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1861 L’unità d’Italia

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Indice
1861 L’unità d’Italia
1861 nasce l'italia
Vittorio Emanuele II
2011 il 150° anniversario
1861 i pittori del Risorgimento
Sospetto di colonizzazione
Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni.
Nino Bixio
Il grande assente
Il Risorgimento popolare come giustificazione ideologica
Tutte le pagine

 

Evento di notevole portata ed interesse a livello nazionale, l’Italia si sta preparando a celebrare nel 2011 l’Anniversario dei 150 anni dalla sua nascita. Il sito montefalcioneonline sensibile a ciò, contribuisce con delle pubblicazioni a conoscere la storia che portò a questa Unità, raccontando solo  i fatti e non esprimendo nessuna opinione come è regola dello staff.

La parte iniziale tratterà la storia dedotta dal sito ufficiale dell’Ente promo  tore, integrata anche da documenti ufficiali. In appendice ci saranno anche dichiarazioni di personaggi del periodo, documenti, pubblicazioni che divergono dalla storia ufficiale. In essi si può leggere anche la posizione dei montefalcionesi in relazione agli eventi che portarono all’Unità. A conclusione della lettura, se si ritiene opportuno, si può approfondire la discussione approfittando del forum del sito o dialogando direttamente con la staff. Sarà cura degli operatori dare delucidazioni ulteriori o in alternativa mettere gli interessati in diretto contatto con gli autori.

imagesCA3C5ISG1861 L’unità d’Italia Giuseppe Talamo
L’avvicinarsi del 150° anniversario della creazione dello Stato italiano (17 marzo 1861-17 marzo 2011) esige una riflessione che consenta di formulare sull’evento un giudizio basato sulla ricostruzione degli avvenimenti che portarono alla nuova sistemazione del nostro paese e, insieme, sulla conoscenza delle interpretazioni che le varie generazioni succedutesi nel corso del tempo ne hanno dato, in Italia e fuori d’Italia. Infatti, al pari dell’opera d’arte che vive anche nelle critiche e nei contrastanti giudizi che vengono via via formulati, così un evento storico, che non voglia essere utilizzato ai fini di polemiche politiche correnti -secondo un deprecabile “uso pubblico della storia”- richiede una analoga, meditata e paziente attenzione.

 

Il primo problema che ci si presenterà sarà costituito dalla rapidità con cui in circa due anni, dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque da un’Italia divisa in sette Stati il nuovo regno : un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla presenza dell’Austria nella penisola e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia.
italia-unita-21A partire dal 1849 gli Stati italiani si erano trovati di fronte a un dilemma: o rinnovarsi all’interno in senso costituzionale e combattere, insieme con lo Stato sabaudo, l’Austria, con il pericolo di vedersi assorbire presto o tardi da un Piemonte ingrandito, oppure allearsi strettamente con l’Austria e appoggiarsi agli elementi più conservatori all’interno, con il risultato di separarsi dalle forze politicamente e culturalmente più vive del paese. Quegli Stati scelsero questa seconda soluzione e riuscirono così a procrastinare di un
paio di lustri la loro caduta, ma il fatto che si siano trovati in una situazione politicamente chiusa, senza alternative, dimostra che la loro funzione storica era esaurita.Le testimonianze di questo sfaldarsi non mancano : pensiamo, ad esempio, al granducato di Toscana. Un moderato sostenitore della “Toscanina”, cioè dell’autonomia del granducato, Marco Tabarrini, nel suo Diario 1859-1860, il 16 aprile del ‘59 -quindi pochi giorni prima dell’inizio delle ostilità fra le truppe franco-piemontesi e quelle austriache- nel descrivere la partenza da Livorno dei volontari toscani per il Piemonte, “spettatrice e quasi cooperatrice l’Autorità”, sottolineava la “passività” del governo che non sapeva “né contenere il paese né andare con lui”.
Ma anche il maggiore Stato della penisola, il regno delle Due Sicilie, che pure con l’ascesa al trono di Ferdinando II nel 1830 aveva conosciuto momenti di vivace attività economica e culturale, presentava un forte elemento di debolezza soprattutto in quella “separazione del potere dalla società” che lo storico Luigi Blanch, legato peraltro alla monarchia borbonica, aveva già sottolineato in una Memoria sullo stato del regno di Napoli scritta nel dicembre 1830. Quella separazione si era andata aggravando con gli anni e non poteva certo essere cancellata dalla concessione da parte di Francesco II, il 25 giugno 1860, quando Garibaldi aveva già liberato la Sicilia, della costituzione del 1848 “in armonia co’ principii italiani enazionali”. Essa ebbe, invece, l’effetto di rendere ancora più confusa e contraddittoria la politica del governo napoletano, scardinando completamente la sua organizzazione interna, disorientando il vecchio ceto dirigentee non guadagnando certo l’appoggio della borghesia liberale.Tra il 1859 e il 1860 non ci fu quindi uno vero scontro tra l’elemento liberale e le vecchie classi dirigenti ma una rassegnata accettazione della nuova realtà da parte di queste ultime. Solo nel regno meridionale si manifestò una qualche resistenza,dopo la perdita della Sicilia e l’ingresso di Garibaldi a Napoli (7 settembre), senza colpo ferire,con la battaglia del Volturno e la difesa di alcune fortezze.Ma le condizioni politicamente deboli degli Stati della penisola, perchè basate unicamente sul sostegno dell’Austria, non potrebbero spiegare la creazione del nuovo Stato. Occorrerà riflettere, invece, sia sul suo principio fondante -quello della nazionalità- sia sull’atteggiamento delle potenze europee nei confronti del problema costituito dalla sistemazione politica dell’Italia.
Il principio di nazionalità, infatti, teorizzato da Pasquale Stanislao Mancini dalla sua cattedra nell’università di Torino come il nuovo “diritto delle genti”, era considerato dalle cancellerie europee un principio rivoluzionario in grado di sconvolgere la carta politica dell’Europa e giustificare le aspirazioniall’indipendenza delle varie minoranze europee a cominciare da quelle polacche che vivevano in Russia e in Prussia. Questo, e non solo la difesa del legittimismo, spiega il ritiro degli ambasciatori da Torino da parte della Francia (13 settembre), della Russia (17 settembre), della Spagna (26 ottobre) e della Baviera (10 dicembre) negli ultimi mesi del 1860, dopo il successo della spedizione garibaldina nel mezzogiorno d’Italia.

Ma, insieme ai timori per il diffondersi del principio di nazionalità, si andava rafforzando anche in Europa la consapevolezza dell’importanza della “questione italiana”. Per secoli la penisola aveva costituito ilprincipale motivo di contrasto tra la Francia e gli Asburgo e la sua spartizione si era ripetuta tra il XVI e il XVIII secolo. Il 1859 stava per confermare questi precedenti, sostituendo una forte presenza della Francia -ipotizzata nella
Toscana ma forse anche nel Mezzogiorno con Luciano Murat al posto dei Borbone- che avrebbe sostituita quella austriaca. La stessa conclusione del trattato di Zurigo che aveva posto fine alla guerra del 1859 tra regno sardo, Francia ed Austria, aveva confermato questa situazione in movimento quando aveva stabilito che i sovrani spodestati avrebbero dovuto essere restaurati ma non con l’uso della forza ( e come, allora?).
Cominciò così a diffondersi la convinzione che l’Italia unita avrebbe potuto costituire un elemento di stabilità per l’intero continente. Invece di essere terra di scontro tra potenze decise ad acquistare una posizione egemonica nell’Europa centro-meridionale e nel Mediterraneo, l’Italia unificata, cioè un regno di oltre 22 milioni di abitanti, avrebbe potuto rappresentare un efficace ostacolo alle tendenze espansionistedella Francia da un lato e dell’impero asburgico dall’altro e, grazie alla sua favorevole posizione geografica, inserirsi nel contrasto tra Francia e Gran Bretagna per il dominio del Mediterraneo.
italia-cavourNel rapidissimo riconoscimento del regno da parte della Gran Bretagna e della Svizzera il 30 marzo 1861, ad appena due settimane dalla sua proclamazione, seguito da quello degli Stati Uniti d’America il 13 aprile 1861, al di là delle simpatie per il governo liberale di Torino, ci fu anche un disegno, anche se ancora incerto, sul vantaggio che avrebbe tratto il continente europeo dalla presenza del nuovo regno. Nello stesso riconoscimento del regno d’Italia da parte della Francia, avvenuto nel giugno 1861, poco dopo l’improvvisa scomparsa di Cavour, al di là della dichiarata emozione per la fine del grande statista, ci fu anche la preoccupazione per la presa di posizione della Gran Bretagna che con tanta rapidità aveva riconosciuto la nuova realtà politica italiana.
Questo elemento -cioè il favore di buona parte dell’Europa nei confronti del nuovo regno- deve essere adeguatamente valutato per comprendere i motivi per i quali il movimento unitario e la stessa indiscussa abilità di Cavour riuscirono a cambiare rapidamente e radicalmente la carta geografica della penisola. Tanto più che l’alternativa era costituita dalla restaurazione di Stati privi di forza propria, anacronistica sopravvivenza del legittimismo postnapoleonico, instabili perché spesso teatro di sommosse e congiure sanguinose seguite da cruente repressioni : Stati di modesta estensione e senza alcuna prospettiva di
sviluppo economico, destinati ad essere emarginati politicamente ed economicamente nel confronto conpotenze europee sorrette da sistemi politici ben più saldi e con strutture economiche in decisa espansione. Certo il nuovo Stato non aveva tradizioni politiche univoche -insieme ad un centro nord contradizioni comunali e signorili c’era un mezzogiorno con tradizioni monarchiche fortemente accentrate a Napoli- ma si basava su una nazione culturale di antiche origini che costituiva un forte elemento unitario
in tutto il paese, uno Stato -come scrisse all’indomani della conclusione della seconda guerra mondiale un illustre storico svizzero, Werner Kaegi- che cinque secoli prima dell’unità aveva “una effettiva coscienza nazionale” anche se priva di forma politica.
Accadde così che non per “inganni” e “corruzioni” -come si può leggere talora in pagine ispirate più dalla nostalgia che da una serena ricostruzione del nostro passato- ma per quella che hegelianamente si sarebbe potuta chiamare “la forza delle cose”, un napoletano dell’antico regno e un piemontese del regno subalpino “si fecero italiani non rinnegando il loro essere anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere”, come scrisse Benedetto Croce nella sua Storia d’Europa nel secolo decimonono dedicata nel 1932 a Thomas Mann, profetizzando un tempo in cui “francesi e tedeschi e italiani” si sarebbero innalzati a europei e i loro pensieri si sarebbero innalzati all’Europa e i loro cuori avrebbero battuto per lei “come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate”.




Ultimo aggiornamento (Sabato 05 Marzo 2011 17:13)

 
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  Evento di notevole portata ed interesse a livello nazionale, l’Italia si sta preparando a celebrare nel 2011 l’Anniversario dei 150 anni dalla sua nascita. Il sito montefalcioneonline sensibile a ciò, contribuisce con delle pubblicazioni a conoscere la storia che portò a questa Unità, raccontando solo  i fatti e non esprimendo nessuna opinione come è regola dello staff. ....
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