erano stati sbattuti sul lastrico dai sabaudi scesi al Sud per portare la libertà ed il progresso. I liberali, finalmente, erano riusciti a mettere le mani sulla cosa pubblica e sulle terre demaniali ed avevano tutto l'interesse a sostenere i nuovi arrivati dal Nord; la maggioranza del popolo contadino stava, invece, dalla parte dei Borbone e si era sollevato in tutto il meridione.

Ma torniamo ai fatti di Pontelandolfo. Non del tutto casualmente, subito dopo il termine della processione, giunse in paese una masnada di briganti che si unì ai pochi contadini che si aggiravano fra le bancarelle. Molti dei presenti, alcuni avvinazzati, ballavano al suono di tamburi e nacchere, avendo dato inizio ai festeggiamenti civili, che ancora oggi, si accompagnano spesso, e non solo al Sud, ai riti religiosi in occasione di sagre e feste in onore dei santi Patrono. I briganti sparsero la voce che Francesco II era ritornato a Napoli e ad aveva ripreso il suo posto sul trono, convincendo definitivamente i cittadini di Pontelandolfo ad insorgere e a partecipare alla restaurazione del loro legittimo re, cugino di VIttorio Emanuele re d'Italia da questi spodestato senza che gli fosse mai stata dichiarata ufficilamente guerra. I ribelli, saccheggiarono le locali caserme impossessandosi delle armi e delle munizioni ivi contenute; devastarono e bruciarono le case dei signorotti “liberali” filopiemontesi, alcuni dei quali furonobarbaramente uccisi; incendiarono gli uffici comunali e le prigioni dopo averle svuotate. Per sedare la rivolta, furono inviati 45 bersaglieri e 4 carabinieri guidati dal tenente Bracci; 41 di loro, e lo stesso Bracci furono trucidati il giorno 11 agosto, soverchiati dal numero degli insorti.Il generale Enrico Cialdini ordinòpertanto la rappresaglia, inviando in quelle zone migliaia di bersaglieri coordinati dal generale De Sonnaz, noto anche come “Requiescant” per le numerose e facili fucilazioni da lui ordinate, per il massacro di preti, la distruzione di diverse ad abbazie e chiese. Al maggiore Melegari, comandante di una colonna di bersaglieri, come scrive lui stesso nelle sue memorie, fu fatto sapere che Cialdini “non ordina ma desidera che di quei due paesi non rimanga più pietra su pietra. Ella è autorizzata a ricorrere a qualunque mezzo, enon dimentichi che il generale desidera che siano vendicati quei poveri soldati , infliggendo a quei due paesi la piú severa delle punizioni. Ha ella ben capito? “
All'alba del 14 agosto una colonna di circa 500 bersaglieri guidata dal colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri giunse a Pontelandolfo e fu attaccata da un gruppo di briganti i quali, dopo aver ucciso 25 uomini al seguito del Negri, si diedero alla fuga. Il colonnello Negri, invece di far inseguire e catturare i briganti che avevano ucciso i suoi uomini ed assicurarli alla giustizia, ligio al dovere, si mise all'opera per soddisfare i desiderata del generale Cialdini. Fatta circondare Pontelandolfo, dopo aver messo in salvo i pochi liberali che erano ancora rimasti in paese, diede ordine di incendiare le case, iniziando da quella dell'arciprete. Le fiamme si propagarono facilmente da casa a casa, essendo le stalle ed i fienili ricolmi del fieno che i contadini avevano stivato per l'inverno. Gli abitanti, svegliati dai soldati piemontesi che penetravano nelle case per depredarle, si riversarono nelle strade ma furono trucidati dai bersaglieri. Molte giovinette furono stuprate sotto gli occhi dei genitori, prima di essere finite. Non pochi bambini subirono la stessa sorte. Sembra che il colonnello Negri in persona si diede molto da fare per finire i feriti o i sopravvissuti alle fucilazioni. Mentre il Negri si adoperava per portare la libertà ed il progresso a Pontelandolfo, lo stesso trattamento subivano gli abitanti di Casalduni ad opera dei bersaglieri guidati dal maggiore Melegari, le cui parole abbiamo appena riportato. Il 15 agosto, il colonnello Negri, soddisfatto dell'opera compiuta telegrafò al suo comando: “Operazione contro i briganti. Ieri all'alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”. Il numero delle vittime non fu mai reso noto, ma secondo alcuni arriverebbe a cinquemila innocenti massacrati in nome di Vittorio Emanuele re d'Italia. Pier Eleonoro Negri aveva all'epoca 44 anni, era luogotenente colonnello dal giugno 1861 ed era già stato decorato per la battaglia del Garigliano contro i borbonici e per le prime due guerre d’indipendenza.

La città di Vicenza ha dedicato al suo figlio Pier Eleonoro Negri, una lapide in memoria delle valorose gesta compiute nel meridione d'Italia. Qualche anno fa il sindaco di Pontelandolfo, aveva chiesto al sindaco Variati di rimuovere la targa. In memoria dei morti di Pontelandolfo e Casalduni, il sindaco Variati, se non intende soddisfare la richiesta del suo collega di Pontelandolfo, potrebbe perlomeno affiggere una targa che ricordi l'eccidio del 14.08.1861 o intitolare una via ai morti innocenti di Pontelandolfo e Casalduni, trucidati per eseguire un piano prestabilito e scientificamente organizzato.
Ma il massacro operato da Negri sarà ricordato dagli storici ufficiali come un atto di “giustizia”, compiuto per vendicare una cinquantina di poveri soldati.


Alcune decade dopo, nel Nord Italia occupata dai nazisti, episodi analoghi sarebbero stati considerati come la legittima ribellione contro l'occupante straniero e i collaborazionisti filonazisti. E gli insorti sarebbero stati chiamati partigiani e non briganti. E le rappresaglie naziste non sarebbero state considerate un atto di giustizia.

 


 


Nino Bixio

La spedizione dei Mille fu la grande occasione: trasformare il Risorgimento da un movimento d'élite a un grande movimento popolare ; occasione in vero persa da quei giovani che pure con entusiasmo "avevano lasciato i loro studi, i loro agi... per venire in questa lontana isola…a ritrovarvi i ricordi del passato greco e romano... ma niente comprendevano, né cercavano di capire, della realtà di questi, come subito li chiamarono "arabi."
In effetti Garibaldi aveva promesso, dopo aver assunto la guida dell'isola per ordine di Vittorio Emanuele II, di abolire le tasse che gravavano sull'isola quali la tassa sul macinato[27] e del dazio d'entrata sui cereali, l'abolizione degli affitti e dei canoni per le terre demaniali e di voler procedere ad una riforma del latifondo. Queste promesse non attirarono, almeno inizialmente, un numero consistente di siciliani, ma il primo scontro, la battaglia di Calatafimi, ebbe comunque esito positivo per i Mille contro le più numerose e meglio addestrate truppe borboniche.
Da questo momento inizia la guerra separata dei contadini ancora condotta in nome di Garibaldi e della libertà. Invadono i demani comunali, i feudi deibaroni latifondisti, bruciano gli archivi dove sono custoditi i titoli del loro servaggio. Ma "I movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia Nazionale anticontadina; è tipica la spedizione repressiva di Nino Bixio, il braccio destro del Generale, nella regione del catanese dove le insurrezioni furono più violente" (A. Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966).Eppure i piemontesi sono venuti per portare ai loro fratelli siciliani "libertà e scuole" dice il giovane garibaldino G.C. Abba al frate Carmelo. Ma ribatte il frate questo forse andrà bene ai piemontesi perché "la libertà non è pane, e la scuola nemmeno". I "picciotti" vorrebbero,dice padre Carmelo, "Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori, grandi e piccoli, che non sono solo a Corte, ma in ogni città, in ogni villa... allora verrei [con voi]. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest'ora quasi ancora con voi soli." (G.C. Abba, "Da Quarto al Volturno. Notarelle di uno dei Mille", Bologna 1952.)

 


 


Il grande assente


« ...se le plebi parteciparono poco al Risorgimento, ebbero parte assai, e dolente e coraggiosa, nel pagarne i debiti »Riccardo Bacchelli, Il mulino del PoGarebbalde tradetoreCa amm'a fa de Garebbaldeca iè mbame e tradetòre?Nu velìme u rè Berbòneca respètte la religgioneSènghe na vosce abbasceFrangische se ne vaRègne de Nàbbule statte secureca dope n'anne av'a ternà.(Che ne facciamo di Garibaldi Che è infame e traditore

Noi vogliamo il re Borboneche rispetta la religione Sento una voce in basso Francesco se ne vaRegno di Napoli stai sicuroche dopo un anno deve tornare)Settembre 1863, un bersagliere mostra il cadavere del "brigante" Nicola Napolitano dopo la fucilazione.
Nella seconda guerra d'indipendenza (1859) " i soldati dell'esercito sardo, quasi esclusivamente contadini e popolani... non erano ancora ben persuasi che il Piemonte fosse in Italia, tant'è vero che ai volontari provenienti dalle altre regioni d'Italia rivolgevano la domanda: "Vieni dall'Italia?" (G.Arnaldi, "L'Italia e i suoi invasori", Bari, 2003 pag.179). Lo stesso Cavour si scandalizzava che i volontari arruolati a Torinoprovenienti dal Regno delle due Sicilie fossero appena 20 (G. Di Fiore, "I vinti del Risorgimento", Torino, 2004 pag.264).Ilpopolo fu il grande assente del Risorgimento: " ...la mobilitazione patriottica ha investito frazionidell'aristocrazia illuminata, consistenti fasce di ceto medio, in particolare intellettuali, gruppi di artigiani, non gli operai del resto rari in un'Italia in buona parte preindustriale, e tanto meno contadini – la maggioranza della "Nazione" – murati nell'indifferenza e nel rancore sedimentati da secoli di estraneità e di separazioni tra le classi " (M.Isnenghi, op, cit). Mentre le elites fanno la storia, dibattendo progetti su cui concordano solo per l'unità e l'indipendenza politica, ma per il resto dividendosi tra regime monarchico o repubblicano, stato unitario o federativo, metodi diplomatici o rivoluzionari, milioni di contadini rimangono nella non storia. Anzi entreranno nella storia proprio battendosi contro l'unità ormai raggiunta: è il fenomeno del cosiddetto brigantaggio meridionale che "...può considerarsi pressoché l'unica manifestazione reale, per estensione geografica, partecipazione numerica e durata di presenza attiva delle masse subalterne negli anni del Risorgimento" (M.Isnenghi, op.cit.).

 


 


Il Risorgimento popolare come giustificazione ideologica


« Dagli atri muscosi dai fori cadenti,dai boschi, dall'arse fucine stridenti,dai solchi bagnati di servo sudor,un volgo disperso repente si desta;intende l'orecchio, solleva la testapercosso da novo crescente rumor. »Alessandro Manzoni, Adelchi« Noi siamo da secoliCalpesti, derisiPerché non siam Popolo Perché siam divisi Goffredo Mameli, Canto degli Italiani. Già all'indomani dell'unità la classe dirigente presenta ciò che era accaduto come il risultato di una spinta nazionale di popolo e questo si vuole che sia insegnato nelle scuole del Regno: cosicché varie generazioni di italiani hanno imparato il Risorgimento come avrebbe dovuto essere invece che com'è stato. In realtà non si tratta semplicemente di una mistificazione di stato ma del tentativo, sentito come essenziale, di costruire a posteriori una base storica comune a un popolosino allora assente. Gli intellettuali cercano ora un collegamento con le classi subalterne tentando dipersuaderle che l'unità italiana è stata il frutto della volontà del popolo guidato dalle "elites" risorgimentali e creando il mito di una coscienza nazionale italiana esistita nei secoli passati e ora finalmente realizzatasi.Il "popolarismo" risorgimentale Il popolo assente dalla storia che si faceva era invece ben presente nella storia che si scriveva. Si può dire che il Risorgimento sia nato in tipografia. Giornali quotidiani, manifesti, volantini, non fanno che appellarsi al popolo. Non solo scrittori ma l'avvocato, lo studente, il professore chiamano il popolo ad attivarsi e a condividere gli ideali nazionali. Ma il popolo, nelle aree più depresse della penisola, ove il sistema scolastico non era sviluppato, nella maggioranza non sa leggere. E quando trova incollati su i muri i proclami e gli appelli ha bisogno della mediazione di intellettuali, il farmacista, il prete che gli tradurrà il messaggio a suo modo.
Non si tratta poi semplicemente di ignoranza e analfabetismo che fanno sì che la classe dirigente alla fineparli a se stessa, ma anche il fatto che la circolazione delle idee è ancora difficile nell'Italia divisa dell'Ottocento priva quasi di strutture di comunicazione e dove le polizie sono state addestrate a impedire che tra le masse e gli intellettuali si realizzi il contagio politico.Ed infine, ultimo grande ostacolo alla comunicazione tra intellettuali e popolo, è la non coincidenza di codice tra coloro che porgono il messaggio e quelli che lo ricevono:« "Libertà! Indipendenza!", reclamano entusiasti gli insorti e i volontari delle varie correnti risorgimentali. "Polenta! Polenta!" ribattono cocciuti e sordi i contadini descritti dal Nievo nelromanzo Le confessioni d'un italiano
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Ultimo aggiornamento (Sabato 05 Marzo 2011 17:13)