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1861 L’unità d’Italia - Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni.

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Indice
1861 L’unità d’Italia
1861 nasce l'italia
Vittorio Emanuele II
2011 il 150° anniversario
1861 i pittori del Risorgimento
Sospetto di colonizzazione
Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni.
Nino Bixio
Il grande assente
Il Risorgimento popolare come giustificazione ideologica
Tutte le pagine

Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni.


Oggi 14 agosto ricorre l'anniversario dell'eccidio di Pontelandolfo e Casalduni, due paesi, oggi in provincia di Benevento, che furono teatro di una delle più feroci e disumane rappresaglie perpetrata dai bersaglieri piemontesi durante la guerra civile di annessione del regno delle due Sicilie al regno di Sardegna. La rappresaglia costituì la vendetta per il massacro di una quarantina di soldati e carabinieri compiuto qualche giorno prima da una banda di “briganti”. Fu un massacro premeditato, scientificamente organizzato dal famigerato piemontese generale Cialdini, da molti meridionali considerato un vero e proprio criminale di guerra, per punire le popolazioni di quei tre paesi che, assieme a molti altri del Matese, si erano sollevati contro i piemontesi.

Le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione di leva avevano agitato ancora di più le acque. I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese e scelsero gli stenti, i sacrifici, la morte invece di servire il nuovo governo. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone ed era stanco delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei loro notabili. Il 7 agosto 1861, una processione durante i festeggiamenti per il Santo Patrono di Pontelandolfo fu trasformata in insurrezione contro gli occupanti piemontesi. Fra i capi della rivolta sembra ci fosse l'Arciprete del paese, Epifanio De Gregorio che, al pari di molti suoi confratelli e di tanti ferventi cattolici meridionali, non faceva mistero durante le sue omelie pubbliche di avere il dente avvelenato contro il nuovo regime sabaudo che si stava dimostrando, nei fatti, tirannico e famelico, assetato di sangue e di denaro. Le leggi vigenti in Piemonte erano state promulgate con validità immediata anche nei territori meridionali e prevedevano, oltre all'imposizione di nuove tasse e balzelli, anche, e soprattutto, una sistematica persecuzione dei cattolici attraverso la confisca dei beni della Chiesa e la loro acquisizione da parte dei locali “liberali” benestanti filopiemontesi; l'espulsione dei vescovi dalle loro diocesi; l'incarceramento di sacerdoti, di monaci e frati non consenzienti; la spoliazione di chiese e conventi i cui arredi venivano poi venduti per le strade dai soldati; la chiusura delle opere pie e degli istituti di assistenza e di beneficenza che svolgevano un ruolo importantissimo nell'assistenza sanitaria e sociale delle classi più derelitte; la chiusura delle scuole cattoliche; l'abolizione degli ordini religiosi. I contadini affamati ed esasperati prendevano inevitabilmente la strada senza ritorno della montagna, spesso in compagnia di sacerdoti, frati, monaci e suore che erano stati sbattuti sul lastrico dai sabaudi scesi al Sud per portare la libertà ed il progresso. I liberali, finalmente, erano riusciti a mettere le mani sulla cosa pubblica e sulle terre demaniali ed avevano tutto l'interesse a sostenere i nuovi arrivati dal Nord; la maggioranza del popolo contadino stava, invece, dalla parte dei Borbone e si era sollevato in tutto il meridione.

Ma torniamo ai fatti di Pontelandolfo. Non del tutto casualmente, subito dopo il termine della processione, giunse in paese una masnada di briganti che si unì ai pochi contadini che si aggiravano fra le bancarelle. Molti dei presenti, alcuni avvinazzati, ballavano al suono di tamburi e nacchere, avendo dato inizio ai festeggiamenti civili, che ancora oggi, si accompagnano spesso, e non solo al Sud, ai riti religiosi in occasione di sagre e feste in onore dei santi Patrono. I briganti sparsero la voce che Francesco II era ritornato a Napoli e ad aveva ripreso il suo posto sul trono, convincendo definitivamente i cittadini di Pontelandolfo ad insorgere e a partecipare alla restaurazione del loro legittimo re, cugino di VIttorio Emanuele re d'Italia da questi spodestato senza che gli fosse mai stata dichiarata ufficilamente guerra. I ribelli, saccheggiarono le locali caserme impossessandosi delle armi e delle munizioni ivi contenute; devastarono e bruciarono le case dei signorotti “liberali” filopiemontesi, alcuni dei quali furonobarbaramente uccisi; incendiarono gli uffici comunali e le prigioni dopo averle svuotate. Per sedare la rivolta, furono inviati 45 bersaglieri e 4 carabinieri guidati dal tenente Bracci; 41 di loro, e lo stesso Bracci furono trucidati il giorno 11 agosto, soverchiati dal numero degli insorti.Il generale Enrico Cialdini ordinòpertanto la rappresaglia, inviando in quelle zone migliaia di bersaglieri coordinati dal generale De Sonnaz, noto anche come “Requiescant” per le numerose e facili fucilazioni da lui ordinate, per il massacro di preti, la distruzione di diverse ad abbazie e chiese. Al maggiore Melegari, comandante di una colonna di bersaglieri, come scrive lui stesso nelle sue memorie, fu fatto sapere che Cialdini “non ordina ma desidera che di quei due paesi non rimanga più pietra su pietra. Ella è autorizzata a ricorrere a qualunque mezzo, enon dimentichi che il generale desidera che siano vendicati quei poveri soldati , infliggendo a quei due paesi la piú severa delle punizioni. Ha ella ben capito? “
All'alba del 14 agosto una colonna di circa 500 bersaglieri guidata dal colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri giunse a Pontelandolfo e fu attaccata da un gruppo di briganti i quali, dopo aver ucciso 25 uomini al seguito del Negri, si diedero alla fuga. Il colonnello Negri, invece di far inseguire e catturare i briganti che avevano ucciso i suoi uomini ed assicurarli alla giustizia, ligio al dovere, si mise all'opera per soddisfare i desiderata del generale Cialdini. Fatta circondare Pontelandolfo, dopo aver messo in salvo i pochi liberali che erano ancora rimasti in paese, diede ordine di incendiare le case, iniziando da quella dell'arciprete. Le fiamme si propagarono facilmente da casa a casa, essendo le stalle ed i fienili ricolmi del fieno che i contadini avevano stivato per l'inverno. Gli abitanti, svegliati dai soldati piemontesi che penetravano nelle case per depredarle, si riversarono nelle strade ma furono trucidati dai bersaglieri. Molte giovinette furono stuprate sotto gli occhi dei genitori, prima di essere finite. Non pochi bambini subirono la stessa sorte. Sembra che il colonnello Negri in persona si diede molto da fare per finire i feriti o i sopravvissuti alle fucilazioni. Mentre il Negri si adoperava per portare la libertà ed il progresso a Pontelandolfo, lo stesso trattamento subivano gli abitanti di Casalduni ad opera dei bersaglieri guidati dal maggiore Melegari, le cui parole abbiamo appena riportato. Il 15 agosto, il colonnello Negri, soddisfatto dell'opera compiuta telegrafò al suo comando: “Operazione contro i briganti. Ieri all'alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”. Il numero delle vittime non fu mai reso noto, ma secondo alcuni arriverebbe a cinquemila innocenti massacrati in nome di Vittorio Emanuele re d'Italia. Pier Eleonoro Negri aveva all'epoca 44 anni, era luogotenente colonnello dal giugno 1861 ed era già stato decorato per la battaglia del Garigliano contro i borbonici e per le prime due guerre d’indipendenza.

La città di Vicenza ha dedicato al suo figlio Pier Eleonoro Negri, una lapide in memoria delle valorose gesta compiute nel meridione d'Italia. Qualche anno fa il sindaco di Pontelandolfo, aveva chiesto al sindaco Variati di rimuovere la targa. In memoria dei morti di Pontelandolfo e Casalduni, il sindaco Variati, se non intende soddisfare la richiesta del suo collega di Pontelandolfo, potrebbe perlomeno affiggere una targa che ricordi l'eccidio del 14.08.1861 o intitolare una via ai morti innocenti di Pontelandolfo e Casalduni, trucidati per eseguire un piano prestabilito e scientificamente organizzato.
Ma il massacro operato da Negri sarà ricordato dagli storici ufficiali come un atto di “giustizia”, compiuto per vendicare una cinquantina di poveri soldati.


Alcune decade dopo, nel Nord Italia occupata dai nazisti, episodi analoghi sarebbero stati considerati come la legittima ribellione contro l'occupante straniero e i collaborazionisti filonazisti. E gli insorti sarebbero stati chiamati partigiani e non briganti. E le rappresaglie naziste non sarebbero state considerate un atto di giustizia.

 



Ultimo aggiornamento (Sabato 05 Marzo 2011 17:13)

 
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